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Bullismo e cyberbullismo, le prime vittime già ad 11 anni. Un ragazzo su due è vittima di comportamenti violenti e offensivi da parte di coetanei

Bullismo e cyberbullismo. Da un’emergenza fisica ad una virtuale, ma altrettanto reale. Un fenomeno in costante crescita: secondo il Censis circa il 52,7% degli 11-17enni nel corso dell’anno 2016 ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei. “Bullismo e cyberbullismo. Bulli 2.0” è il nuovo volume di Emanuele Florindi per i tipi di Imprimatur.

Emanuele Florindi si occupa prevalentemente di diritto dell’informatica, bioetica e tutela dei minori. Vice presidente dell’Accademia internazionale di scienze forensi) e membro del Centro studi informatica giuridica di Perugia, tiene corsi e seminari in tema di criminalità informatica, computer forensics e tutela dei minori in rete. È stato membro del Comitato di garanzia “Internet e Minori” ed ufficiale di complemento in guardia di finanza. Sin dal 2000 collabora attivamente, in qualità di consulente, con numerose procure della Repubblica, coadiuvando gli inquirenti nel corso di indagini inerenti reati di criminalità informatica. Autore di varie pubblicazioni in materia, è professore a contratto del corso di Diritto dell’informatica presso il corso di laurea in Informatica e di Informatica forense presso il corso di Laurea in Scienze per l’investigazione e la sicurezza.
Quando e perché hai iniziato ad occuparti di questo tema?

«Posso dire di avere iniziato ad occuparmi davvero di bullismo nel 2012, quando ho iniziato a collaborare con l’associazione Margot perché mi sono reso conto che se vogliamo davvero combattere la violenza di genere dobbiamo necessariamente ripartire dall’educazione dei giovani. Uno dei più gravi effetti collaterali del bullismo è, infatti, il suo contributo strisciante alla cultura della violenza e della prevaricazione».

Bullismo e cyberbullismo, le differenze?

«Tante e nessuna; battute a parte entrambe le fattispecie hanno una radice comune che attecchisce nella volontà di far del male ed umiliare un’altra persona per sentirsi migliori e più forti, poi, naturalmente, cambiano le modalità con cui le prevaricazioni vengono poste in atto. Non dobbiamo mai fare l’errore di considerare il cyberbullismo come qualcosa di meno grave del bullismo fisico: si tratta di un bullismo diverso, ma ugualmente pericoloso. Astrattamente potremmo quasi dire che il cyberbullismo è ancora peggiore del bullismo fisico: mentre da quest’ultimo possiamo fuggire riparandoci in casa o, nei casi più gravi, cambiando scuola o evitando i luoghi frequentati dai bulli, nel cyberbullismo la vittima non ha spazi dove rifugiarsi: sms, Whatsapp, Facebook riescono a raggiungerla ovunque essa cerchi rifugio».

Qual è l’ampiezza del fenomeno?

«Secondo l’ultimo rapporto del Censis circa il 52,7% degli 11-17enni nel corso dell’anno 2016 ha subito comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti da parte dei coetanei e, per quasi un ragazzo su cinque (19,8%), i soprusi avvengono almeno una volta al mese, soprattutto tra i giovanissimi. La nostra esperienza nelle scuole tende a confermare questi dati. Si tratta di un fenomeno trasversale, che non conosce barriere di nazionalità, sesso e censo».

L’identikit di vittima e aggressore?

«Non esiste un solo identikit, ma vari profili i cui confini possono anche sovrapporsi. Nel mio libro ho tracciato alcuni profili facendo riferimento alla letteratura americana ed europea in materia, ma si tratta sempre di semplificazioni, soprattutto perché facciamo riferimento a personalità in via di sviluppo e soggette a cambiamenti anche radicali. L’aspetto principale, che sottolineiamo nei nostri incontri nelle scuole è che un ragazzo non è bullo, ma fa il bullo: non è un qualcosa che si è, ma è un atteggiamento che si sceglie di porre in essere volontariamente tanto da poter parafrasare Forrest Gump ed affermare che “bullo è chi il bullo fa”. Si può passare dal bullo leader, sicuro di sé e carismatico, almeno in apparenza, al bullo vittima passando attraverso un notevole numero di soggetti con caratteristiche spesso notevolmente differenti tra di loro. Ci sono poi i gregari che possono essere mossi da infinite ragioni: dalla paura di essere presi a loro volta di mira al piacere sadico di vedere soffrire un altro ragazzo. Lo stesso discorso vale per le vittima, con l’importante differenza che chiunque può essere vittima, senza volerlo e senza aver fatto nulla per attirarsi questa disgrazia. La vittima di atti di bullismo non deve mai essere colpevolizzata anche nel caso in cui si tratti della cosiddetta “vittima provocatrice”».

Ci sono anche gli spettatori, quali reazioni mostrano?

«Sì, ed il loro ruolo è fondamentale: la letteratura prevalente in materia di contrasto al bullismo focalizza le proprie strategie di prevenzione proprio sul ruolo del pubblico e sull’importanza che quest’ultimo può assumere nel corso di un’aggressione: a seconda della loro condotta, gli spettatori possono rappresentare un facilitatore, alimentando l’aggressività e la violenza del bullo oppure un deterrente. Studi e ricerche, basati prevalentemente sull’analisi di episodi di bullismo ripresi dalle videocamere presenti in molte scuole americane, hanno dimostrato che l’intervento del pubblico a favore della vittima o contro il bullo (identificato con il termine helpful bystanders), è in grado di disinnescare un episodio di bullismo entro dieci secondi dall’inizio. Anche gli spettatori passivi giocano un ruolo importante fornendo al bullo il pubblico di cui ha bisogno e, con il loro silenzio, avallano la condotta sua e del branco che, così, si sente legittimato a proseguire. Gli unici “spettatori utili” (helpful bystanders) sono coloro che intervengono direttamente, scoraggiando il bullo o difendendo la vittima, oppure corrono in cerca di aiuto, adulti, autorità o altri ragazzi, per prestare soccorso alla vittima: tutti questi soggetti giocano un ruolo importante nel contrastare e prevenire efficacemente la diffusione del bullismo».

Gli effetti sulla vita dei protagonisti?

«Devastanti non solo per le vittime dirette, ma anche per gli spettatori e persino per i bulli. Le vittime si trovano spesso a manifestare il proprio disagio attraverso sintomi fisici (per esempio mal di pancia o mal di testa) o psicologici (incubi, attacchi d’ansia o veri e propri attacchi di panico), associati a una riluttanza nell’andare a scuola, in palestra, al parco e nei luoghi della socialità. In caso di prevaricazioni protratte nel tempo, le vittime possono arrivare a cambiare scuola o persino a interrompere il proprio percorso scolastico abbandonando gli studi. Sul lungo periodo, le vittime mostrano una svalutazione di sé e delle proprie capacità, insicurezza, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare, in alcuni casi, veri e propri disturbi psicologici, tra cui quelli d’ansia o depressivi. Coloro che commettono atti di bullismo, invece, possono manifestare un calo nel rendimento scolastico, difficoltà relazionali, disturbi della condotta (prevalentemente determinati dall’incapacità di rispettare le regole) e, a lungo andare, veri e propri comportamenti antisociali e devianti, fino ad arrivare a quei soggetti che iniziano a porre in essere comportamenti violenti e aggressivi anche in famiglia e, successivamente, sul lavoro. Coloro che si trovano ad assistere, infine, percepiscono di vivere in un contesto caratterizzato da difficoltà relazionali e potenzialmente violento, e questa circostanza aumenta la paura e l’ansia sociale, rafforzando una logica di indifferenza e scarsa empatia e agevolando condotte conniventi od omertose».

Quali soluzioni, quali interventi a favore delle vittime e per gli aggressori?

«L’unico intervento valido è quello educativo teso al recupero di vittime ed aggressori. Eventuali interventi repressivi sono ugualmente utili, ma possono soltanto arginare il fenomeno e dimostrare che l’abuso non resta impunito. L’unico modo per combattere efficacemente il bullismo è dimostrare ai ragazzi che la violenza non è mai una scelta vincente e che il rispetto degli altri e di se stessi è una regola fondamentale della società».

Ruoli e responsabilità di genitori, scuola, istituzioni?

«Nessuno può chiamarsi fuori da questa situazione e serve un nuovo contratto sociale tra scuola-famiglia-istituzioni per arginare, combattere e sconfiggere questo fenomeno. Serve fiducia e collaborazione reciproca e, soprattutto, serve di dare costantemente il buon esempio: è inutile tentare di insegnare ai ragazzi il rispetto se poi noi siamo i primi a comportarci da bulli. Più che le belle parole servono coerenza e collaborazione soprattutto tra la scuola e la famiglia».

La giustizia minorile e i suoi strumenti in questi casi?

«Nei casi più gravi, la giustizia minorile è fondamentale: si può intervenire dando un segnale molto forte alla vittima ed al “bullo” e, nella maggior parte dei casi, tentando il recupero di quest’ultimo. Non soltanto può mostrare loro che la violenza e l’abuso non possono trovare spazio nel nostro ordinamento, ma, grazie ai tanti strumenti a disposizione dei magistrati minorili, può davvero rieducare il bullo senza limitarsi a reprimere».

Nel volume c’è anche una filmografia di riferimento, un segnale dell’attenzione al fenomeno?

«Sì, ed anche un aiuto per insegnanti ed educatori che si trovano ad affrontare l’argomento. In molti casi è decisamente più agevole ricorrere ad esempi di bulli e di vittime pescando dal repertorio cinematografico ed utilizzando, quindi, personaggi ben noti ai ragazzi. In questo modo il discorso cessa di essere astratto e prende corpo in comportamenti, condotte e situazioni che poi è possibile analizzare e discutere in classe».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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