Costituiscono cronaca quotidiana le battaglie giudiziarie che le grandi Case di Moda mondiali intraprendono per veder riconosciuta dai Tribunali italiani e stranieri l’esclusività dei propri modelli.

Battaglie sacrosante nei loro intenti, ma non sempre giuridicamente fondate.

Ed, infatti, stavolta le cose sono andate diversamente.

La vicenda trae origine dal sequestro di borse – ai danni di un commerciante toscano patrocinato dall’avvocato Aldo Fittante di Firenze – ispirate nella forma ad un celeberrimo modello di una nota maison francese esposte nel mercato di Forte dei Marmi.

Ne è derivato un procedimento penale per “Introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi” ex art. 474 c.p. nonché per “ricettazione” ex art. 648 c.p. a carico del commerciante, per il quale l’accusa aveva richiesto un anno di reclusione e 400 euro di multa.

Il Tribunale penale di Firenze in composizione monocratica ha, con recente sentenza, mandato assolto il commerciante – difeso dall’avvocato Aldo Fittante, docente in Diritto della proprietà industriale nell’Ateneo fiorentino – ritenendo che il fatto non sussista.

La vicenda merita di essere brevemente approfondita, al fine di comprenderne appieno la portata sul piano scientifico.

«Ed infatti la peculiarità della fattispecie – precisa Aldo Fittante – risiede nella circostanza che le borse offerte in vendita nel mercato di Forte dei Marmi non riportavano impresso in alcuna loro parte il logo od il nome della celebre casa d’alta moda, ma presentavano soltanto una foggia presuntamente simile ad un modello di detta maison francese. Sulla forma di detto modello di borsa, molto noto al pubblico femminile, la casa di moda francese aveva infatti ottenuto la registrazione di tre marchi di forma o tridimensionali. La peculiarità di tali marchi – precisa Aldo Fittante – risiede nel fatto che gli stessi, anziché consistere in segni estrinseci al prodotto come avviene per la generalità dei marchi (generalmente costituiti da parole, sigle, cifre, figure, disegni ecc. apposti sul prodotto come contrassegno), si identificano direttamente con l’intera forma del prodotto o della confezione di esso, e sono ammessi dal nostro ordinamento a rigorose e molto stringenti condizioni».

In altre parole i prodotti contestati nell’ambito del procedimento conclusosi con la recente pronuncia del Tribunale di Firenze, non erano contrassegnati da alcun segno o simbolo tale da indurre il consumatore a ritenere che provenissero dalla maison francese, ma costituivano una presunta riproduzione della forma di una borsa oggetto essa stessa di marchi.

Da questo punto di vista, anzi, i prodotti sequestrati – circostanza che ha concorso a determinare nel giudice fiorentino il proprio convincimento per l’assoluzione del commerciante – riportavano chiaramente marchi diversi e per nulla riconducibili alla casa di moda francese, ed in particolare la dicitura “genuine leather Made in Italy” stampigliata nell’etichetta posta nella fodera interna della borsa.

La presenza nelle borse contestate dell’etichetta attestante la provenienza italiana delle stesse – indicazione che il giudicante ha ritenuto atta a rendere assolutamente evidente al consumatore che le stesse non potessero provenire dalla celebre casa di moda francese – unitamente alle differenze tra i prodotti di quest’ultima e le borse offerte al pubblico dal commerciante fiorentino (differenze riscontrate dal Tribunale di Firenze sia in ordine alla foggia dei prodotti, sia rispetto ai relativi canali di vendita completamente differenti sia, infine, in termini di prezzi di vendita anch’essi macroscopicamente diversi), hanno condotto il giudice monocratico fiorentino a mandare assolto il commerciante toscano.

Infine, sul piano squisitamente giuridico, il giudicante ha ritenuto non esattamente individuato a quale dei tre marchi tridimensionali detenuti dalla maison francese fossero riconducibili le borse contestate al commerciante toscano, con la conseguenza che – stante il ritiro, intervenuto dopo l’avvio del procedimento penale, di uno dei tre marchi ad opera della celeberrima Casa di moda – il Tribunale penale fiorentino ha ritenuto non integrata la fattispecie penale incriminatrice di cui all’articolo 474 del codice penale, non ricorrendo la condizione contemplata nel terzo comma del medesimo articolo del codice penale.

«Il caso – spiega l’avvocato Aldo Fittante – riveste interesse sul piano scientifico-giuridico perché mette in evidenza i delicati equilibri tra l’esigenza di tutelare giuridicamente le privative di diritto industriale previste dall’ordinamento (marchi, brevetti, disegni e modelli, modelli di utilità, ecc…) e l’esigenza di evitare che una “iperprotezione” delle stesse possa determinare derive monopolistiche ingiustificate e come tali in grado di danneggiare una sana concorrenza tra imprese ed – in definitiva – lo stesso pubblico dei consumatori».

Pubblicato da Redazione

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