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Alimenti e salute pubblica, stop ai veleni nel piatto con i nuovi reati di agropirateria

La sicurezza alimentare, la scienza e le leggi a tutela del consumatore. Il codice penale italiano si rinnova nella parte che riguarda i veleni nel piatto: si guarderà più alla salute pubblica, all’avvelenamento delle acque e degli alimenti, all’adulterazione e vengono inseriti nuovi reati come l’agropirateria e il disastro sanitario. Giustizia e Investigazione propone un’intervista al professor Beniamino Cenci Goga, medico veterinario, esperto Efsa, diplomato college europeo di sanità pubblica, alla luce del disegno di legge sulle nuove norme in materia di reati agroalimentari, un provvedimento improntato alla «science-policy interface, ossia della necessità di promulgare fonti del diritto che tengano in considerazione la conoscenza scientifica» dice il professore Cenci Goga.
Reati agroalimentari, cibi adulterati, sostanze nocive, di cosa parliamo per intenderci?

«Senza entrare nei meandri del codice civile e penale (cito solo l’articolo 440 C. P. : “Chiunque corrompe o adultera acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, rendendole pericolose alla salute pubblica, è punito con la reclusione da tre a dieci anni. La stessa pena si applica a chi contraffà, in modo pericoloso alla salute pubblica, sostanze alimentari destinate al commercio”), è opportuno fare riferimento al Regolamento 178 del 2002 del Parlamento europeo e del consiglio che fu promulgato in risposta all’ondata di sfiducia, da parte dei consumatori, che coinvolse il mondo politico e scientifico, dopo i gravi problemi sanitari degli anni ‘90 come quelli legati alla BSE, alla contaminazione di certi alimenti con la diossina e all’influenza aviaria. Con quel regolamento, che stabilì i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare e che istituì l’Autorità europea per la sicurezza elementare (Efsa) il legislatore europeo desiderava “…contribuire ad un elevato livello di protezione della salute dei consumatori nel campo della sicurezza alimentare e quindi di ripristinare e mantenere la fiducia dei consumatori”. Il cibo può venire a contatto con molte sostanze naturali o artificiali durante la raccolta, la produzione o la preparazione. Sono incluse tra queste le sostanze presenti naturalmente (pervenute), quelle prodotte durante i processi lavorativi (neoformate) e quelle somministrate agli animali (aggiunte). Nell’ambito della sicurezza alimentare si tende a fare molta più attenzione all’origine del cibo, al suo contenuto, alle modalità con le quali gli animali sono stati allevati o i prodotti vegetali coltivati e infine a come il nostro governo decide quale cibo sia sicuro per la collettività».

Qual è la filiera della salute pubblica in questo ambito?

«In tutti i paesi dell’Unione le questioni relative alla tutela dei consumatori in tema di sicurezza alimentare e a quella dei produttori sono di competenza esclusiva dello stesso dicastero, in generale quello dell’agricoltura, mentre nel nostro paese i Servizi veterinari sono inquadrati nel Ministero della Sanità sin dal 1958 quando l’organizzazione sanitaria dello stato comprendeva le seguenti autorità sanitarie: Ministro della Sanità, prefetto, medico provinciale, veterinario provinciale, sindaco, ufficiale sanitario. In precedenza la tutela della Sanità pubblica era stata affidata al Ministero dell’interno e quindi all’alto commissariato per l’igiene e la sanità pubblica. L’attuale organizzazione del Governo prevede, tra l’altro, la ridenominazione del Ministero della Sanità in Ministero della Salute, che si articola in Direzioni, tra le quali va citata la Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione. Il coordinamento di tutte le direzioni è affidato a un segretariato generale presieduto tradizionalmente da un medico veterinario. Il segretario generale, che opera alle dirette dipendenze del ministro, assicura il coordinamento dell’azione amministrativa, provvede all’istruttoria per l’elaborazione degli indirizzi e dei programmi di competenza del ministro, coordina gli uffici e le attività del Ministero, vigila sulla loro efficienza e rendimento e ne riferisce periodicamente al ministro. Esiste, inoltre, una serie di fonti del diritto, sia europee sia nazionali, nel settore agroalimentare, con cui è disciplinato il sistema di rintracciabilità per ogni operatore della filiera, compresa l’indicazione in etichetta della provenienza delle materie prime».

Quali sono le garanzie per il consumatore?

«La risposta va cercata nella definizione di “analisi del rischio”. L’analisi del rischio è oggi lo strumento principale, riconosciuto dalla normativa comunitaria, sul quale basare la garanzia della sicurezza alimentare. Nasce dalla necessità di rendere più efficaci ed efficienti le misure per la garanzia della sicurezza degli alimenti e, contemporaneamente, permettere un confronto oggettivo tra i livelli di protezione dei consumatore attuati nei diversi Paesi e regolare, conseguentemente, gli scambi internazionali di derrate alimentari. È stato ufficialmente introdotto dal regolamento 178/2002 e riporta come “Le misure adottate dagli Stati membri e dalla Comunità in materia di alimenti e di mangimi secondo le disposizioni normative più recenti, devono basarsi sull’analisi del rischio”. Si basa su una metodologia, ormai internazionalmente condivisa, che si compone di tre elementi distinti ma tra loro strettamente correlati; la valutazione, la gestione e la comunicazione del rischio. Gli schemi ai quali si fa riferimento sono stati proposti dalle principali organizzazioni internazionali, tra tutte FAO/WHO che hanno elaborato una serie di documenti specifici relativi alla valutazione del rischio microbiologico, chimico, alla gestione del rischio e alla sua corretta comunicazione. Il fine essenziale è valutare l’effettiva portata di un rischio per i consumatori legato a determinati pericoli (di natura biologica, chimica o fisica) in specifiche categorie di alimenti, individuare i più opportuni strumenti per gestirlo (decidere se è accettabile o valutare eventuali misure di controllo o riduzione) e comunicare le corrette informazioni ai consumatori ed agli altri stakeholders. Il concetto di rischio, infine, permea anche l’applicazione pratica dello strumento del controllo da parte degli organi ufficiali di vigilanza, quando sono chiamati ad intervenire nel controllo delle aziende alimentari secondo schemi basati sulla categorizzazione del rischio, anch’essi frutto di una valutazione scientifica sulla base delle tipologie di prodotti, volumi di produzione e rischio intrinseco della filiera».

Qual è il suo compito professore?

«Io sono un professore universitario che svolge attività di ricerca nell’ambito della sicurezza alimentare. Inoltre come esperto dell’Efsa sono spesso chiamato a fornire la mia consulenza per la emanazione di pareri e opinioni. L’Efsa, infatti, con il contributo di esperti e di gruppi di lavoro, ha il compito di fornire pareri scientifici e valutazioni del rischio su questioni specifiche poste dagli organi di gestione del rischio, ossia le istituzioni dell’Unione Europea con responsabilità politica: Commissione europea, Parlamento europeo e Consiglio dei ministri dell’Unione europea. I pareri dell’Efsa, improntati al massimo rigore scientifico hanno così il compito di indirizzare gli atti normativi e i regolamenti per la tutela del consumatore in rapporto alla sicurezza degli alimenti. Oggi si parla molto di science-policy interface, ossia della necessità di promulgare fonti del diritto che tengano in considerazione la conoscenza scientifica. Infatti, il primo e più ovvio insieme di intersezione tra scienza e politica si riferisce al fatto che la conoscenza scientifica è un ingrediente molto comune del processo decisionale, e la scienza è spesso chiamata a fornire soluzioni ai problemi della società. Ecco, come ricercatori siamo spesso chiamati a dare il nostro contributo a chi poi ha la responsabilità di fare le leggi. Nel campo della sicurezza alimentare è, peraltro, difficile stabilire se un cibo sia sano o meno, anche perché non si può provare che sia interamente pericoloso o altrettanto sicuro; sarà al massimo possibile stabilirne il grado di pericolosità in determinate condizioni. Del resto come risulterebbe impossibile richiedere un alimento completamente sicuro, potrebbe, invece, essere plausibile la richiesta di alimenti nei quali siano stati ridotti i potenziali pericoli. Sin quando la possibilità di essere danneggiati da questi potenziali pericoli viene chiamata rischio, l’analisi dei rischi potrebbe essere meglio definita come la “scienza della sicurezza”, dato che la gestione dei rischi ne è una parte essenziale. Un’importante discussione in ambito nazionale e internazionale, riguarda il ruolo che la precauzione dovrebbe avere nel guidare le decisioni politiche. Questa considerazione sulla sicurezza alimentare riflette la necessità di trovare un equilibrio tra il raccogliere i benefici della tecnologia e l’innovazione da un lato e l’evitare o minimizzare i rischi di effetti avversi inaccettabili del progresso tecnologico dall’altro. È stata proprio l’esperienza con gli inaspettati effetti avversi dei nuovi prodotti chimici, vissuta nella prima metà del secolo scorso, che ha portato a un crescente supporto per l’applicazione del “principio o approccio cautelativo”, ossia del più noto “principio di precauzione”. Tale approccio cautelativo richiede lo sviluppo di metodi migliori per la prevenzione degli effetti contrari delle nuove tecnologie, e di riesaminare le tecnologie più attentamente, esplorando vie alternative per trarre benefici e al contempo minimizzare gli effetti collaterali, prima che qualsiasi altra innovazione sia largamente adottata. I dati sugli effetti delle singole sostanze non possono essere usati per prevedere gli effetti dell’interazione di una molteplicità di sostanze chimiche alle quali i consumatori sono esposti quotidianamente. I metodi di valutazione per i pericoli associati al cibo, come i contaminanti microbiologici o gli Ogm sono in realtà meno sviluppati rispetto a quelli per i prodotti chimici. È tuttavia possibile talvolta, usando gli strumenti disponibili per la valutazione del rischio, essere ragionevolmente certi che il cibo sia “sicuro”. L’essenza della “valutazione cautelativa del rischio” è quella di trattare questioni scientifiche in maniera “scientifica”, invece che trattarla in maniera “politica”. Una valutazione cautelativa del rischio ha bisogno di un approccio ampio, con la definizione di una gamma di domande collegate ai rischi specifici che richiedono risposte concrete. La distinzione concettuale tra la valutazione del rischio (comprensione) e la gestione dello stesso (azione) è utile per varie finalità di rilievo, come isolare l’attività scientifica dalle pressioni politiche e mantenere la distinzione tra la dimensione del rischio e il costo per fronteggiarlo. Per la finalità di perfezionare la comprensione delle decisioni attinenti al rischio e rendere questa comprensione più ampiamente accettata, una rigida distinzione di questo tipo davvero non aiuta. Questo perché le attività analitiche, generalmente considerate come parte della valutazione del rischio, non sono sufficienti da sole a garantire la necessaria comprensione. Tuttavia la gestione del rischio, pur dipendendo dalla scienza, non è un’attività esclusivamente scientifica: è piuttosto un processo di decisioni che implica considerazioni politiche, sociali ed economiche per sviluppare, analizzare e confrontare le varie possibilità normative. Tutto ciò allo scopo di scegliere la risposta normativa più adeguata per un potenziale pericolo per il consumatore».

Come valuta il disegno di legge contenente “Nuove norme in materia di reati agroalimentari”?

«Il disegno di legge ha lo scopo di riorganizzare una materia considerata ormai non più al passo dei tempi e delle innovazioni tecnologiche anche nel settore della produzione e distribuzione degli alimenti. Grande enfasi è data al settore delle frodi e delle contraffazioni con l’introduzione del reato di agropirateria, che per far comprendere meglio ai nostri lettori potremmo assimilare al reato di associazione per delinquere. In sostanza, se il disegno di legge dovesse essere approvato nei termini attuali, sarebbe possibile punire in maniera più mirata la vendita di prodotti alimentari che hanno false certificazioni di qualità e/o contraffatti; con aggravanti in caso di finti documenti di trasporto o di simulazione dei metodi di produzione».

Con questo disegno di legge l’utente finale sarà più garantito?

«Sebbene molti esperti stiano criticando il disegno di legge sia nei contenuti sia nella tempistica, io credo che fosse necessaria questa riorganizzazione delle cosiddette norme penali, che risalgono agli inizi del 1900. Era, quindi, opportuna un’operazione di riordino e di adeguamento degli strumenti esistenti, soprattutto nel contesto attuale, caratterizzato da forme diffuse di criminalità che alterano la leale concorrenza tra le imprese ed espongono i consumatori a nuovi rischi».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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