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Alma Shalabayeva venne sequestrata, la Procura di Perugia chiude le indagini

Chiusa l’inchiesta della Procura di Perugia sul caso di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente politico kazako Muktar Ablyazov espulsa dall’Italia nel maggio 2013 in violazione del diritto d’asilo e contro la sua volontà insieme alla figlia di sei anni. I magistrati parlano di «concreti rischi di subìre violazioni dei diritti umani». Falso e sequestro di persona sono le accuse contestate a vario titolo all’ex ambasciatore kazako Andrian Yelemessov, all’attuale capo dello Sco Renato Cortese (ex capo della squadra mobile romana) e al questore di Rimini Maurizio Improta (già capo dell’ufficio immigrazione in via San Vitale). L’avviso di conclusione è stato notificato anche al giudice di pace Stefania Lavore che ha convalidato il fermo della donna – il coinvolgimento del magistrato ha trascinato l’inchiesta a Perugia per competenza territoriale – ma presunti abusi e omissioni vengono contestate anche ad altre sette persone: i diplomatici Nurlan Khassen (primo segretario) e Yerzhan Yessirkeepov (incaricato agli affari consolari), che però non sono processabili in quanto godono dell’immunità diplomatica, e cinque poliziotti della squadra mobile e dell’immigrazione. Nei venti capi d’imputazione manca la politica, non c’è il movente, non è stato possibile risalire il mandante di un ordine «deciso dall’alto». Nell’atto di chiusura delle indagini firmato dal procuratore capo Luigi De Ficchy, dall’aggiunto Antonella Duchini e dal pm Massimo Casucci, non si legge il nome di chi, a livello ministeriale, avrebbe avallato quell’extraordinary rendition. Su indicazione dell’ambasciata kazaka nel maggio 2013 la polizia fece irruzione in una villetta alla periferia di Roma per arrestare Ablyazov ma lui non c’era e così al termine di un veloce iter amministrativo e giuridico Alma Shalabayeva e la figlioletta vennero caricate su un volo privato pagato dal governo asiatico in direzione Astana. L’avviso di conclusione indagini è il preludio alla richiesta di rinvio a giudizio. L’indagine della Procura umbra è durata due anni (considerata la proroga). Se fossero stati coinvolti i vertici del Viminale – come avvenne nel 2010 per il ministro Pietro Lunardi indagato insieme al cardinal Crescenzio Sepe in una ‘costola’ dell’inchiesta sulla Cricca del G8 – i faldoni sarebbero stati trasmessi al tribunale dei ministri.

di Enzo Beretta

(articolo già pubblicato su www.umbria24.it)

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