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Caso Khashoggi, interrogativi e dubbi sull’Arabia Saudita

Il caso della scomparsa di Jamal Khashoggi, che secondo quanto fatto trapelare dai servizi segreti turchi sarebbe stato torturato, ucciso e fatto a pezzi all’interno del Consolato dell’Arabia Saudita ad Istanbul, presenta degli aspetti di difficile lettura. Il primo elemento che necessita di essere chiarito, è quale potesse essere l’effettivo livello di pericolosità di Jamal Khashoggi per il nuovo corso della casa regnante dei Saud, ritenuto evidentemente tale da giustificare un’azione di rara efferatezza, i cui contraccolpi politici a livello internazionale sono di difficile previsione ma certamene significativi negli effetti.

Jamal Khashoggi, autoesiliato negli Stati Uniti da quando il principe ereditario Mohammad Bin Salman ha di fatto preso il potere, era un giornalista ed editorialista del Washington Post, oltre ad essere stato per molti anni consulente del principe Turki al Faisal, ex capo dell’intelligence di Riad e ambasciatore nel Regno Unito e negli Stati Uniti, noto per i suoi controversi rapporti con Osama Bin Laden e per il suo sostegno alla linea diplomatica nei confronti dell’Iran. Nei suoi articoli, Khashoggi aveva più volte manifestato, oltre a posizioni vicine agli orientamenti della Fratellanza Musulmana e del Qatar, un atteggiamento oltremodo critico nei confronti della propagandata posa riformista del nuovo principe erede al trono, dell’intervento militare in Yemen e della campagna di repressione del dissenso interno.

Quanto al teatro scelto per l’azione, anche questo elemento riveste una particolare importanza nell’ottica di una lettura complessiva, in quanto la Turchia sostiene Doha contro il blocco diplomatico e commerciale imposto dai sauditi, e si contrappone a Riad su altre importanti questioni, quali il conflitto siriano e il dossier iraniano. Questa vicenda è dunque destinata ad inasprire ulteriormente i già conflittuali rapporti tra i due paesi, tanto più che i servizi segreti turchi sembrano intenzionati a rivelare al mondo i termini esatti della ferocia saudita impiegata nel caso Khashoggi, anche a costo di compromettere i sistemi utilizzati per spiare le sedi diplomatiche straniere.

Sebbene molti analisti abbiano interpretato l’azione di Riad come una “prova di forza” di Bin Salaman contro gli oppositori, sia interni sia esterni, al pari di quelle recentemente messe in campo dalla Russia nel caso Sergei Skripal e dalla Cina in quello del direttore dell’Interpol Meng Hongwei, risulta evidente una eccessiva sproporzione nel rapporto “costi-benefici” dell’episodio.

Era infatti fin troppo semplice prevedere come l’efferata uccisione – o la misteriosa sparizione – di un giornalista del Washington Post, avrebbe determinato delle reazioni forti negli Stati Uniti, soprattutto nel mese precedente alle elezioni di medio termine per il Congresso. Riad non può permettersi di fare a meno del sostegno di Trump, il quale, rivoluzionando la linea seguita da Obama nel corso dei suoi precedenti mandati, ha consentito ai sauditi di recuperare terreno nel conflitto con l’Iran per l’egemonia regionale ed in quello interno al mondo sunnita con il Qatar e la Turchia. La nuova linea dell’Amministrazione americana sulle questioni mediorientali, oltre che su valutazioni legate alla pericolosità dell’Iran e alla effettiva natura politica del movimento della Fratellanza Musulmana, aveva fatto perno sull’avvio di una fase di modernizzazione dell’Arabia Saudita e di abbandono del fondamentalismo religioso. In quest’ottica Bin Salaman si è fatto promotore di una serie di aperture sul piano dei diritti delle donne e in merito ai poteri riconosciuti alla polizia religiosa, ed ha varato un programma economico decennale – Saudi Vision 2030 – volto ad affrancare il Paese dalla dipendenza dal petrolio. Tuttavia, nessun progresso si è registrato sul piano della libertà di stampa, sulle garanzie processuali e sulle libertà politiche, tanto da consentire nel novembre scorso, l’arresto di ben 381 illustri uomini d’affari, principi ed ex ministri, nel quadro di una asserita “campagna anticorruzione” che aveva in realtà lo scopo di neutalizzare rivali e oppositori politici.

Questo nuovo brutale caso di repressione del dissenso, rischia di compromettere la credibilità della nuova leadership saudita e di danneggiare in modo significativo i rapporti con gli Usa, in quanto, dopo giorni di comprensibile prudenza, lo stesso Trump ha parlato di una “severa punizione” da infliggere a Riad nel caso in cui fosse confermata una responsabilità saudita nell’accaduto, lasciando presagire un possibile cambiamento di linea in medioriente.

Attualmente, l’Arabia Saudita si trova impantanata nella guerra in Yemen, irrigidita nel braccio di ferro politico-diplomatico con il Qatar e, sul fronte siriano, bloccata davanti ad un significativo ridimensionamento delle sue aspirazioni a vantaggio dell’Iran.

L’esercito saudita, inoltre, strutturato da sempre in modo da non poter rappresentare una minaccia per la famiglia reale dei Saud, risulta completamente dipendente dal sostegno americano.

Dunque, sebbene Bin Salaman abbia già dimostrato una certa spregiudicatezza con il sequestro del Premier libanese Saad Hariri e con l’embargo pressochè totale al Qatar, appare dubbio che si sia spinto ad un tale livello di rischio, soltanto per compiere un atto dimostrativo a scopo intimidatorio, ossia la cosiddetta “prova di forza” cui molti analisti hanno fatto riferimento. È pertanto lecito chiedersi quanto sia in realtà saldo il suo potere sul piano politico interno, e quali siano e come si stiano muovendo sul piano internazionale i fronti di opposizione.

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