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Avvocata e scrittrice per investigare nell’anima delle persone e delle cose

Avvocata, lettrice accanita e scrittrice. Maria Laura Antonini svolge le tre attività in apparente continuità, muovendosi libera tra lettura, scrittura e avvocatura. Lo fa con passione e sentimento. Giustizia e Investigazione l’ha incontrata per parlare di diritto, letteratura, scrittura e di vita quotidiana.

Avvocato (o preferisci avvocata?) e scrittrice, due esperienze simili o diversissime? Oppure qualche punto di contatto c’è?

«Rispondo alla prima che non sembra una domanda, ma in realtà lo è. Preferisco avvocata da qualche tempo, avendo per anni pensato fosse giusto, invece, declinare il titolo al maschile perché corrispondeva ad una funzione neutra né maschile né femminile. Ho cambiato idea negli ultimi anni perché essere un avvocato donna ha le sue caratteristiche e le sue differenze (e non è un giudizio di valore) rispetto ad un collega uomo, che vanno considerate e non negate né nascoste. Questa è la mia professione che faccio con passione, credo e spero anche con cura e rispetto delle persone che si affidano a me, scrivere è un’altra cosa, tocca altre corde, arriva dalla parte più intima oscura e profonda di me. C’è sicuramente un punto di contatto perché ogni storia che racconto nei miei libri (anche quando è del tutto inventata) è intimamente ed emotivamente vera e certo condizionata, suggerita, immaginata grazie alle mille storie che ogni avvocato ascolta ogni giorno per tutti gli anni della sua professione».

Quale ti piace di più, la toga o la penna?

«La penna mi piace sempre anche quando indosso la toga. La penna chiarisce, arriva, scava, molto più e molto meglio della parola. Poi protegge dalla timidezza dallo sguardo annoiato dell’interlocutore, con la penna puoi dire tutto fino in fondo senza preoccuparti che ti sta davanti si stia annoiando».

Le due professioni si sono mai incontrate in un tuo romanzo o racconto?

«È sempre casuale perché quando scrivo non ho mai un programma un progetto o un canovaccio da seguire. Le storie nascono da sole, i personaggi fanno quello che vogliono, io mi limito a seguire il flusso delle loro vite, però sia nel primo libro “Un colpo d’ala, all’improvviso” che in uno dei racconti della raccolta “Modalità provvisoria” ci sono due avvocate – Rachele e Clementina- diverse per storia e destino, ma che svolgono entrambe la professione con coraggio e con passione».

Quando scrivi?

«Scrivo quando capita, quando ne ho voglia, quando sento la necessità di fermare un pensiero, spesso nelle lunghe attese alle quali il lavoro di avvocato costringe. In aula ad esempio prima che chiamino un mio processo, ma anche in piedi, in fila lungo il corridoio fuori dalla porta di una cancelleria, un po’ ovunque e senza seguire regole … almeno per questo».

Parliamo dei tuoi libri. Come nasce un romanzo o un racconto?

«Lo spunto può essere il più disparato, il racconto di un’amica, una frase colta per caso, una ragazza incontrata per strada che cammina seguendo traiettorie immaginarie, poi si ferma, mi guarda e sorride. Nei miei libri racconto storie, non insegno e mi guardo bene dal voler insegnare qualcosa a qualcuno. Quando inizio un racconto il finale non è mai nella mia testa, spesso si materializza e coglie di sorpresa anche me. In fondo resto tenacemente e orgogliosamente una lettrice».

Nei tuoi libri, diversi per trama e storia, le protagoniste sono le donne. Che donne sono?

«Sono donne coraggiose questo posso dirlo con certezza, donne che non temono il cambiamento, che anzi lo cercano, quando si trovano in condizioni che le fanno soffrire o, comunque, lo accettano negli altri casi. Sono anche donne libere fino alla fine anche quando una scelta costa cara, che vogliono scegliere da sole il proprio destino».

Avvocata e scrittrice, quali sono le difficoltà per una donna nell’affermarsi professionalmente?

«Affermarsi professionalmente per me significa svolgere con coscienza il proprio lavoro e vedersi riconosciuto quel valore e quell’impegno. Non è facile né per gli uomini né per le donne, noi fatichiamo un po’ di più, giochiamo su più tavoli, ma abbiamo anche straordinarie risorse. Le cose stanno cambiando, sono cambiate, in meglio credo sotto tanti aspetti. Il mio collega di studio, padre di due bambini piccoli, ha ora i problemi che ho avuto io qualche anno fa, li va a prendere a scuola, li accompagna a danza o ad inglese, cucina per loro, non si lamenta, lo fa sorridendo, questo per me è il segno tangibile del cambiamento. Affermarsi come scrittrice, invece, è un problema che non mi pongo, io scriverei comunque (come ho fatto per anni) anche se nessuno volesse più pubblicarmi, anche se non avessi neanche un lettore, è una passione vera; a volte temo sia pure un vizio e non credo che ci sia una qualche discriminazione tra maschi e femmine in quel mondo. È però un ambiente che sfioro appena e potrei pure sbagliarmi …».

Parliamo di giustizia, da quando indossi la toga ad ora, tra riforme e tagli ministeriali, quanto è diventato difficile fare l’avvocato?

«È stato sempre difficile fare l’avvocato è una professione che richiede molte qualità: una buona preparazione prima di tutto, ma anche tenacia, pazienza, una capacità di sopportazione che a volte è costretta a superare i limiti del giusto. Faccio fatica anche io come tutti a dire “certamente signor giudice, nessun problema …”, quando, invece ,di problemi ce ne sarebbero più d’uno, a sopportare l’ingratitudine e la stupidità di certa gente, a sorridere e a restare calma quando sale la rabbia perché spesso la prima a subire un torto – dal quale in teoria per scelta e per vocazione dovresti difendere gli altri – sei proprio tu, ma vado avanti perché resta per me la più bella tra le libere professioni. E sottolineo libera perché è la sua dannazione, ma anche il suo assoluto valore».

Da avvocato ti sei occupata di tanti casi, quale materia rimane la più difficile umanamente e professionalmente?

«In un posto di provincia si finisce per occuparsi un po’ di tutto, a me piace di più il penale, faccio più fatica ad entrare nelle dinamiche dei microconflitti familiari o economici che siano. Mi ripeto spesso che difendo le persone, non i crimini che hanno commesso, ma la cosa peggiore che mi sia mai capitata è stata ricevere una lettera da una persona accusata di fatti gravissimi che mi diceva “si è vero sono stato io”, quando io, dai colloqui avuti in precedenza, dalla lettura attenta degli atti di indagine, dall’esperienza maturata in oltre venti anni di professione, mi ero assolutamente convinta del contrario. È stato un brutto colpo. Vuoi sapere se l’ho mollato? No, non l’ho fatto, ho seguito il caso per tutti i gradi di giudizio fino in Cassazione e nella fase dell’esecuzione … mi sono detta spesso non avrebbe dovuto confessarmelo così per lettera in modo che non ci fosse più neanche l’uscita di sicurezza del frainteso o del non ricordo, poi però ho apprezzato il gesto e riconosciuto l’umanità di chi ha avuto il coraggio di dirmi anche “se non lo dicevo a te almeno sarei morto o impazzito”. C’è sempre una luce che brilla in fondo ad ognuno anche se ha commesso il peggiore dei crimini e il compito di un avvocato è anche quello di stringere mani che nessuno vorrebbe stringere e sentire parole che nessun altro vorrebbe ascoltare».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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