Home / Giustizia e diritto / Caso Cappato: aiuto al suicidio non sempre punibile

Caso Cappato: aiuto al suicidio non sempre punibile

Il 25 settembre del 2019 la Corte Costituzionale si è pronunciata sulla questione dell’aiuto (o istigazione) al suicidio, relativamente al caso Cappato.

Si tratta della nota vicenda del D.J. Fabo (quarantenne tetraplegico) e dell’incriminazione dell’amico Marco Cappato per averlo aiutato a contattare la clinica svizzera per l’interruzione della vita. La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale, nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio, ritenendo tale incriminazione in contrasto con le norme di cui agli articoli 3, 13 comma 2, 25 comma 2 e 27 comma 3 della Costituzione.

La Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. È importante tener presente che, a differenza di altri paesi come appunto la Svizzera, la legge italiana non affronta la questione dell’istigazione al suicidio. Nel nostro ordinamento esiste, invece, una legge sul testamento biologico: la legge 219 del 22 dicembre del 2017.

A tal proposito, si distingue tra eutanasia attiva (come nel caso del D.J. Fabo tramite l’assunzione di un farmaco letale) e rifiuto dei trattamenti, anche se questi salvano la vita. Il problema sollevato dalla Corte d’assise è quello relativo all’articolo 580 del codice penale, che porta all’incriminazione di chiunque aiuti altri al suicidio, indipendentemente dalla valutazione condotta dal soggetto agente e indipendentemente dal fatto che, come in questo caso, la condotta dell’agente andava a rafforzare una volontà già formatasi. È proprio su questo che ha fatto leva la Corte Costituzionale, ai fini della propria decisione. Come sopra accennato, la Corte Costituzionale ha affermato che l’aiuto al suicidio non è punibile “a determinate condizioni”.

E le condizioni sono le seguenti: che si tratti di un malato terminale in grado di decidere pienamente, afflitto da una patologia che gli provoca sofferenze fisiche e psichiche per lui assolutamente intollerabili. Abbiamo detto che bisogna distinguere tra eutanasia attiva e disposizioni anticipate di trattamento. Tuttavia, troviamo dei collegamenti con la legge 219/2017. Un primo collegamento è dato dal fatto che chi decide di rifiutare o interrompere trattamenti sanitari, può farlo ma deve essere capace di intendere e di volere nel momento in cui lo fa. Inoltre, anche questa legge si appella agli articoli 2, 3, 13, 32 della Costituzione. Tornando alla decisione della Corte Costituzionale, Marco Cappato, il quale avrebbe rischiato dodici anni, ha dichiarato: “Da oggi siamo tutti più liberi”.

Qui l’opinione pubblica si divide. C’è chi condivide l’affermazione di Cappato e c’è chi non la condivide. Al di là di quali possano essere le opinioni, di fatto ci troviamo di fronte una sentenza storica (soprattutto se consideriamo che in Italia c’è lo Stato del Vaticano) e, a questo punto, il Parlamento dovrà legiferare – quanto prima – in materia.

About Sara Autorità

Check Also

Gestire il rischio del cyber crime più diffuso? È una questione di Fattore C

“Mandami una email” / “Ti mando una email”: sono frasi ricorrenti nella gestione delle comunicazioni …

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi