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Ancora sulla guerra fra i sessi

La volta scorsa abbiamo parlato delle recenti vicende dell’invasione di denunce per molestie sessuali, precisando che non è strano che ora fiocchino denunce quando prima era un costume palpeggiare e fare avances alle donne, che si guardavano bene dal denunciare, prive di autonomia, autostima ed indipendenza. Precisavo anche che non siamo davanti ad un problema giudiziario, ma prima di tutto culturale e sociale, là dove dobbiamo insegnare agli uomini che le donne sono soggetti e non oggetti e, quindi, non tenute a soddisfare ogni voglia o desiderio più o meno narcisista degli stessi.

Come ora le donne si sono ribellate ad avances spinte, palpeggiamenti e comportamenti analoghi, vedo arrivare all’orizzonte un nuovo fronte di denunce da parte del femminile contro il mondo maschile. Ho già visto i primi processi che portano nelle aule giudiziarie questo nuovo fronte di guerra e penso che siamo veramente ai primi, anche se nel caso in specie conterà probabilmente l’età dei protagonisti a limitarne il numero. Mi spiego meglio.

La convenzione di Istanbul del 2011, legge cogente in Italia dal 2014, ha sancito varie forme di violenza fra cui quella psicologica, che io avevo tentato di introdurre in Italia giurisprudenzialmente già nel 1998, come scrivo in “Violentia, Violentiae” libro edito nel 2014 da Marco Del Bucchia editore. Nel 1998 ero sostituto procuratore della Repubblica e formulai un capo di imputazione per maltrattamenti psicologici, fatti cioè con violenza non fisica ma psicologica, con parole pesanti e offensive che colpivano la vittima, in quel caso moglie, nella sua stima di sé. Feci il ragionamento che colpire la propria autostima creava lo stesso danno che colpire il corpo fisico, forse anche di più perché le conseguenze potevano essere peggiori. L’accusato, marito traditore, patteggiò la pena, una pena ridicola alla luce dell’evoluzione odierna del concetto di maltrattamenti psicologici ( patteggiò otto mesi di reclusione, ora non si scende sotto i due anni), ma il suo avvocato mi guardò inorridito dicendomi che avevo fortuna che i sensi di colpa del suo assistito lo avevano portato al patteggiamento, ma le mie accuse erano da “matta”. Bene quelle accuse da “matta” ora sono legge dello Stato, e non solo di quello italiano, sono legge nel primo atto internazionale contro la violenza di genere.

Dunque considerando come sono state improntate finora la maggioranza delle relazioni familiari, con tanto di capofamiglia, patria potestà e ruolo maschile possiamo immaginare che la considerazione del femminile sia stata minima ed il trattamento riservato alle donne non sia stato brillante in fatto di rispetto, non posso che immaginare che le donne, svegliandosi dal letargo in cui sono state costrette, inizieranno a capire che il comportamento loro riservato non è consono alla legge attuale, oltre che al costume attuale, e forse inizieranno a denunciare.

Ne ho avuto le prime avvisaglie in due processi che sono uno spaccato di questa nuova sensibilità femminile inserita in una società ancora patriarcale come mentalità, dove i coniugi, ormai anziani, si scontravano su fatti che nel complesso non sono violenze fisiche e neanche psicologiche nel senso stretto della, parola, ma dimostravano che in quella famiglia la donna era in secondo piano rispetto al marito, succube delle sue scelte e decisioni, senza poter interloquire. Il marito, accusato, era incredulo come se fosse atterrato su Marte e noi marziani gli dicessimo cose stranissime, come quella di tenere conto della moglie e della sua opinione. In particolare ho visto nelle loro facce lo stupore come a dire “che state dicendo siete pazzi, come non posso comandare mia moglie?”. Da ciò mi immagino che il fronte dei maltrattamenti in famiglia sarà il prossimo, mitigato probabilmente dal fattore generazionale, interessando il fenomeno più le coppie anziane che quelle giovani ( almeno si spera).

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