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Il carcere minorile del Pratello come specchio della società e delle difficoltà dei giovani

Dieci anni di impegno nell’istituto di pena per minorenni di Bologna, nel carcere del Pratello, usando lo sport come occasione di integrazione, educazione e reinserimento. Poi sono arrivate le attività laboratoriali e il film “La prima volta”. Dopo l’intervista al regista Roberto Cannavò abbiamo intervistato Vittorio Martone, direttore area stampa e comunicazione della Uisp Emilia-Romagna che ha prodotto il film.

La prima volta, storia di un film, ma anche di dieci anni di Uisp all’interno di un carcere minorile, come nasce questo progetto?

«L’esperienza di lavoro nell’istituto di pena per i minorenni di Bologna, conosciuto come il “carcere del Pratello”, è frutto dell’attenzione dei dirigenti della Uisp Bologna, da sempre convinti dell’utilizzo dello sport come strumento di integrazione, educazione e reinserimento. Un’esperienza che rientra nel novero più ampio delle attività che la Uisp Emilia-Romagna porta avanti anche in altre zone della regione, in altre strutture penitenziarie, anche per adulti, sulla base di un protocollo d’intesa sottoscritto con il Provveditorato Regionale all’Amministrazione Penitenziaria. La credibilità che Uisp ha saputo conquistarsi all’interno del carcere permette alla nostra associazione di essere un punto di riferimento anche per altre attività laboratoriali. E questo ovviamente è dovuto anche alla professionalità dei nostri operatori, tra cui mi piacerebbe ricordare Cristina Angioni, Francesco Costanzini e Chiara Gallo».

Nel trailer un educatore ricorda come 30 anni fa i ragazzi entravano in carcere a seguito di condanne per certi reati e residenti in certe zone della città; adesso è cambiato solo il colore della pelle. È il segno di un fallimento della società?

«Più che di fallimento parlerei del persistere di determinate difficoltà. I quartieri delle città tendono a differenziarsi per classi sociali di appartenenza, con le periferie che si caratterizzano come realtà più a rischio di disagio. Questo cambiamento del colore della pelle racconta di come i residenti delle periferie di allora (principalmente originari del sud Italia) abbiano intrapreso percorsi di crescita personale e sociale, non trovandosi più a rischio di devianza. Il che non si può certo descrivere come un fallimento. Dall’altro lato, a trovarsi in quelle medesime condizioni di debolezza sono ora altri nuovi residenti. A loro va rivolta attenzione, affinché si risolvano le contraddizioni che generano disparità. Poi certo una maggiore trasversalità sociale tra i quartieri aiuterebbe, ma questo è un altro discorso».

I ragazzi, gli agenti, gli educatori e i volontari, com’è la vita quotidiana al Pratello?

«È una vita fatta di esigenze e pulsioni diverse, che devono trovare un equilibrio. È sicuramente una realtà complessa. E una risposta definitiva – citando una battuta di uno dei ragazzi intervistati nel documentario – possono darla solo loro che vivono lì dentro. Quel che è importante – ed è ciò che noi abbiamo voluto evidenziare – è che a Bologna il fervente tessuto associativo, in un’ottica di sussidiarietà, considera questa realtà come parte integrante della città, e non abbandona a se stesso né chi è recluso né chi lavora nella struttura. È una realtà da preservare e, se possibile, da replicare».

Dal crimine al processo, dalle reclusione al recupero, un percorso difficile e lungo, ma possibile?

«Assolutamente sì, lo testimoniano i casi di chi “ce l’ha fatta”. Bisogna però sottolineare anche il valore di istituti alternativi alla reclusione, come la “messa in prova” e l’affidamento in comunità. Spesso soluzioni più efficaci rispetto alla logica del “chiudere e buttare la chiave”, anche se di certo più faticose».

Il carcere, il tempo, il silenzio, lo sport, le attività, cos’è un istituto minorile?

«Meglio di me risponde nel documentario il dottor Luigi Martello, magistrato di sorveglianza, una persona della quale abbiamo apprezzato la profonda umanità. Parte commentando le numerose attività e i laboratori attivi a Bologna e descritti nel film, ammettendo “chiaro che vista così uno può pensare ‘che bello che è il carcere, che facciamo tutte queste cose’. In realtà è un luogo chiuso, in cui rinunci alla tua libertà, alle amicizie, alla famiglia, alle abitudini, alle pulsioni sessuali. Quindi è chiaro che è un luogo di repressione. Per cui sono molto importanti i tempi e i modi in cui questi percorsi si realizzano, nel senso che devono essere finalizzati a qualcosa, occorre una prospettiva”. A me sembra la sintesi migliore».

Cosa ha significato per la Uisp questo progetto?

«Il titolo del documentario, “La prima volta”, è anche un riferimento alla prima occasione in cui la Uisp Emilia-Romagna si è cimentata nella produzione di un ambizioso progetto cinematografico. Abbiamo voluto sondare la nostra forza nel raccontare in prima persona, convinti di averne le capacità, una delle esperienze di punta di quello che noi chiamiamo “sport sociale”. È stato il punto di partenza per investire nel documentario sociale, tramutandoci in casa di produzione indipendente. Sicuramente un progetto ambizioso, che le istituzioni locali hanno peraltro sostenuto e incoraggiato, che credo rappresenti il futuro della comunicazione per un soggetto importante del Terzo Settore come la Uisp. Un percorso che ha già avuto un seguito, con due corti, uno di finzione e uno documentaristico, dal titolo “L’incontro” e “La felicità è blu”, prodotti rispettivamente da Mammut Film e da Proposta Video. E intanto sono in cantiere altri progetti, dei quali per il momento non anticipiamo nulla, come da tradizione».

Prossimi appuntamenti promozionali e concorsi?

«Dopo un biennio ricco di partecipazioni a svariati festival – nei quali abbiamo avuto anche la soddisfazione di diversi e importanti premi – stiamo lavorando per portare il documentario nelle scuole e nelle società sportive. L’obiettivo adesso è quello di uscire dai tradizionali circuiti cinematografici per intercettare la cittadinanza e le giovani generazioni. In alcune esperienze pilota abbiamo notato risposte molto positive a questo racconto di una realtà così sconosciuta. E intento finale di ogni futura proiezione è quello di raccogliere fondi da destinare all’attività sportiva in carcere».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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