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Novità a proposito del reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza, istituito con decreto legge n. 4/2019 (leggi qui), è senza dubbio uno dei provvedimenti più importanti ma anche più controversi del Governo Conte I; più precisamente, è una forma di reddito minimo garantito, ma è chiamato mediaticamente e impropriamente in tale modo, pur se nel decreto stesso.

Per far fronte alla sempre più diffusa povertà ed emarginazione sociale, economica e lavorativa, il Legislatore del tempo, anche a seguito di numerosi dibattiti in proposito di un reddito minimo garantito, ha pensato di ricorrere a tale misura.

Tale misura, tuttavia, è restrittiva e abbisogna di specifici requisiti, in questo è: non universale (viene versato solo a disoccupati, inoccupati o lavoratori che hanno una situazione economica Isee inferiore ad una certa soglia); non incondizionato (ci sono una serie di obblighi, quali iscriversi ad un centro d’impiego, eventualmente svolgere senza “ulteriore” compenso lavori di pubblica utilità, eventualmente accettare proposte di lavoro ritenute”congrue” da terzi dopo un tot di rifiuti, etc.); non di tipo individuale (subisce variazioni in riferimento al proprio status familiare, e non può essere richiesto/erogato ad ogni singolo individuo facente parte di un nucleo familiare, ma solo ad un individuo rappresentante ciascun nucleo familiare); non automatico (stante la presenza dei requisiti, viene erogato solo in presenza di idonea domanda, correlata inoltre da altri documenti/certificazioni altrimenti non obbligatori per il cittadino – esempio: Isee).

Se certamente una misura simile, sperimentata anche in altri Paesi europei ed extraeuropei, era auspicabile e necessaria per cercare di far fronte all’emergenza occupazionale ed economica in cui l’Italia versa da tempo, per di più attualmente aggravata dalla situazione dovuta all’epidemia di covid-19, dall’altra si sono avuti degli abusi che hanno finito per vanificare tale misura e anche per farla diventare oggetto di battute e meme.

Periodicamente si legge nella cronaca e nella cronaca giudiziaria di persone che percepiscono tale reddito pur avendo un lavoro in nero (cosa vietata e scoraggiata), o pur essendo delinquenti abituali e perfino mafiosi; certamente vi sono di questi abusi e vi sono anche mancanze, come ad esempio quelle relative alla rete dei centri per l’impiego e alla promozione di posti di lavoro e imprenditoria, che vanno sanati, anche per ridare senso ad una misura altrimenti utile.

Ecco quindi che il nuovo ministro del Lavoro, Andrea Orlando, in audizione al Senato (vedasi qui e qui due articoli al riguardo), nell’ambito di una visione a tutto tondo sul mondo sociale e lavorativo, riguardante anche l’annosa questione dei rider (vedasi qui e qui), ha proposto di operare alcuen riforme al riguardo: finanziare di nuovo il reddito di cittadinanza, ma, nel frattempo, cercare di evitare che il numero dei beneficiari aumenti, dando loro maggiori possibilità di trovare un’occupazione.

Questo è il principio che anima il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, nell’affrontare la spinosa questione della condizione di povertà in cui molti italiani sono precipitati, spinti senza pietà dalla pandemia.

Orlando, in audizione a Montecitorio, ha annunciato di voler rifinanziare il reddito di cittadinanza con 1 miliardo di euro ma anche di consentire a chi percepisce il sussidio di lavorare senza perdere il diritto all’assegno e nemmeno la sua consistenza. In pratica, chi oggi prende il reddito di cittadinanza e trova un lavoro a termine, può «congelare» la prestazione assistenziale, accettare il contratto e, al termine del rapporto di lavoro, continuare a percepire il beneficio alle stesse condizioni di prima (anche economiche) mentre cerca una nuova occasione.

Questo ulteriore miliardo che il Governo investirà nel reddito di cittadinanza si aggiunge ai 4 miliardi già previsti nella legge di Bilancio per i prossimi nove anni, ai 7,3 miliardi che arrivano dalla legge istitutiva del sussidio per il 2021 e agli altrettanti miliardi stanziati per il 2022. Il tutto nella previsione che i beneficiari aumenteranno anche di un quarto a causa della crisi pandemica.

Secondo Orlando, se l’Italia ha evitato che la crisi economica si trasformasse in crisi sociale è stato proprio grazie al reddito di cittadinanza, ma anche al reddito di emergenza: ecco perché anche quest’ultimo verrà rafforzato con un aumento della soglia massima per chi vive in affitto e con un allargamento ai disoccupati che tra il 1° luglio 2020 ed il 28 febbraio 2021 hanno finito la Naspi o la Dis-Coll e non hanno un altro tipo di aiuti. A loro potrebbero arrivare altre tre mensilità di reddito di emergenza.

Orlando, però, vorrebbe evitare che tutto questo sistema portasse le famiglie meno abbienti ad «accomodarsi» nell’assistenzialismo. Se, da una parte, mette più soldi sul piatto per tamponare un’innegabile emergenza economica, dall’altra vuole aggiungere olio agli ingranaggi che muovono il meccanismo dell’occupazione. In sostanza: rimettere in moto nella maniera più efficace il sistema delle politiche attive che garantisca anche l’adeguata e continua formazione di chi deve inserirsi nel mercato del lavoro. Se questa leva non funziona, il meccanismo rischia di incepparsi di nuovo e saranno di più le mani tese ad aspettare un sussidio rispetto a quelle pronte a rimettersi a lavorare.

Meno assegni di reddito di cittadinanza non significa solo trovare lavoro per chi oggi non ce l’ha ma evitare che chi oggi ce l’ha resti senza lavoro. Ecco, allora, che il ministero guidato da Orlando ha pronto un pacchetto da circa 10 miliardi di euro, metà dei quali servirà a finanziare l’ennesima proroga della cassa integrazione Covid gratuita per le imprese. Poi, come noto, c’è la proroga fino al 30 giugno del divieto di licenziamento, pur con le relative deroghe (cessazione dell’attività, fallimento, accordo collettivo di incentivo all’esodo).

Questo, in linea generale, un quadro sintetico dell’intervento e dell’idea del ministro Orlando.

Si vedrà, ovviamente, sul lungo periodo, quanto di ciò si riuscirà a implementare e quanto rimarrà sulla carta o nei discorsi: basti ricordare al momento che la questione dei rider è stata spesso discussa a livello sindacale e di giurisprudenza (anche in Cassazione, vedasi qui e qui), ma non a livello politico, mentre a proposito della cassa integrazione è da ricordare il ritardo, se non il fallimento, della stessa a seguito dell’emergenza Covid, nonostante le tante promesse governative.

Sarà il futuro, speriamo immediato, a decidere al riguardo; nel mentre, gli articoli 1 e 4 della Costituzione rimangono per molti una bella, ma inattuata lettera.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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