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Caso Noa, eutanasia o suicidio assistito sono sempre e comunque una sconfitta

Eutanasia o suicidio assistito sono sempre e comunque una sconfitta.

La vita è un bene e un valore irrinunciabile, tanto che la nostra cultura giuridica ha fortunatamente da tempo superato l’antica regola giuridica dell’ “occhio per occhio”, abolendo la pena di morte: «Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio» (C. Beccaria).

Ora uno Stato che non ammette la pena di morte come sanzione, può ammettere la morte come atto di libertà individuale? E soprattutto può immaginarsi che questa scelta possa essere affidata ad un minore, incapace di agire giuridicamente (e quindi incapace secondo la legge di commetere un reato o di firmare un contratto), ma capace di decidere sulla propria vita? Quanta scelta e quanta libertà c’è nella decisione di Noa, la ragazzina minorenne olandese, a cui è stato consentito di morire …di fame?

Ora pur attenti alla complessità e alla diversità di ogni singola situazione e soprattutto nel rispetto della sofferenza, pare evidente che consentire a Noa di suicidarsi è stato un fatto contro il diritto.

Non è possibile che lo Stato possa consentire questa capacità di scelta ad un minore, né è immaginabile delegare ai medici (come prevede il Protocollo di Groningen, il quale non ha valore legale, ma è stato approvato dall’Associazione dei Pediatri dei Paesi Bassi, già nel giugno 2005) o ai genitori tale decisione. I genitori non sono i proprietari dei loro figli. Essi sono solo i custodi della loro vita. Nel rispetto della libertà educativa, non si può neppure immaginare che i genitori si possano trasformare in carnefici. Ammettendo ciò si rischierebbe di tornare alla mitica rupe Tarpea: un bambino solo perché malato, sofferente o semplicemente perchè indesiderato potrebbe essere eliminato e tale “assassinio” potrebbe finire per essere giustificato come una libera scelta o peggio un atto d’amore. Lo Stato sempre e comunque difende i suoi figli, anche togliendoli se necessario ai genitori qualora si dimostrino non capaci o non disponibili ad assumere le proprie responsabilità. “Lo scandalo non è solo nelle terapie [che non sono riuscite a sconfiggere la malattia], ma nel discorso educativo del nostro tempo”, che rifiuta a priori la sofferenza (afferma Massimo Recalcati).Amare non vuol dire lasciare andare, amare vuol dire essere pronti a dare la vita per l’altro.

Prof. Avv. Simone Budelli, Unione Giuristi cattolici di Perugia

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