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Paola Corsignano Carrieri, balistico

Armi da fuoco e legittima difesa. Scarrelliamo o deponiamo l’arma?

Se a qualcuno dovesse saltare in mente di entrare, nel cuore della notte, in casa mia, io vorrei poter difendere l’incolumità delle persone che con me convivono. Ovvio, no?

“Legittima difesa”. Una espressione che evoca concetti congiunti. Autotutela ed istinti primordiali. Reazione difensiva contro azione offensiva. Repressione del pericolo di un danno ingiusto. Con l’andar del tempo, la legittima difesa, intesa non già solo come istituto giuridico, bensì nell’accezione di mera condotta, paradigmata ai canoni etici dell’ordinamento, è apparsa come specchio di crescita sociale e civile.

Memorabili i concetti basilari ereditati da brocardi latini ancor oggi inconfutabili: “Vim vi repellere licet”, è lecito respingere la violenza con la violenza; “Necessitas non habet legem, sed ipsa sibi facit legem”, la necessità non conosce leggi, ma diventa essa stessa legge; “Adgreditus non habet staderam in manu”, l’aggredito non ha una bilancia in mano.

La richiesta di proporzionalità tra difesa ed offesa, il rapporto cronologico tra offesa temuta e reazione difensiva, correndo il rischio di sfociare nell’eccesso colposo di legittima difesa, a fronte di una reazione di difesa che, dall’alto, potrebbe etichettarsi come “eccessiva”. Quando la difesa si risolve nell’unica opzione praticabile per difendere se stessi, i propri cari, i propri beni tanto da costringere ad una “resistenza armata”. Giurisprudenza e dottrina ne discutono da tempi immemori.

Ma il nostro ordinamento a che punto è?

Intanto, ricordiamoci che l’arma è priva di sentimenti, incapace di intelletto, impossibilitata a provare pietas; è semplicemente uno strumento, un “ferraccio” (e non mi si offenda il polimero!). Chi ha mai visto un’arma alzarsi da una sedia e procedere verso un bersaglio per annientarlo?

L’incognita, e dunque ciò che dovrebbe “spaventare”, è l’essere umano, quello che custodisce nella mente e nel cuore. E di cui non ci è dato di aver contezza. Questo discorso è applicabile tanto all’aggressore quanto all’aggredito.

La norma ex articolo 52 codice penale, “legittima difesa”, così dispone: Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.

Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a) la propria o la altrui incolumità;

b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.

Dunque, la legittima difesa è una forma di “autotutela”, che il nostro ordinamento riconosce ai consociati. In pratica, funzionerebbe così. Se fossi in casa, alle due di notte, alquanto dormiente, ed un impavido “bricconcello” entrasse in casa armato, io, che ero dormiente in casa mia alle due di notte, potrei adoperare l’arma di fuoco legalmente detenuta solo se l’impavido fosse armato e mostrasse tutte le intenzioni di adoperarmi da bersaglio (cosiddetto pericolo imminente). Dunque, io non dovrei avere alternative, per esempio, una iniezione di ansiolitico per l’impavido, che viaggerebbe in corsia preferenziale. Se l’impavido non fosse armato ovvero fosse apparentemente“desistente”, io dovrei “star buona”.

In altri Paesi, la legittima difesa funziona in maniera leggermente differente. Un esempio è dato dall’ordinamento tedesco, nel cui ambito si definisce “legittima difesa” quella necessaria per respingere da sé o da altri un attacco imminente ovvero in corso; tra le attenuanti per l’eccesso di difesa, sono annoverati gli stati emotivi e passionali ovvero turbamento, paura o panico.

Ricercando qua e là, è emerso quanto segue: nel 2017, sono stati denunciati 2.232.552 reati, diminuiti del 10,2% rispetto al 2016. Nel dettaglio, gli omicidi sono passati dai 611 del 2008 ai 343 del 2018, calando dunque del 43,9%, le rapine sono passate dal 45.857 a 28.612, riducendosi del 37,6% ed anche i furti sono calati del 13,9% , passando da quasi 1,4 milioni a poco meno di 1,2 milioni. Il 97% dei rei di un furto resta per lo più impunito e, quand’anche venisse identificato, potrebbe pacificamente organizzare una seratina con gli amici.

La concentrazione dei reati si paventa in questa maniera: al primo posto, “laureandosi” capitale del crimine, troviamo Milano con 237.365 reati commessi nel 2016 (il 9,5% del totale), al secondo posto Roma (con 228.856 crimini, il 9,2% del totale), di seguito Torino (136.384, pari al 5,5%) e Napoli (136.043, pari al 5,5%).

Il testo della riforma, per sommi capi, prevederebbe, come punto cardine, la licenza di sparare a chiunque si introduca in un’abitazione privata, annullando, dunque, la attuale richiesta di proporzionalità fra offesa e difesa. Ovviamente, sempre che si detenga legalmente un’arma da fuoco. La novità è già percepibile dalla norma ex art. 1 del testo presentato a marzo: “Si considera che abbia agito per legittima difesa, colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi di una o più persone, con violazione di domicilio”. Nello stesso disegno di legge, si annunciava un inasprimento della pene in fatto di furti domestici: “In particolare, si prevedono la reclusione da un minimo di cinque anni a un massimo di otto anni e la multa da un minimo di 10.000 euro a un massimo di 20.000 euro.

Conseguentemente per l’ipotesi aggravata di cui al comma 3 del medesimo articolo si prevedono un minimo edittale di sei anni di reclusione, mentre il massimo resta quello attualmente previsto, pari a dieci anni, e la multa da un minimo di 20.000 euro a un massimo di 30.000 euro”.

Ad ogni buon conto, da diversi anni si discorre della necessità di introdurre una normativa più gravosa (per i rei) e più tollerante (per le vittime che abbiano “osato” difendersi) in materia di legittima difesa. Purtuttavia, uno degli aspetti un tantino trascurati, rebus sic stantibus, non è afferente alla richiesta attuale di “proporzionalità” tra difesa ed offesa ed al suo “ritocchino”: riguarda, abbastanza semplicisticamente, i danari. Ed, infatti, qualora il ben noto Mario Rossi sia costretto a far uso di un’arma per difendere l’incolumità propria e/o dei propri cari in casa Rossi, deve aver ben chiaro nella mente che, dall’immediato successivo, dovrà investire a fondo perduto per una causale davvero poco simpatica: le spese processuali. Da uno studio condotto da “Il Giornale”, i fatti di cronaca, nei quali si sia riconosciuto il sussumersi dell’istituto giuridico della legittima difesa, sono costati parecchi denari agli indagati. Un esempio per tutti: Stacchio, il benzinaio che sparò ai rapinatori per proteggere dipendente e proprietario di una gioielleria, ha affrontato spese processuali pari a circa 40mila euro; e gli è pure “andata bene”, atteso che è stata accolta l’archiviazione prima di dover affrontare i costi di un intero processo. Costi che, qualora si fosse dovuti arrivare fino a una sentenza in ultimo grado, sarebbero stati preventivati in non meno del triplo. Questi costi si spacchetterebbero in onorari tra avvocati e consulenti balistici, oltre che le consuete spese del processo.

Nessuna riforma – sottolinea l’Associazione italiana dei professori di diritto penale – sarà mai in grado di garantire che non si debbano svolgere accertamenti penali. Beh, in fondo è fisiologico. Le indagini processuali svolte al fine di accertare che l’eccesso dei limiti di difesa siano stati intenzionali o meno, sono e resteranno sempre obbligatori e mai discrezionali.

Tradotto in soldoni, l’accertamento in merito all’intenzionalità dei reati posti in essere dell’aggredito all’atto della difesa è inevitabile così come la sua iscrizione nel registro degli indagati.

Resta, però, il fatto che in casa mia, alle due di notte, dormicchio e non vorrei nessuno che, senza invito alcuno, mi si introduca, indipendentemente da quelle che siano le sue intenzioni, non avendo alcuna voglia, tra l’altro, di condurre indagini notturne che mi rispondano ai cinque quesiti “W” in merito all’impavido.

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