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Arcipelago ONG, non solo salvataggi umanitari. Libro-inchiesta sui traffici nel Mediterraneo

Missioni umanitarie o traffico di esseri umani? Accoglienza di chi ha realmente bisogno, perché in fuga da guerre o da persecuzioni, o eliminazione di qualsiasi confine con il rischio di trovarsi di fronte una marea umana senza alcun diritto e alcuna speranza? Il libro “Arcipelago Ong. Inchiesta sulle navi umanitarie” di Giuseppe De Lorenzo (edizioni La Vela) spiega pagina dopo pagina cosa è accaduto, e accade ancora, nel Mediterraneo. Un volume che fa i conti di questa enorme missione di salvataggio: 4,2 miliardi di euro l’anno per recuperare, curare e mantenere in costose strutture persone che molto spesso non hanno diritto all’asilo o alla protezione. Un esercito di invisibili che non hanno speranza se non quella di finire in mano alla criminalità. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Ong nel Mediterraneo, come è nato questo libro-inchiesta?

«Il libro nasce da una serie di inchieste che avevo realizzato per “Il Giornale” prima e nei giorni in cui scoppiò il caso-Ong. Io e altri colleghi per primi avevamo cominciato ad osservare da vicino le attività delle Ong nel Mediterraneo. I servizi che fino a un anno fa i media avevano realizzato sulle organizzazioni non governative del mare era stato il semplice racconto dell’encomiabile lavoro degli “angeli dei profughi”. Eppure i fatti dimostrano che dietro le attività di ricerca e soccorso non c’è solo l’intento umanitario. Ci sono motivazioni politiche, spinte ideologiche, ingenti finanziamenti e approcci tutt’altro che corretti nei confronti di uno Stato, l’Italia, che si è ritrovata con attori privati a gestire de facto la sua politica migratoria».

Dalle pagine emerge il sospetto che non sia solo un’operazione umanitaria, chi finanzia le ONG?

«Nel libro ho cercato, per quanto possibile, di analizzare i conti e i bilanci delle diverse Ong. Lavoro non facilitato dal fatto che molte di queste hanno dimostrato un deficit di trasparenza. Molte delle risorse arrivano da finanziatori privati, spesso normali cittadini, convinti dai racconti delle missioni realizzati da ottimi uffici stampa e di comunicazione. Poi ci sono fondi pubblici, anche di Stati esteri che poi non si fanno carico dei migranti recuperati in mare (leggi Spagna e Svizzera), aziende e finanziatori privati (i cui nominativi a volte vengono nascosti per motivi di privacy)».

Il tuo libro e un’indagine parlano apertamente di collusioni con gli scafisti, qual è la situazione?

«Nel libro spiego di non avere elementi per dimostrare una collusione diretta tra trafficanti e operatori delle Ong. Per quello ci sono i magistrati al lavoro, con diverse inchieste, per fare chiarezza su operazioni di soccorso che, a prima vista, sembrano davvero fatte “su appuntamento”. Oltre ovviamente ai video e le testimonianze che nel tempo sono emerse: scafisti che accompagnano barconi verso le navi umanitarie, operatori Ong che non hanno problemi a condividere tratti di mare con i trafficanti, intercettazioni, dichiarazioni degli stessi criminali fatti a giornalisti e via dicendo. Tuttavia, se non posso certificare una “collusione”, nel senso di reato, tra scafisti e Ong, nel libro ho provato ad analizzare i vantaggi che la presenza delle navi umanitarie al largo della Libia ha prodotto in favore dei criminali di Tripoli. Gli incassi dei trafficanti si sono moltiplicati negli anni di massima attività delle Ong. Le loro missioni hanno permesso agli organizzatori dei viaggi della morte di ridurre i costi sia in termini economici (meno benzina, barche fatiscenti, carico maggiore) sia in termini legali. I trafficanti, infatti, non sono più costretti ad accompagnare i natanti fino a Lampedusa (col rischio di essere arrestati, ma si possono accontentare di fargli superare le acque territoriali libiche in attesa che arrivi una Ong a recuperarli».

Le ONG operano nell’illegalità?

«Sarà la magistratura ad accertarlo (o meno). Di certo in molti casi ci sono i presupposti per parlare di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Che però è un reato particolare, che in ambito internazionale (come il mare) è in conflitto con le regole sul diritto alla migrazione e alla richiesta di diritto d’asilo. Io dunque focalizzerei l’attenzione sull’opportunità politica dell’azione delle Ong. Come disse di fronte alla Commissione parlamentare il pm di Catania, Carmelo Zuccaro, uno Stato non può delegare la sua politica migratoria ad associazioni private con sedi in Paesi esteri».

Perché si spingono fin davanti alle coste africane per recuperare migranti?

«Perché perseguono due scopi. Il primo è quello umanitario: effettivamente le Ong hanno desiderio di salvare vite in mare. Ma la vera benzina che muove le loro navi è quella ideologica: intendono abbattere quella che loro chiamano la “Fortezza Europa”. Fanno pressione sugli Stati e sull’Ue per aprire tutte le frontiere e creare un mondo dove ognuno è libero di andare dove vuole».

I centri di accoglienza e i costi?

«L’arrivo massiccio di immigrati in Italia ha creato un nuovo mercato: quello dell’accoglienza. Alberghi vuoti sono tornati pieni, palazzinari in crisi hanno ripreso ad affittare i loro appartamenti, cooperative che prima assistevano anziani si sono convertite ai migranti e via dicendo. L’Italia investe oltre 4,6 miliardi di euro l’anno in strutture di accoglienza fatiscenti, poco controllate e in cui i migranti non vivono in condizioni accettabili. In una inchiesta realizzata sempre per “Il Giornale”, insieme ad un esperto contabile, abbiamo calcolato che una cooperativa sui 34 euro (circa) incassati dallo Stato per i servizi di accoglienza per ogni profugo può recuperare un margine (guadagno) che va dai 4 agli 8 euro. Significano migliaia di euro al mese, milioni all’anno. Basta tagliare sui costi di cibo, personale, vestiario, servizi offerti. Tanto nessuno controlla che il capitolato del bando venga davvero rispettato».

Il ruolo dell’Italia e dell’Europa?

«L’Italia, scrivo nel libro, ha avuto negli ultimi anni (prima delle politiche messe in campo da Marco Minniti) il ruolo dello scemo. Con l’Europa che fingeva solidarietà. Per tre anni ci siamo accollati il peso (e il costo) della gestione della frontiera sul dell’Ue, mentre Malta e altri paesi limitrofi non facevano nulla. Non è un caso se tutti i migrati recuperati in mare venivano traghettati in Italia: i nostri governi non sono stati in grado di ottenere dall’Europa l’appoggio necessario per riportare la legalità nel Mediterraneo. Ci siamo limitati a subire».

Chi gestirà il nuovo canale umanitario e chi decide i meritevoli di aiuto?

«Finalmente qualcosa si è mosso. L’accordo con la Libia e le motovedette regalate a Tripoli hanno ampliato la capacità contenitiva dell’immigrazione da parte del governo del paese africano. Non è un caso se, come successo negli ultimi mesi, le Ong criticano gli accordi tra Italia e Libia. Per loro è insostenibile che i migrati possano essere presi dalle motovedette di Tripoli e riportati in Africa. L’obiettivo dell’Europa deve essere quello di fare una scrematura sul posto dei migranti con buone possibilità di ottenere asilo politico. Ricordiamo che, secondo i dati del Viminale, solo il 5% dei richiedenti ottiene lo status di profugo».

Rapporto migranti-lavoro-pensioni per gli italiani, realtà o messaggio mediatico per convincere gli italiani?

«Sulle pensioni il discorso secondo me è strumentale. L’unico vero modo per risolvere il nodo pensioni è sostenere le famiglie italiane nel fare figli. Invece di pensare all’immigrazione, fosse per me suggerirei ai partiti di varare vere misure per la famiglia. Con 4,6 miliardi all’anno si potrebbero far miracoli».

Il futuro dello ius soli secondo te?

«Credo che lo Ius soli uscirà per un po’ dai radar del dibattito politico. Tema troppo spinoso e divisivo per essere affrontato dopo elezioni che hanno frastagliato il panorama partitico italiano».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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