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Bullismo e cyberbullismo, analisi di un fenomeno tra repressione e prevenzione

Bullismo e cyberbullismo sono due fenomeni di cui si sta parlando spesso, sicuramente per i soggetti che sono coinvolti e i meccanismi che si nascondono dietro questi fenomeni, ma soprattutto perché la recente giurisprudenza ha compiuto grandi passi avanti per la prevenzione e repressione di essi. L’avvocato Floriana Tamburini, esperta in materia, ci illustra quali sono le dinamiche che accomunano e differenziano i due fenomeni, per parlare poi delle importanti “innovazioni” nell’ambito della recente giurisprudenza.

Avvocato Tamburini, l’impatto delle «nuove tecnologie» ha incentivato il fenomeno del bullismo. In che misura?

«Le nuove tecnologie hanno fatto emergere nuovi modi di creare relazioni, in un’ottica sia di opportunità che di eventuali pericoli. La violenza verbale è infatti spesso potenziata da un uso inadeguato di strumenti informatici (social network,chat, blog): l’apparente distanza dal destinatario costituisce un facile schermo dietro al quale nascondersi. Ne è un esempio eclatante la nuova forma di bullismo attraverso i social network, il cosiddetto cyberbullismo, fenomeno che consiste in aggressioni o molestie ripetute, che vengono praticate con lo scopo di causare ansia, isolamento ed emarginazione».

I bulli sono responsabili soggettivamente, ma il più delle volte essi sono minorenni. In tal caso, quali sono le conseguenze per questi ultimi?

«Nell’ordinamento italiano, il bullo che ha commesso con le sue azioni un reato in età compresa tra i 14 e i 18 anni è giudicato penalmente (se viene dimostrata la sua capacità di intendere e volere), diversamente i minori di 14 anni non sono imputabili per legge (se viene però riconosciuto come “socialmente pericoloso” possono essere previste misure di sicurezza come la libertà vigilata). La competenza a determinare la capacità del minore è del Giudice che si avvale di consulenti professionali».

Prima delle recenti sentenze e ordinanze in materia di bullismo e cyber bullismo, in che modo venivano tutelate le vittime?

«In passato il fenomeno non era percepito ma oggi ha una diffusione mediatica che permette di conoscere la gravità dei danni provocati. I bullizzati non erano considerate vittime di un reato e pertanto non avevano diritto ad essere né risarcite né tutelate».

A seconda che si tratti di bullismo o cyber bullismo, le vittime reagiscono diversamente? Quali le conseguenze psicologiche?

«Nel bullismo, le vittime manifestano il disagio nel breve termine attraverso sintomi fisici (es. mal di pancia, mal di testa) e nel lungo termine tramite disturbi psicologici (es. incubi, attacchi d’ansia). In caso di prevaricazioni protratte nel tempo, le vittime possono intravedere come unica possibilità per sottrarsi al bullismo quella di non andare a scuola o cambiarla, fino ad arrivare in casi estremi all’abbandono scolastico. I bullizzati mostrano una svalutazione di sé e delle proprie capacità, insicurezza, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare, in casi gravi, vere e proprie patologie. Tra le problematiche psicologiche che più frequentemente emergono in chi è oggetto di bullismo ci sono: disturbi d’ansia, disturbi depressivi e disturbi psicosomatici. Secondo quanto riportato dagli esperti, il cyberbullismo è psicologicamente più devastante. Contrariamente al bullismo tradizionale, quello perpetuato tramite tecnologie è caratterizzato dall’anonimato del perpetuatore che allarga maggiormente la forbice di potere sulla sua vittima. Le conseguenze sono più dannose in virtù del fatto che il materiale usato può essere diffuso in tutto il mondo, infatti, un commento o un’immagine o un video postati possono essere potenzialmente in uso da milioni di persone. Questi comportamenti aggressivi, virtuali e non, quando siano diretti a bambini e/o adolescenti, creano problemi che possono persistere anche nella vita adulta. Ad esempio, la compromissione dei processi di socializzazione può incidere sulla costruzione di una rete sociale adeguata per superare le difficoltà della vita e ripercuotersi negli anni. Nel cyberbullismo si spazia dalla vergogna e dall’imbarazzo, all’isolamento sociale della vittima, senza tralasciare varie forme depressive, attacchi di panico ed atti estremi come i tentativi di suicidio».

Quali sono le dinamiche che accomunano la maggior parte degli episodi di bullismo e cyber bullismo?

«Senza dubbio le tipologie di vittime. Quest’ultime sono fisicamente più deboli dei loro coetani, manifestano particolari preoccupazioni riguardo al loro corpo, sono ansiose, insicure ed hanno scarsa autostima, hanno difficoltà ad affermare se stesse nel gruppo, si rapportano meglio con gli adulti, sono caute, sensibili, riservate e timide. Altro elemento che accomuna il bullismo ed il cyberbullismo è da ricercare nello stesso profilo del bullo: il fascino del potere e di superiorità; il piacere di far soffrire; il fascino del dominio; intolleranza verso il diverso: omosessuale, straniero (non inteso solo come nazionalità diversa, ma anche diverso paese, diversa regione, nord e sud etc.), disabile, nero, etc».

Certamente l’uso della rete (attraverso cui si manifesta il cyber bullismo) allarga il campo di estensione del fenomeno anche al di fuori delle scuole. Qualora il fenomeno non si manifesti palesemente in classe ma solo in rete, la scuola è ugualmente responsabile?

«Dal punto di vista civilistico trova applicazione quanto previsto dall’art. 2048 del codice civile,, II e III co., che stabilisce che “I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un’arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza. Sono liberati da responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto”. Pertanto, la responsabilità risarcitoria sussisterà fino a che perdura l’obbligo di vigilanza e cioè fino all’uscita da scuola. Si tratta di una responsabilità aggravata in quanto la presunzione di colpa può essere superata solamente laddove si dimostri di aver adeguatamente vigilato ovvero si dia la prova del caso fortuito. La scuola deve infatti provare di non essere stata in grado di spiegare, attraverso il suo personale, un intervento correttivo o repressivo, dopo l’inizio della serie causale che conduce all’infortunio; di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale. A queste regole generali, costante e recente giurisprudenza stabilisce un’eccezione: quando l’evento che lo ha causato è un “effetto” anche esterno di una causa prodotta all’interno dell’edificio scolastico allora il Miur può essere condannato direttamente a risarcire il danno. Secondo i giudici, l’evento dannoso in determinati casi, pur verificandosi fuori dalla scuola non si presenta con i caratteri dell’imprevedibilità, ovvero il pestaggio può essere “stato preparato” a scuola. Le condizioni per il suo verificarsi possono essere implicitamente favorite dall’assenza di provvedimenti del dirigente (culpa in organizzando) e degli insegnanti (culpa in vigilando), finalizzati a tutelare il bullizzato. In tal senso, stante il fatto che le condotte di cyberbullismo si possono anche verificare nell’ambiente scolastico (ad es. dai computer della scuola), risulta indispensabile regolamentare l’accesso degli studenti ai pc e ad internet rendendo così difficile l’uso degli stessi per finalità diverse da quelle istituzionali e didattiche».

All’interno dell’ambiente scolastico qual è la percentuale di giovani vittime di bullismo o cyberbullismo?

«In base alla ricerca condotta in Italia dal portale Internet Skuola.net, nel corso della quale sono stati intervistati 15.268 ragazzi nell’ambito della campagna educativa itinerante “Una vita da social” promossa dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni, nelle scuole un ragazzo su tre è vittima di atti di violenza fisica o psicologica. La maggior parte delle vittime di questi atti frequenta i primi anni della scuola superiore: gli studenti “bullizzati” tra i 14 e i 17 anni risultano essere addirittura 2 su 5. Un altro dato che emerge da questa indagine è l’incremento del fenomeno tra le ragazze: 1 vittima su 3 dichiara di essere stata bullizzata da una femmina. Per quanto riguarda in modo più specifico il cyberbullismo, esso sembra praticato per la maggior parte da soggetti tra gli 11 e i 13 anni e in prevalenza da ragazze. Va sottolineato che tra i soggetti maggiormente colpiti ci sono gli studenti con disabilità di tipo intellettivo o relazionale: in base a una ricerca condotta negli Stati Uniti sembra che il 46% dei ragazzi con autismo sia vittima di atti di bullismo e che circa il 94% dei ragazzi con sindrome di Asperger vengano derisi – e molte volte subiscano violenza fisica – per i loro comportamenti bizzarri. È stata introdotta, infatti, in letteratura anche la categoria del “bullismo omofobico”, con riferimento alle «prepotenze rivolte verso ragazzi che sono o vengono ritenuti omosessuali in quanto non corrispondono alle aspettative di genere condivise dalla maggior parte dei loro pari»».

Se queste vessazioni avvengono in un altro ambiente, quale ad esempio l’ambiente di lavoro, si parla ugualmente di bullismo?

«Il bullismo non riguarda solo l’età evolutiva. Il bullismo tra adulti può assumere diverse forme: bullismo di ruolo. Si verifica quando il bullo sottomette la vittima con il suo ruolo sociale, ad esempio il datore di lavoro minaccia di licenziare se non si fa come dice lui, arrivando in questo modo ad annullare la personalità del dipendente. Le richieste di solito non si limitano a desiderare che le mansioni vengano svolte in un certo modo ma comprendono comportamenti umilianti; bullismo fisico. Il caso più lieve è quello in cui si intimidisce attraverso il proprio fisico, per esempio facendosi avanti con il corpo o agitando in aria un pugno. Questo tipo di bullismo può assumere anche forme più dirette e gravi per la vittima, ad esempio percosse, stupro, violenze domestiche, molestie sessuali sul lavoro, costrizione fisica e dominazione; bullismo verbale: minacce, ostilità verbale, vergogna, critiche e giudizi negativi (anche il linguaggio omofobo è una forma di bullismo verbale); bullismo passivo aggressivo: forma di bullismo molto subdola e molto più insidiosa rispetto alle altre. Mentre negli altri esempi citati il comportamento incriminato è esplicito, in questo caso è più difficile rendersi conto della violenza. Questo succede perché il bullo passivo aggressivo in superfice si comporta normalmente, persino con gentilezza, ma sotto sotto attraverso una serie di atteggiamenti e sottointensi riesce a soggiogare la vittima magari, mettendo in giro voci sul suo conto, o attraverso il sarcasmo, o con piccoli commenti tesi a minare la sua fiducia in sé; cyberbullismo adulto».

Quali strumenti prevede la recente legge 71/2017 al fine di prevenire gli atti di bullismo e di reprimere tale fenomeno e quali sono i soggetti coinvolti nell’attività di sensibilizzazione e di comunicazione in presenza di eventuali fatti illeciti?

«Il provvedimento intende contrastare il fenomeno in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti. A titolo esemplificativo si citano alcuni articoli della Legge n. 71/2017. L’art. 5 prospetta l’introduzione di rimedi specifici in ambito scolastico, come l’informativa del dirigente scolastico rivolta ai soggetti esercenti la responsabilità genitoriale ovvero ai tutori dei minori coinvolti in atti di bullismo o di cyberbullismo, al fine di predisporre percorsi personalizzati per l’assistenza alla vittima e per l’accompagnamento rieducativo degli autori degli atti medesimi. La scuola, pertanto, nella persona del dirigente scolastico, deve informare tempestivamente, qualora venga a conoscenza di atti di bullismo o cyberbullismo che non si configurino come reato, i genitori dei minori coinvolti (o chi ne esercita la responsabilità genitoriale o i tutori). Il dirigente attiva, nei confronti degli studenti che hanno commesso atti di cyberbullismo o bullismo, azioni non di carattere punitivo, ma educativo (art. 5 comma 2). La legge introduce poi all’art. 2 uno speciale rimedio, mutuato dall’ordinamento europeo a tutela della dignità della vittima di cyberbullismo che abbia compiuto almeno 14 anni, (o un soggetto esercente responsabilità sullo stesso). Quest’ultima può infatti inoltrare al titolare del trattamento o al gestore del sito internet o del social media un’istanza, al fine di ottenere “l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso nella rete internet”. In caso di mancata risposta entro quarantotto ore (o ove non sia stato possibile identificare detto soggetto) all’interessato è riconosciuto il diritto di rivolgere analoga richiesta mediante segnalazione o reclamo al Garante per la protezione dei dati personali, il quale, sussistendone i presupposti, provvede al blocco. Ed ancora, l’art. 7 Legge n. 7/2017 si richiama letteralmente al decreto Legge n. 11/2009 in materia di atti persecutori non gravi. Quest’ultimo introduceva, per la prima volta, come strumento di tutela pre-penale, l’istituto dell’ammonimento per effetto del quale il questore ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale. In caso di condotte di ingiuria (art. 594 c.p.), diffamazione (art. 595 c.p.), minaccia (art. 612 c.p.) e trattamento illecito di dati personali (art. 167 del codice della privacy) commessi mediante internet da minori ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, fino a quando non è proposta querela o non è presentata denuncia è applicabile infatti la procedura di ammonimento da parte del questore. A tal fine il questore convoca il minore, insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale; gli effetti dell’ammonimento cessano al compimento della maggiore età».

Agli strumenti normativamente previsti, secondo lei, sarebbe opportuno aggiungerne altri? Se sì, quali?

«Gli insegnanti rivestono un ruolo di straordinaria importanza nella formazione di questi giovani. Nella formazione dei docenti per la prevenzione e l’intervento relativi a bullismo e cyberbullismo occorrerebbe, a mio avviso, accrescere la consapevolezza circa la presenza e gli effetti negativi del bullismo ed incrementare le abilità di gestione dei conflitti. Sarebbe bello pensare, infatti, ad una dinamica didattica che riuscisse a far uscire allo scoperto i dubbi e le paure adolescenziali sottraendole al bullo ed evitando che quest’ultimo possa farne spettacolo: uno spazio pubblico e condiviso di discussione critica e crescita collettiva.
Infatti secondo me saper ascoltare, saper dare la parola, saper rispettare la dignità e sensibilità di ciascuno si configura come un’azione didattica che può migliorare e rafforzare la propria auto-rappresentazione e autostima e che può educare all’attenzione ed al rispetto delle differenze. A livello di classe, altri interventi potrebbero riguardare la riorganizzazione degli ambienti, i circoli di qualità, l’uso di tecniche di apprendimento cooperative, lo svolgimento di attività positive che creino un “senso di comunità” o ancora l’attivazione di uno sportello di ascolto. Ovviamente, la probabilità che gli interventi abbiano successo dipende dal coinvolgimento attivo di tutte le componenti coinvolte: alunni, personale docente e non docente, famiglie, istituzioni, agenzie esterne. Sarebbe fondamentale anche l’introduzione della figura dello psicologo nel contesto scolastico, il quale potrebbe contribuire alla promozione delle risorse e delle potenzialità dei ragazzi in una fase delicata come quella dello sviluppo».

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