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Asportata la milza al baby calciatore dopo lo scontro fortuito, nessun risarcimento

Durante una partita di calcio dilettantistico tra ragazzini, due calciatori si scontravano violentemente tra loro, nel tentativo di impadronirsi rispettivamente del pallone; uno dei due era violentemente colpito all’addome, presumibilmente da un piede dell’altro e, percependo un forte dolore, chiedeva di essere immediatamente sostituito. Qualche ora dopo i medici comunicavano che il ragazzino aveva patito la “rottura traumatica della milza”, richiedendo l’autorizzazione ai genitori, subito concessa, a sottoporlo ad immediato intervento chirurgico di “splenectomia per via laparotomica” (asportazione della milza).
Successivamente, i genitori si rivolgevano all’avvocato sostenendo di avere diritto ad un copioso risarcimento da richiedersi all’avversario (e, data la minore età di questo, alla di lui famiglia), vista la gravità delle conseguenze riportate dal figlio.
Senonchè, la Corte di Cassazione ha deciso che, in materia di risarcimento danni conseguenti ad un infortunio sportivo, qualora siano derivate lesioni personali ad un partecipante per un fatto posto in essere da un altro, non sussista responsabilità civile ove le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontà di ledere (dolo) e, comunque, allorquando siano rispettate le regole dell’attività sportiva stessa. Peraltro, precisano la giurisprudenza e la dottrina, tale responsabilità sarebbe da intendersi escludibile persino in presenza di violazioni delle predette regole, allorquando, però, l’atto lesivo sia a questa funzionalmente connesso; in sostanza un “fallo di gioco”, ancorché violento, che procuri un danno ad un partecipante, non determina necessariamente responsabilità risarcitoria).
Ne deriva che il regime della responsabilità civile sportiva deroghi a quello ordinario, dando vita a quella che può essere considerata una vera e propria zona di “irresponsabilità”, che sfugge alle regole risarcitorie dettate dal legislatore in tema di danno extracontrattuale.
Si può, quindi, affermare, senza particolari incertezze, che le lesioni realizzate nell’esercizio della pratica sportiva non diano mai luogo a responsabilità, fatte salve le ipotesi di illeciti dolosi in cui lo sport sia solo un pretesto o l’occasione per arrecare un danno (ad esempio Mike Tyson ed il celebre morso all’orecchio dell’avversario). Tutto ciò in virtù del principio del cosiddetto “rischio sportivo consentito”, che muove dall’assunto giustificativo secondo il quale, chi pratica l’attività sportiva, “accetta il rischio” che, va da sé, differisce in relazione allo sport praticato, di esporsi ad eventi che possano originare un danno a se stesso (o ad altri). Infatti è dato incontestabile che ogni attività sportiva, qualora connotata da un certo qual grado di competitività e di “contrasto fisico” (come, appunto, il gioco del calcio), comporti un rischio per l’incolumità degli stessi.
Insomma, escludendo le ipotesi in cui sia evidente il dolo dell’agente nella causazione del danno, ai fini dell’eventuale risarcibilità dovrà comunque valutarsi la sussistenza o meno della “colpa grave” a carico dell’atleta danneggiante (violazione delle regole sportive con la coscienza di mettere a repentaglio l’incolumità fisica dell’avversario), richiamandosi così un notevole scarto rispetto alla condotta di normale ragionevolezza dello sportivo medio, il quale oltre a dover rispettare le regole di gioco, è tenuto a comportarsi secondo prudenza, diligenza e perizia (la cui violazione determina, solo, “colpa generica”).
Emerge quindi un quadro complessivo caratterizzato da una sostanziale e tendenziale “irresponsabilità”, che viene meno solamente nella (remota) eventualità che lo sport sia solo mera occasione per arrecare danni – ossia che gli stessi vengano dolosamente o, appunto, con colpa grave, cagionati.
In conclusione, nel caso in commento risultava pacifica l’operatività della causa di giustificazione del consenso presunto, o tacito, a sottoporsi al rischio di subire un evento lesivo da parte della “vittima”, soprattutto avuto riguardo alla natura dilettantistica dell’attività, ove non è infrequente, proprio per la mancanza di capacità tecniche dei partecipanti nonché di idonee infrastrutture sportive, il verificarsi di infortuni.

E così le gravi conseguenze derivate al giovane atleta per effetto dello scontro piede/torace con l’avversario, risultavano chiaramente scriminate; tali danni, senz’altro conseguenza immediata e diretta dello scontro con l’altro calciatore, rientranti nell’alea normale del “rischio consentito”, non cagionati né con dolo né con colpa grave, non furono in alcuna misura ascrivibili a quest’ultimo.

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