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Cambiare la legge regionale sulla reimmissione dei randagi, pericolo per l’uomo e per l’animale. Il rischio mafia

La legge 15/2000 della Regione Sicilia riguarda la gestione dei cani randagi, prevedendo la loro cattura, l’alloggiamento in appositi luoghi dove vengono chippati, curati e vaccinati e poi la reimmissione sul territorio, nel rispetto, dice la legge, della loro natura di animali liberi.

La reimmissione nel territorio può essere evitata solo ove il cane venga ripreso dal suo padrone se disperso o adottato, altrimenti viene rimesso in strada e può anche esservi rimesso prima che siano trascorsi i previsti quindici giorni dalla sterilizzazione se non vi sono posti disponibili nei canili pubblici o privati. Ovviamente potrebbe essere tenuto nei canili privati anche oltre questo termine, a spese del proprietario del canile.

Vi sono molti gruppi di volontari di associazioni animaliste che stanno cercando di fare cambiare questa legge evidenziandone le sue aberranti conseguenze. Nel frattempo raccolgono fondi per pagare gli stalli a più cani possibili e non farli rimettere in libertà, perché per un cane la libertà senza un umano che lo cura non è libertà, è abbandono.

Facciamo notare, infatti, come detta reimmissione nel territorio non sia affatto un rispetto della natura, ma un vero e proprio abbandono che riporta i cani allo stato di randagismo, in contrasto con quanto fatto in precedenza per chipparli, curarli, vaccinarli e renderli adottabili, vanificando, quindi, lo stesso impegno finanziario e di risorse previsto dalla stessa legge. Incredibilmente, quindi, la legge che inizialmente prevede un valido intervento sul territorio nega poi se stessa nelle sue determinazioni ulteriori.

La reimmissione crea anche un problema di igiene e sicurezza pubblica, poiché avere bande di cani randagi affamati e malati non può che nuocere alla vita pubblica ed alla sicurezza dei cittadini dal punto di vista anche igienico sanitario. Del resto abbandonati a se stessi cercheranno di ricompattarsi in gruppi, come nell’indole sociale dei cani.

Il cane per sua natura è un animale sociale, che vive a stretto contatto con la comunità umana, non è un animale selvatico dalla natura del cacciatore, come al limite può essere un felino. Abbandonarlo da solo senza una comunità significa, quindi, condannarlo a sofferenze fisiche e morali, privarlo di quel contatto sociale di cui necessita. Quindi questa legge contrasta anche con i principi dell’umanità e del diritto, portando degli animali alla sofferenza, fatto ormai vietato e condannato anche dal diritto italiano.

Il codice penale italiano ha introdotto il delitto di maltrattamenti di animali, all’articolo 544 ter del codice penale, che prevede pene dai tre ai diciotto mesi per coloro che maltrattano gli animali causando loro lesioni o lo sottopongono comunque a sevizie o comportamenti non consoni alle loro caratteristiche etologiche, ciò all’interno di una intera nuova sezione del codice penale, il Titolo IX-bis che recita “ Dei delitti contro il sentimento per gli animali” , introdotta dalla L. 189 del 2004, poi modificato nel 2010. L’esigenza di introdurre una sezione autonoma nel codice penale e di legiferare un delitto e non una contravvenzione, cioè una forma di reato più grave, per i maltrattamenti di animali dimostra la nuova sensibilità verso il problema.

Fondato sospetto delle associazioni animaliste è anche l’atroce dubbio che il randagismo torni a profitto delle organizzazioni malavitose che organizzano combattimenti fra cani, dove fra i cani randagi possono trovare facili prede senza alcun controllo.

Occorre, infine, sottolineare come detta legge sia unica nel suo genere, non essendo prevista in nessuna altra regione la reimmissione in strada, proprio per evitare i fenomeni del randagismo e quanto vi gira intorno.

In base alla nuova sensibilità, acuitasi dal 2000, anno di nascita di detta legge, sarebbe forse il momento che l’assemblea regionale della Sicilia mettesse mano ad una sua riforma.

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