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Ci vorrebbe un padre

Quando sono stata a spiegare la Costituzione ai bambini delle scuole elementari sono riuscita a spiegare loro anche il concetto di PIL, in modo molto semplice, paragonando la nazione ad una famiglia in cui ognuno ha i suoi compiti, ma tutti comunque contribuiscono in qualche modo alla vita della famiglia e tutti usufruiscono del benessere della famiglia, quindi meglio è condotta la famiglia e meglio stanno i suoi membri. Ovviamente meno ci sono conflitti di potere e meno energia si disperde e si può utilizzare per il bene della famiglia. Capire che ci deve essere un coordinatore o gestore o capo o comunque direttore degli affari che può consultarsi con gli altri significa capire come funziona una democrazia e occorre anche capire che esistono due principi di governo, il principio maschile, che detta regole e limiti, e quello femminile che assicura accoglienza e protezione.
Senza limiti non si può crescere in modo costruttivo e quindi neanche dare un proprio contributo alla società.
Appare evidente che servono limiti per sopravvivere, basti pensare ai limiti di velocità o al divieto di passare con il rosso. Ma i limiti sono anche sapere cosa si può fare in base alle proprie capacità, quindi costruire la propria vita al meglio, evitando di fare il muratore se la propria strada è il medico o di fare il commercialista se la propria strada è fare il cuoco. Limiti e regole servono per creare qualcosa di buono e positivo, e per fare ciò occorre scordarsi il buonismo del “va bene tutto” che può portare solo al caos e non ad una convivenza salubre. Tendenzialmente il limite lo dà il principio maschile e mai come ora pare mancare un padre nella nostra società. La parola limite sembra fare paura, essere oscena invece contiene il principio della convivenza. Il buonismo può sembrare buono in realtà è la porta del caos, dell’irrazionale che non può essere utile nella convivenza.
Facciamo degli esempi: se io ho un locale per cento persone non posso metterne dentro duecento perché se scoppia un incendio io non le posso salvare.
Mi rendo conto che i cento che non entrano sono dispiaciuti, ma ciò è necessario per la sicurezza di tutti.
Si possono fare milioni di esempi. Per esempio se un ragazzo ha dei limiti e la scuola li rileva è per dargli poi gli strumenti per superarli, assurdo il comportamento di attaccare gli insegnanti perché rilevano limiti. Serve solo a lasciare i propri figli nel limite.
La realtà non è tutta come la vuole un individuo, ma si può imparare ad affrontare quanto non ci piace e questo è l’insegnamento del padre.
Nella nostra società un padre manca, un padre che indichi una via corretta ed etica e faccia accettare ai cittadini le sconfitte, le frustrazioni, che li aiuti a crescere.
Il principio materno tende a trovare scuse e giustificazioni e questo può integrare il principio maschile nel senso che fa restare la responsabilità responsabilità e non la fa diventare colpa, la tiene cioè su un piano umano e non la porta su un piano ultraterreno. Il principio materno salva il valore della persona, ma con il suo limite stabilito dal principio paterno.
Ma in una società dove basta fare i capricci, urlare un po’ e si ottiene ragione, anche contro il diritto e contro ogni principio dell’ordinamento, dove una legge si fa passare a forza di demagogiche promesse siamo in assenza del padre che con i suoi limiti porta giustizia ed equilibrio.
Il limite inoltre ti dà sicurezza, ti indica dove puoi muoverti, e spesso per i giovani avere una strada tracciata può aiutare.
Il senso del limite eviterebbe tante tragedie, ad esempio mi sono trovata davanti a tragedie legate all’usura, usura cui sono ricorse persone che hanno fatto debiti oltre ogni loro possibilità e che se avessero il senso del limite non sarebbero ricorse prima ai debiti e poi finite nell’usura.
Il senso del limite è un NO che aiuta a crescere, a sopportare le frustrazioni e a fare i conti con la realtà, è un “papà che scaccia via la notte” per dirla con Baglioni di qualche anno fa.

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