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Cold case – Il delitto di Serena Mollicone

Serena Mollicone, giovane liceale, viene trovata senza vita il 3 giugno 2001 dopo essere scomparsa due giorni prima.

Il 1° giugno 2001 la ragazza si reca all’ospedale di Isola del Liri per un esame radiografico, terminata la visita medica alle 9:30 compera in una panetteria, nei pressi della stazione degli autobus, quattro pezzi di pizza e quattro cornetti.

Dopo l’acquisto prende il pullman, torna ad Arce e viene notata in piazza Umberto I, è l’ultima volta che viene vista viva.

Il suo rientro era previsto per le ore 14, quando doveva incontrare il fidanzato per poi tornare a casa per completare la tesina per la maturità.

Questo ritardo e l’assenza all’appuntamento con il fidanzato mettono in allarme la famiglia e quando non rientra a casa nemmeno la sera iniziano le ricerche, che si concluderanno due giorni dopo con la scoperta, fatta da una squadra della Protezione Civile, del cadavere della giovane nel bosco di Fonte Cupa, zona già battuta il giorno prima dai Carabinieri, che, però, non avevano trovato nulla.

Il corpo era posizionato in mezzo ad alcuni arbusti, supina, con la testa dentro un sacchetto di plastica, con l’occhio sinistro ferito, naso e bocca chiusi con nastro adesivo, così come mani e piedi legate con fil di ferro e scotch.

Le indagini vengono affidate alla stazione dei Carabinieri del paese, però questi tardano ad iniziarle e passano alla Polizia di Stato.

Con il cambio di assegnazione dell’indagine si arriva ad individuare il primo sospettato, il carrozziere Carmine Belli che, secondo un biglietto trovato dagli investigatori, doveva incontrarsi con la vittima, così nel settembre 2002 inizia l’iter processuale che porterà nel 2004 al proscioglimento da ogni accusa di Belli deciso dalla Corte di Cassazione.

La svolta avviene nel 2008, quando Santino Tuzi, carabiniere della stazione di Arce si suicida, pochi giorni dopo aver rilasciato una dichiarazione in Procura, nella quale sosteneva che il primo giugno 2001 alle 11 di mattina una ragazza simile alla vittima era entrata in caserma e non vi era più uscita.

Le indagini si concentrano, quindi, sulla caserma dei Carabinieri fino ad arrivare al giugno 2011, quando vengono iscritti nel registro degli indagati l’ex maresciallo Franco Mottola, la moglie e il figlio con le accuse di omicidio volontario e occultamento di cadavere.

Nel 2016 viene richiesta la riesumazione del cadavere e nuovi esami, che confermano la cause della morte avvenuta per asfissia, ma prima la giovane era stata stordita o con un colpo in testa o spinta contro una porta della caserma, e poi fatta sparire.

Queste nuove scoperte portano alla chiusura delle indagini nel 2019 e al rinvio a giudizio di cinque persone, tre dei quali Carabinieri.

Il processo è tutt’ora in corso.

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