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“Aura”, viaggio nell’anima e nella storia di un Paese tra rovine antiche e post-moderne

Alessandro Celani è scrittore e fotografo, laureato in Archeologia Classica e ha un dottorato in Storia Antica. Insegna presso la University of Alberta School in Cortona e ha scritto di arte greca e romana, libri di viaggio, poesia e fotografia. Utilizza la fotografia assieme al testo scritto, poesia o prosa, come strumento di esplorazione dei luoghi.

Archeologo, studioso della storia antica, docente, perché investighi il mondo con la macchina fotografica?

«Capisco questa domanda e potrei rispondere semplicemente dicendo che la fotografia è uno dei miei molti interessi. Tuttavia vorrei rispondere sottolineando come questa domanda sia ormai inattuale. Ciascuno di noi, indipendentemente dalla professione, dalla cultura o dal grado di istruzione scatta fotografie. Senza che questo susciti alcuna domanda. E, invece, ritengo che una storia della cultura contemporanea dovrebbe occuparsi di questo. Forse addirittura, ce ne sono timidi tentativi, una storia politica contemporanea. Un certo grado di creatività, una certa ambizione estetica, per così dire, sono nel novero delle normali espressioni dell’uomo contemporaneo. Forse si può distinguere, e qui veniamo a me, fra chi usa la fotografia per fermare istanti di vita, e chi, io mi annovero fra questi, la utilizza per rendere visibile uno stato interiore. Tuttavia anche questa distinzione è forse desueta e rimanda in ultimo a Platone. Ecco, Platone, più accorto di noi, si era impegnato in una discussione politica delle immagini. Tra quelli che lo hanno fatto nel nostro tempo, in modo diverso, mi vengono in mente solo Werner Herzog e Peter Greenaway».

Dalle rovine antiche alle rovine del post-moderno?

«La rovina è uno stato. Chi volesse assegnare alla rovina un tempo e un luogo precisi cadrebbe in errore. E lo farebbe soprattutto per salvare se stesso. Perché il decadimento non contagi il suo stato di grazia, l’illusione di immortalità che risiede in molte delle attività umane: il lavoro, lo studio, il viaggio, l’amore. Il nostro mondo è un mondo in rovina. E questa situazione ci attrae enormemente anche se fingiamo di scansarla con ossessioni di perfezione e integrità. In un libro molto bello, “Autunno tedesco”, Stig Dagerman evidenzia questo stato all’indomani della seconda guerra mondiale. Egli racconta di come gli abitanti delle città tedesche in cui si recava erano infastiditi al racconto di altre rovine più grandi e terribili della loro. Essi volevano, per così dire, il primato della distruzione: una forma estrema di vanità».

Il tuo ultimo libro è “Aura, viaggio in Italia” (Aguaplano). Ce lo descrivi?

«Aura è forse il mio libro più riuscito, se non altro quello che di più si avvicina alla mia idea di libro. Si tratta di 99 fotografie e 99 brevi testi che dialogano fra loro. I testi non descrivono le fotografie, ma descrivono il paesaggio interiore che le ha rese possibili. Insomma un indizio di ciò che si trova fuori e al di qua del fotogramma. In molti modi questo libro si ispira allo scrittore W. G. Sebald e al fotografo Luigi Ghirri. Una sorta di atlante di luoghi e di sentimenti. Sia il tema della rovina che quello della cancellatura hanno un ruolo importante nel libro. Uno dei testi si occupa di questo più di altri: “Se le cose non cadessero in rovina come potremmo entrare nel mondo?”».

In passato ti sei occupato del corpo delle vittime, di scultura ellenistica e di linguaggio, nei tuoi lavori c’è sempre un collegamento tra arte, storia, società e individuo, come si intersecano questi aspetti?

«Questi aspetti sono intrinsecamente legati fra loro. E questo lo sperimentiamo ogni giorno nella nostra vita. Gli studiosi per loro comodità costruiscono categorie e discipline. Esse sono attraenti e confortevoli, e certamente utili allo scopo. Tuttavia in alcuni, me ad esempio, subentra col tempo una sorta di disillusione, un disinganno direi. E allora si ha il desiderio di ritornare dalla parte dell’uomo, lasciandosi alle spalle l’identità di studioso. Certamente le molte cose fatte e i molti interessi lasciano tracce, esse sono come la storia geologica del sé. E questo è ben evidente nella mia scrittura e nella mia fotografia. La fotografia è più vicina al gesto naturale del vedere che all’artificio di qualsiasi altra disciplina. E nel vedere tutte le cose del mondo sono legate fra loro».

Il reportage sui pastori sardi in Umbria, con Elisa Ascione, è un lavoro di antropologia, un altro dei tuoi interessi per l’umano con un taglio documentaristico?

«Ecco quel lavoro ha segnato un passaggio. Vorrei, vorremmo dovrei dire, che esso possa avere in futuro la forma di un libro. O forse, non si può escludere, di un documentario. Molte delle cose che mi interessano risiedono nelle storie dei pastori sardi. La migrazione, la nostalgia, la terra, il faticoso rapporto con la terra, la promiscuità con gli animali, un mondo arcaicissimo e attualissimo. Una delle storie fondanti dell’Occidente avviene in questo scenario. Non è forse vero che Ulisse e Polifemo si muovono in una caverna putrida, piena di pecore e di sterco, fra ricotta e vino e che essi ci mostrano, nella povertà di quello stato, come un’idea universale del bene e del male? Della furbizia e della compassione, dell’umano e del non umano? Forse però tutto è già nei documentari di Vittorio de Seta sulla Barbagia. Fra i momenti più alti della cinematografia italiana del Novecento. In ogni caso gli studiosi di antichità, a meno che non siano troppo affezionati alle carriere accademiche, dovrebbero sapere che il loro posto è nelle stalle. Lì c’è la vita perduta che cercano».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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