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La giustizia e il crimine nel grande cinema italiano

Investigatori, giudici inflessibili, criminali spietati o delinquenti per caso. La cinematografia italiana si è occupata del rapporto tra giustizia, crimini e investigazioni a più riprese. Ne abbiamo parlato con Fabio Melelli, critico cinematografico e autore di decine di pubblicazioni sul cinema italiano e sui grandi protagonisti. Emerge un ritratto in chiaro scuro del rapporto tra gli italiani e la giustizia.

Qual è e come descriveresti il rapporto cinema-giustizia in Italia?

E’ un rapporto che si può fare risalire al 1949 quando Pietro Germi realizza ‘In nome della legge’, un film in cui la Sicilia viene raffigurata come il selvaggio West e il giovane magistrato, interpretato da Massimo Girotti, in lotta con la mafia, come un epigono italiano di Henry Fonda o Gary Cooper. In questo caso la “giustizia” viene presentata come una conquista civile ancora da perfezionare in una parte del paese ancora sprovvista di un forte senso dello Stato. Il cinema italiano ha approcciato l’argomento sostanzialmente con due diverse modalità: quella dell’inchiesta e della denuncia, con singole figure di magistrati in conflitto con l’establishment, e quella della satira, come se la giustizia nel nostro paese non fosse una cosa da prendere troppo sul serio.
Quali sono le pellicole più significative?

In assoluto la pellicola più significativa è ‘In nome del popolo italiano’ (1971) di Dino Risi, una corrosiva commedia di costume, in cui si racconta di uno spregiudicato imprenditore, interpretato da Vittorio Gassman, braccato da un giudice idealista che non esita a privilegiare l’ideologia sulla corretta applicazione della legge. In questo film il magistrato, interpretato da Ugo Tognazzi, è restituito in una dimensione decisamente chiaroscurale: da un lato parteggiamo per lui, perché ci rendiamo conto che il suo avversario è un essere spregevole ed eticamente meritevole della più severa condanna, dall’altra riflettiamo sull’incongruenza di una giustizia che può essere piegata agli interessi di una parte. In tempi più recenti sono state realizzate anche pellicole che hanno celebrato il sacrificio di giudici-eroi come ‘Il giudice ragazzino’ (1994) di Alessandro Di Robilant e ‘Giovanni Falcone’ (1993) di Giuseppe Ferrara, film che raccontano di singoli uomini di legge lasciati soli dalle istituzioni.

Prevale più l’ironia o l’impegno civile?
In assoluto prevale l’ironia: il cinema italiano è pieno di figure di legulei azzeccagarbugli e giudici che assistono assonnati e distratti al dibattimento. Quando si pensa agli “avvocati” del cinema italiano saltano subito alla memoria il Vittorio De Sica, legale della maggiorata Gina Lollobrigida in ‘Altri Tempi’ (1952) di Alessandro Blasetti, con la sua grottesca enfasi farcita da improbabili “latinorum”, e il Pietro Tordi, difensore di Marcello Mastroianni in ‘Divorzio all’italiana’ (1961) di Pietro Germi, infaticabile retore che ben restituisce l’immagine dell’avvocato “trombone”. Senza dimenticare che il caratterista che più spesso ha dato vita a figure di avvocati nel nostro cinema è Vincenzo Talarico, il cui divertente strabismo sembra quasi rimandare all’idea di una giustizia che guarda dall’altra parte e non nella giusta direzione.

Una breve panoramica sugli investigatori nel cinema italiano?

Il cinema italiano è ricco di figure d’investigatori, che hanno avuto il loro momento di gloria negli anni Settanta con due filoni di grande successo, il thrilling, originato dal successo dei primi film di Dario Argento, dove l’investigatore è l’uomo qualunque che con il suo acume supplisce all’inefficienza della macchina pubblica, e il poliziottesco, i cui protagonisti erano tutori dell’ordine che non esitavano a ricorrere anche a metodi poco democratici pur di fare prevalere la giustizia, tanto che qualcuno li definiva tout court film “fascisti”. Al di fuori dei generi codificati, si colloca un film come ‘Un maledetto imbroglio’ (1959) di Pietro Germi, tratto da ‘Quer pasticciaccio brutto de via Merulana’ di Carlo Emilio Gadda, in cui lo stesso regista dà vita alla figura del commissario Ingravallo, un investigatore che ha procedure irrituali e fuori dai canoni, criticato dai suoi stessi superiori: è questo un personaggio che funge da modello per tanti film successivi, caratterizzando in profondità la figura dell’investigatore nel cinema italiano, come quella di un uomo solo e sostanzialmente tormentato con un rapporto complicato con le istituzioni.
Quale Italia raccontano queste pellicole?

Dai film di cui abbiamo parlato emerge un’Italia ricca di contraddizioni, problematica, in cui la giustizia è qualcosa di non assodato, ma che deve essere continuamente negoziato. La fiction televisiva, con poche eccezioni (penso soprattutto alle serie ‘Gomorra’ e ‘Romanzo criminale’) ci racconta un mondo sostanzialmente pacificato, senza ombre, in cui tutto viene debitamente illuminato, per non correre il rischio che il pubblico possa sorprendersi a pensare. Il cinema invece ci ha sempre posto di fronte a un paese che non funziona come dovrebbe: da questo punto di vista il grande cinema d’inchiesta di un regista come Francesco Rosi, mostra ancora tutta la sua drammatica attualità.

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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