Il reddito dichiarato e le spese sostenute presentano delle incongruenze, il contribuente giustifica la differenza, ma per l’Agenzia delle Entrate e per il redditometro deve pagare ugualmente.

L’accertamento
La paradossale vicenda ha per protagonista un ex calciatore di serie A, difeso dall’avvocato Daniele Fantini, che si è visto convocare dall’Agenzia delle Entrate Direzione provinciale di Arezzo “per presunte incongruenze tra il reddito dichiarato e le spese sostenute con riguardo all’anno ed al periodo di imposta 2011”, in particolare con la contestazione di “un reddito determinabile sinteticamente ex art. 38 comma 4 DPR 600/73 di € 1.121.500,00 a fronte di un reddito dichiarato pari ad € 610,00”. Il reddito sarebbe stato ricostruito sinteticamente e individuato in “€ 622.582,00 per “Spese certe”, € 6.476,00 per “Spese per elementi certi” ed € 492.442,00 per “Investimenti””. Nel corso del contraddittorio fiscale, però, il contribuente “riusciva a giustificare somme per complessivi € 792.393,00”. LAgenzia delle Entrate, allora, tornava alla carica e notificava un nuovo avviso di accertamento per “un reddito sintetico ex art 38 comma 4 DPR 600/73 di € 329.107,00 di cui euro 23.323,00 per “Spese certe”, euro 6.476,00 per “Spese per elementi certi” ed € 299.308,000 per “Investimenti” e per l’effetto ricalcolava in euro 134.311,00 la maggiore imposta lorda accertata, oltre alle varie addizionali ricalcolate e alle sanzioni per aver dichiarato un reddito inferiore a quello dichiarato per complessivi euro 126.775,80”.

Il redditometro
L’accertamento sintetico da redditometro “tende a determinare attraverso l’utilizzo di presunzioni semplici il reddito complessivo presunto del contribuente mediante i cosiddetti elementi indicativi di capacità contributiva stabiliti dai decreti ministeriali con periodicità biennale – scrive l’avvocato Fantini nel ricorso – Trattandosi di presunzioni semplici di capacità reddituale, però, la norma riconosce al contribuente la possibilità di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi diversi da quelli posseduti nel periodo d’imposta di riferimento, oppure da redditi esenti o soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta”. La presunzione semplice genera l’inversione dell’onere della prova, trasferendo al contribuente l’impegno di dimostrare che il dato di fatto sul quale essa si fonda non corrisponde alla realtà. Ed è quanto ha fatto l’ex calciatore: la giustificazione di spese per un importo pari ad euro 792.393,00 si compone di 577.535,00 euro l’estinzione del finanziamento bancario con la produzione della copia degli assegni circolari incassati per la vendita di un immobile; i bonifici di somme accessorie alla vendita presso un conto corrente diverso, ma sempre intestato al contribuente; l’importo per la vendita di alcuni mobili e d il premio di due polizze vita.

Il ricorso
Al contribuente non rimaneva altro che fare opposizione, invocando la nullità/illegittimità dell’avviso di accertamento e dimostrare di aver “pagato gli importi che vengono contestati nella ricostruzione del reddito sintetico sotto la voce “Investimenti” per complessivi euro 299.308,00 sia con il residuo prezzo riveniente dalla vendita dell’immobile … sia con l’incasso delle suddette polizze vita”. Il contribuente forniva anche un lungo elenco di spese sostenute per lavori di ristrutturazione edilizia. L’estratto del conto corrente, quindi, “costituisce quella prova contraria prevista dall’art. 38 idonea a giustificare che le spese sostenute e sopra meglio individuate sono state finanziate con redditi estranei a quelli dichiarati rientranti nelle categorie previste dalla norma ai fini della legittimità dell’esenzione” si legge nel ricorso dell’avvocato Fantini. “La ulteriore conferma della connessione tra lo smobilizzo patrimoniale (vendita immobile e incasso polizze) e la spesa oggetto di accertamento risulta da diversi elementi, quali la contiguità temporale delle operazioni e la sostanziale corrispondenza dell’importo delle stesse”. Nell’accertamento sono stati commessi anche errori di conteggio per quanto riguarda 17.897 euro pagati per alcuni lavori. “Tale voce si contesta e dovrà essere defalcata per due ordini di ragioni. In primo luogo si produce una scheda contabile proveniente dalla società da cui si evince che il ricorrente non ha corrisposto l’intero importo residuando la somma di euro 1.830. Ne consegue che la voce avrebbe dovuto essere inserita per euro 16.067,00 (17.897,00 – 1.830,00) e non per l’intero importo” si legge nel ricorso.
Come non è stata accettate la voce “Spesa certa” per energia elettrica, pagata sempre con somme provenienti dalla vendita dell’immobile. Discorso che vale anche per le altre spese di assicurazione, trasporti, spese mediche oppure tutte quelle voci che “dovranno essere escluse dal reddito sintetico le spese per elementi certi relativi alle autovetture e motovetture. Dagli estratti si evince, infatti, che … ha effettuato alcuni pagamenti sia per l’acquisto di materiale e pezzi di ricambio dei propri mezzi sia per il pagamento delle relative assicurazioni”.

L’atto errato
Nell’atto dell’Agenzia delle Entrate, inoltre, non è indicato quanto “asseritamente evaso”. “In altri termini, non è dato sapere quale possa essere stata, anche presuntivamente, la fonte del reddito accertato, sicché ci si domanda con quali criteri sia stato calcolato il maggior onere fiscale che … avrebbe evaso. Ne consegue l’impossibilità di comprendere quale o quali siano le specifiche fonti reddituali da cui deriverebbe il maggior reddito accertato, considerando che … nell’anno in questione aveva terminato l’attività professionistica di calciatore”. Una parte della cifra contestata (88mila euro), infine, non risulta nella dichiarazione dei redditi perché pagata sempre per lavori di ristrutturazione nell’anno solare successivo alla contestazione dell’Agenzia delle Entrate.
Sussiste anche un problema di nullità dei decreti ministeriali che disciplinano il redditometro “in quanto emanati senza che la legge abbia mai attribuito al governo il potere di attuare tale materia”. Tanto che “il giudice tributario ha il potere di disapplicarli, con conseguente nullità anche dello stesso accertamento fiscale basato su tale strumento” scrive ancora l’avvocato Fantini. Per il Tribunale di Napoli, inoltre, “il redditometro è nullo perché raccoglie dati delicatissimi del contribuente, attinenti alla sfera più personale della sua quotidianità, come quelli della salute e dei consumi giornalieri. Il che può sfociare in un’azione troppo invasiva per la sfera privata dei cittadini. Con questo sistema – sentenziano i giudici – l’Agenzia delle Entrate si autoattribuisce un potere di raccogliere e immagazzinare ogni singolo dettaglio, dal più insignificante al più sensibile della vita di ciascun componente di un nucleo familiare”.
Secondo l’avvocato Fantini “l’ultimo profilo di nullità del redditometro affrontato dalla pronuncia in commento è la discriminazione che esso compie tra i contribuenti italiani. È risaputa la differenza, in termini di potere di acquisto e di costo della vita, nelle varie regioni d’Italia, sicché non si può applicare, su tutto il territorio, lo stesso metro di valutazione delle spese. Il redditometro è dunque discriminatorio perché non prevede diversificazioni territoriali tra cittadini che abitano in luoghi profondamente differenti in quanto a capacità di spesa (una cosa è la grande metropoli, altra cosa il piccolo centro di provincia)”.

Il giudizio
Da qui la richiesta di “sospensione dell’efficacia esecutiva dell’avviso di accertamento” e la dichiarazione di nullità dell’avviso di accertamento. Richieste che hanno incontrato l’accoglimento totale da parte della Commissione tributaria di Arezzo, ma con spese compensate. Il contribuente, quindi, ha dovuto pagare per difendersi da un errore dell’ente di riscossione.

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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