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Caos a Tripoli. Cosa sta difendendo l’Italia in Libia e perché la soluzione è a Il Cairo

Lo stato di emergenza proclamato ieri dal governo di Al-Serraj a seguito dell’insurrezione della Settima Brigata, rappresenta l’ennesima manifestazione di un’instabilità che ha più volte investito Tripoli ed il suo governo negli ultimi anni. Questa volta non si è trattato delle forze islamiste di Al-Ghawil, ma a dare l’assalto al centro della capitale è stata una milizia parte di quell’insieme di forze che sostengono Al-Serraj.

Sebbene in queste ore si sovrappongano continue letture di ciò che sta accadendo, risulta complesso comprendere dinamiche che, sebbene si possano effettivamente inquadrare in un piano più ampio di destabilizzazione dell’area, magari sostenuto dal generale Haftar o da Paesi che lo appoggiano, altrettanto plausibilmente potrebbero rientrare nel contesto di un mutamento di rapporti di forza ed equilibri “interni”. Quello che è certo, è l’impegno – decisivo oggi come nel recente passato – profuso dal nostro paese nel tentativo di salvare l’esperienza di governo Al-Serraj ed una determinata prospettiva di stabilizzazione dell’area. In un momento così complicato è giusto interrogarsi su cosa l’Italia stia salvaguardando in Libia con la sua azione di politica estera. La risposta a questo interrogativo appare immediata, ossia la capacità di controllo dei flussi dell’immigrazione di massa, una essenziale fonte di approviggionamento energetico, gli interessi economici della più grande industria statale e, cosa forse più importante, la storica proiezione geopolitica mediterranea del nostro paese. Chiarite le ragioni di fondo dell’impegno italiano, la cui rilevanza appare quale elemento autoevidente, altrettanto essenziale risulta evidenziare il “come” il nostro Paese sta procedendo, ossia quale sia la “visione” politica che l’Italia ha messo in campo.

Se in un recente articolo abbiamo posto l’attenzione sul tentativo di sostenere la nascita di un sistema politico-costituzionale che tenga conto dei mutamenti profondi recentemente intervenuti all’interno del mondo arabo-islamico (http://www.giustiziaeinvestigazione.com/in-libia-si-ripropone-lo-scontro-italia-francia-e-su-due-modi-di-guardare-allislam/), i fatti di queste ore ci inducono a porre l’accento su un altro tema fondamentale, ovvero la volontà italiana di mantenere l’unità della Libia. Si tratta di una prospettiva molto meno scontata e molto più complicata di quanto si possa superficialmente ritenere. L’ipotesi di dividere la Libia in tre distinte entità statali, quali la Tripolitania, la Cirenaica e il Fezzan, è rimbalzata più volte in questi anni nel dibattito politico internazionale. Già dopo la seconda guerra mondiale la Gran Bretagna ottenne un mandato amministrativo dall’ONU sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, che esercitò fino al 1951, mentre la Francia ebbe quello su Fezzan per lo stesso lasso di tempo. Non è da escludere che le accelerazioni di Parigi sulla necessità di tenere elezioni entro dicembre 2018 possano andare in realtà in questa direzione. La forzatura francese sta producendo infatti una forte instabilità – che sia direttamente provocata o meno – e risulta orientata a legittimare sul piano internazionale una consultazione elettorale che potrebbe svolgersi correttamente – allo stato attuale – soltanto in una parte del paese. Ciò comporterebbe il conferimento di legittimità ad un governo “limitato” ad un’area determinata, e si creerebbero, dunque, le condizione per avviare un processo di state building circoscritto ad una sola grande porzione dell’attuale territorio libico, porzione che il generale Haftar tenta costanemente, e con alterne fortune, di estendere ai principali siti petroliferi di Ras Lanuf e Al Sidra. Emerge dunque una potenziale e radicale divaricazione di prospettiva politica, rispetto alla quale risulta fondamentale comprendere la posizione egiziana.

L’Egitto è il paese che condivide con l’Italia gli stessi “interessi”, ossia la necessità di garantire la sicurezza dei propri confini, esigenze di carattere economico e proiezione geopolitica nell’area, ed è dunque il Paese più interessato, assieme al nostro, ad una stabilizzazione duratura dell’area, oltre ad essere il principale sostenitore operativo del governo di Tobruk, in virtù anche della sua contiguità territoriale.

Le recenti e ravvicinate visite di Salvini, Moavero e Di Maio nel paese dei faraoni, sembrano rispondere a questa esigenza, oltre che a rafforzare un legame economico che vede l’Eni quale principale società petrolifera attiva nel paese, il + 13,9% nel commercio bilaterale del 2017, il + 150% nei flussi turistici italiani del 2018. La questione centrale è riuscire a passare da una comunanza di interessi, sia geopolitici che economici, ad una comune “visione” del quadro libico e dell’assetto del nordafrica. Sembra aprirsi una fase in cui a contare non sarà soltanto la qualità di una strategia geopolitica di medio termine, ma, soprattutto, la “solidità” del nostro sistema paese e della nostra classe politica globalmente considerata.

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