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Come nasce una famiglia, il diario di Christian e Michela per diventare genitori tra leggi e burocrazia

La scelta di diventare genitori adottivi raccontata in un libro, una sorta di guida per chi vuole intraprendere lo stesso percorso, ma anche il racconto di un’esperienza tra leggi, corsi, burocrazia e impegno economico. Christian Cinti e Michela Serangeli hanno raccontato la propria esperienza in “Questa navicella sta entrando in orbita. Diario di bordo di una famiglia adottiva” (Tau editrice).

“Questa navicella sta entrando in orbita” racconta di famiglia e di adozione, una sorta di guida-racconto per chi vuole adottare?

«Sì, in definitiva si può dire che nella trama degli avvenimenti raccontati è intrecciato anche un vademecum di sopravvivenza, una guida pratica che aiuta a rendersi conto di cosa significhi adottare un bambino all’estero, o per lo meno in Colombia. Tuttavia, non possiamo dire che contenga una sintesi organizzata dei passaggi che compongono l’iter del percorso adottivo. Parla piuttosto dell’esperienza adottiva come viaggio dal proprio mondo conosciuto verso un spazio tutto da esplorare…».

Ci raccontate la vostra decisione ed esperienza?

«In realtà ci siamo scoperti vocati all’adozione. Quando abbiamo cominciato, non sapevamo ancora se sarebbe stata un’adozione nazionale o internazionale. Abbiamo iniziato ad aver voglia di adottare un bambino nel momento in cui abbiamo deciso che non avremmo pianto la nostra condizione di coppia sterile. Quando abbiamo rifiutato di sentirci vittime delle circostanze, abbiamo anche iniziato a sospettare che dietro a quella che poteva apparire come una privazione, o una maledizione, potesse in realtà nascondersi qualcosa di più grande. E quindi ci siamo buttati, scommettendo tutto su qualcosa che non sapevamo ancora bene cosa fosse. E abbiamo fatto bene. Siamo felici».

Perché avete scelto la via dell’adozione internazionale?

«Nel momento in cui si deposita la disponibilità all’adozione, si fa domanda sia per la nazionale che per l’internazionale. Poi, semplicemente, si sceglie dove si ritiene di avere più possibilità».

Quali problemi avete incontrato in Italia?

«Se possiamo dire di aver incontrato problemi in Italia, questi hanno a che fare essenzialmente con la “lentezza”. Attendere la legalizzazione di un documento, dover tornare nello stesso ufficio più volte per un semplice timbro, dover prendere appuntamenti con largo anticipo per un semplice certificato medico alla ASL… è tutto molto lento, ogni piccola pratica appare come una faccenda estremamente complessa e complicatissima, anche semplicemente trasferire un documento al dirimpettaio d’ufficio».

Anche andare all’estero non è un cosa semplice, quali sono le difficoltà maggiori?

«I due grandi mostri che spaventano ogni aspirante genitore adottivo sono i tempi di attesa e i costi. Ogni Paese ha le sue regole e ogni Paese ha le sue peculiarità. Noi conosciamo bene la Colombia e possiamo dire che, se la coppia accetta di estendere la sua disponibilità all’adozione di bambini cosiddetti “con bisogni speciali” (o perché hanno superato i 7 anni di età, o perché si tratta di fratrie numerose, o perché presentano qualche problemino di salute), i tempi di attesa sono del tutto ragionevoli. Si parla di massimo 18-24 mesi dalla consegna dei documenti all’estero. Per quanto riguarda i costi, una parte è da sostenere in Italia. Parliamo dei costi per la procedura che cura l’ente autorizzato per le adozioni internazionali a cui la coppia deve conferire l’incarico (ne esistono una sessantina autorizzati dalla Cai – Commissione per le adozioni internazionali – e occorre scegliere: non tutti operano allo stesso modo, quindi i costi possono variare di molto da un ente all’altro). Ma la parte più sostanziosa del costo è da sostenere all’etero: visti, biglietti aerei, vitto e alloggio, e il cosiddetto “costo paese”, cioè un costo forfettario che comprende le spese per l’interprete e per l’avvocato. Si favoleggia molto in merito al fantomatico “business delle adozioni” ed in parte è vero, perché alcuni enti presentano dei costi davvero ingiustificabili. C’è chi ti fa pagare per fare i corsi formativi, chi ti fa pagare per le traduzioni, o chi richiede cifre aggiuntive per non meglio precisati “costi aggiuntivi variabili” che varierebbero, appunto in modo imprecisato, a seconda della regione di provenienza del minore, a seconda dell’Istituto… Occorre essere molto attenti prima di scegliere l’ente: meglio confrontarsi con altre famiglie, chiedere, domandare “ma tu quanto hai speso per questo e per quello?”. Detto ciò, è pur vero che chi fa l’avvocato all’estero non la fa per volontariato, quindi è giusto che venga pagato. Che vada pagato il giusto, ma è giusto. L’interprete o la persona che ti accompagna in ogni snodo del tuo percorso all’estero, in un Paese straniero, in una città che non conosci, è giusto che vada pagato. Così come è giusto che vada pagato l’ente adozioni che offre un servizio di raccordo fra te e l’autorità straniera, e che praticamente ti organizza tutto l’iter legale e logistico. Ma devono essere pagati il giusto. Piuttosto, troviamo penoso e deprimente che lo Stato non rimborsi praticamente più le famiglie adottive. Mentre se vuoi fare un figlio con la fecondazione eterologa te la passa il servizio sanitario».

Cosa chiederesti alle Istituzioni per quanto riguarda le politiche familiari e per sostenere chi ha figli, naturali o adottati?

«Per quanto riguarda l’istituto dell’adozione, sarebbe già importante che lo Stato rispettasse gli impegni presi con le famiglie adottive, cominciando a rimborsare le spese sostenute. La Cai ha da poco fatto sapere che entro l’anno saranno restituiti i soldi a chi ha terminato l’iter adottivo nel 2011. Significa che almeno 10mila famiglie dovranno aspettare ancora chissà quanto prima di poter rivedere qualche soldo. Ma poi si potrebbe intervenire per cercare di rimodulare alcune spese fisse come ad esempio il costo dei biglietti aerei, introducendo tariffe agevolate per chi fa adozione, o magari rendendo gratuiti i certificati medici o i visti d’ingresso per i Paesi esteri. Molto più in generale, le politiche familiari in Italia vivono di provvedimenti spot, anziché di interventi strutturali. Basterebbe darsi un’occhiata in giro e “rubare” qualcosa da altri Paesi europei. Si pensi ad esempio ai congedi di paternità e maternità: in Italia sono un vero “lusso”, quando non rappresentano un motivo per far finire un rapporto di lavoro. Ma si pensi anche alle strutture scolastiche, ai servizi per le famiglie: un figlio in Italia viene visto come una scommessa. Solo che, continuando così, passa l’idea che sia una scommessa perdente. Ma non è affatto così».

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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