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Coronavirus, il lavoro del medico di famiglia tra diagnosi virtuali e dispositivi di protezione individuale non idonei e insufficienti

Il Covid-19 ha dimostrato tutte le fragilità del sistema Italia, a partire dal Sistema sanitario nazionale, compreso quello lombardo, considerato tra i migliori. Il virus, che sta sconvolgendo la vita di tutti noi e del mondo intero, è solo la punta dell’iceberg di un sistema che, da oltre 20 anni in Italia, non funziona in maniera efficiente. Colpa del malgoverno, di chi ha amministrato la cosa pubblica a tutti i livelli istituzionali, della mancanza di lungimiranza della classe dirigente nostrana, dei tagli alla sanità.

Secondo la Fondazione Gimbe, che ha lo scopo di favorire la diffusione e l’applicazione delle migliori evidenze scientifiche con attività indipendenti di ricerca, formazione ed informazione scientifica, al fine di migliorare la salute delle persone e di contribuire alla sostenibilità di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico, nel decennio 2010-2019 tra tagli e definanziamenti al Sistema sanitario nazionale sono stati sottratti circa 37 miliardi di euro ed il fabbisogno sanitario nazionale (Fsn) è aumentato di 8,8 miliardi di euro. Per non parlare dei nuovi morti sul lavoro: dall’inizio dell’epidemia in Italia fino ad oggi (dati forniti il 10 aprile dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici) sono 107 tra medici ed odontoiatri (4 su 10 erano dottori di base), 6 farmacisti, 28 infermieri e 5 ausiliari, la più giovane di 36 anni, deceduti dopo aver contratto il virus nei reparti.

Studi medici vuoti e diagnosi virtuali E se da una parte ci sono responsabilità che dovranno essere accertate, dall’altra c’è una certezza: anche il lavoro di medicina generale si è trasformato. Studi medici vuoti e aperti solo per appuntamento, consulenze per telefono anche con videochiamate, diagnosi virtuali, ricette elettroniche inviate direttamente, tramite mail, alla farmacia di riferimento del paziente. Noi di Giustizia e investigazione ne abbiamo parlato con il dottore Angelo Broccolo, medico di medicina generale, nonché segretario regionale di Sinistra italiana Calabria.

Com’è cambiato il lavoro di medico di famiglia?

«Si è rivoluzionato. Da una parte ci siamo fissati dei paletti necessari per contrastare l’epidemia, quindi si accede allo studio solo se necessario e previa appuntamento telefonico, dall’altra è necessario ascoltare attentamente quello che ci riferiscono i pazienti, soprattutto quando si tratta di sintomi di natura respiratoria, questo per evitare di fare una diagnosi sbagliata. Bisogna capire se si tratta di influenza, bronchite o di un caso sospetto di coronavirus per indirizzarlo poi, in quest’ultimo caso, al 118. Sicuramente si lavora tanto per telefono, anche tramite videochiamate. Questo è dovuto sia alle limitazioni imposte che dal clima di paura dei pazienti che vogliono evitare dottori e studi medici. Così si è passato da un eccesso all’altro: prima del Covid-19 si faceva spesso ricorso al medico anche per delle sciocchezze, ora invece lo si evita anche nei casi in cui è necessario essere visitati. Ad esempio, una collega di chirurgia pediatrica mi esprimeva la sua preoccupazione per l’aumento di casi di peritonite nei bambini, mentre prima le mamme si rivolgevano subito al pediatra per semplici mal di pancia, ora, invece, anche nei casi di forti dolori aspettano, per poi scoprire che era appendicite. Quindi tutto questo, credo, avrà riflessi più pesanti nei prossimi mesi, soprattutto per chi ha problemi di pressione, diabete».

Il rischio di fare diagnosi virtuali errate però è reale?

«Sì, ecco perché è importante avere l’accortezza di ascoltare attentamente ciò che il paziente ha da dire, questo per evitare di fare diagnosi sbagliate o tardive, il cui fattore tempo è importantissimo, per esempio per le malattie neoplastiche. Sottolineo però un dato oggettivo: prima si ricorreva troppo facilmente in ospedale, adesso c’è l’eccesso opposto, ovvero si evita il medico».

Il coronavirus ha fatto emergere anche tutte le fragilità del Sistema sanitario nazionale

«Decisamente sì. L’emergenza sanitaria ha messo in luce quanto siano state scellerate certe scelte, come i tagli ai posti letto o l’eccessiva ospedalizzazione. Tutto questo è anche il frutto di chi non paga le tasse, come fai a mantenere un sistema sanitario efficiente se le tasse non vengono pagate da tutti? Altra conseguenza che ha determinato differenti servizi sanitari, iniqui e diversificati, che non sempre garantiscono i servizi stessi, è la riforma del titolo V che ha delegato a Regioni e Province autonome l’organizzazione e la gestione dei servizi sanitari, un vero pasticcio».

Autonomia regionale e commissariamento della sanità calabrese cosa ha comportato tutto questo?

«Nonostante il commissariamento degli ultimi 10 anni nella sanità calabrese, che non è assoluto, la Calabria comunque continua ad avere la propria autonomia, vedi la circolare della presidente Jole Santelli che stabilisce che gli ospedali non debbano più comunicare i dati riguardo al coronavirus e la comunicazione ufficiale ora è in mano esclusiva della Regione. Al di là di un certo attivismo della presidente Santelli, la crisi in atto, a mio avviso, è stata affrontata con confusione, lentezza ed approssimazione. Ancora oggi non è chiara la catena di comando regionale, non sono chiari i passaggi, i tempi e le risorse che la giunta concretamente vuole mettere in campo. La vicenda Pallaria (il responsabile della Protezione civile calabrese che avrebbe dovuto gestire l’emergenza sanitaria e che si è dimesso a seguito di un’intervista durante la quale ammetteva di non sapere cos’è un ventilatore polmonare), la vicenda della Rsa di Chiaravalle (dov’è nato un focolaio di coronavirus che ha portato al decesso di 19 anziani ospiti), il ritardo della chiusura della regione, la carenza di materiale, l’assenza di un piano complessivo di contrasto alla situazione, dimostrano un’incapacità di governo che va immediatamente affrontata e corretta. Così come è necessario capire cosa farà in concreto il governo per garantire standard di cure adeguate a chi vive in Calabria».

Tutti sono preoccupati per la Calabria e per il suo sistema sanitario fragile

«È necessario un intervento dello Stato per sventare i pericolosissimi rischi sanitari che il sistema sanitario regionale calabrese porta nel suo grembo da troppi anni, tra pesanti tagli, sub-commissariamenti, mala-gestione, mala-amministrazione e ruberie diffuse. Non è ora il tempo di fare polemiche sulle responsabilità o meno, dopo sarà necessario fare chiarezza, ma bisogna ritirare per sempre i progetti di autonomia regionale differenziata, di porre termine immediatamente al commissariamento della sanità calabrese e di predisporre un piano di rilancio per il Sud che preveda anche la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini, quali la salute, l’istruzione, il lavoro».

Si parla tanto della mancanza di dispositivi di protezione individuale, non idonei o insufficienti anche per i medici di base

«Anche in Calabria stiamo assistendo ad una scarsa distribuzione di mascherine adeguate, che non garantiscono né un’effettiva protezione dal virus né sono in un numero sufficiente da permettere di lavorare in tutta sicurezza. L’Asp di Cosenza mi ha consegnato, insieme ai guanti, in un primo momento qualche mascherina chirurgica, poi quelle un po’ più elaborate, ma senza occhiali, camice, calzari e copricapo. Le mascherine dobbiamo sanificarle per essere riutilizzate: in un mese invece occorrerebbero, per un corretto uso, 10 o 15. Inoltre, una nota del 25 marzo scorso dell’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza riguardo il corretto utilizzo dei famosi Dpi, diffida di fatto gli operatori sanitari che esercitano presso lo spoke di Corigliano-Rossano ad utilizzare i dispositivi di protezione individuale che non siano stati forniti dalla farmacia o dalla direzione medica di presidio. Sarebbe stato corretto l’ammonimento, se l’Asp avesse fornito i lavoratori di attrezzatura conforme alle direttive, quindi tute, camici impermeabili, visiere, occhiali protettivi e mascherine chirurgiche, Ffp2/Ffp3 e di tutti coloro che operano in prima linea. E, invece, molti operatori sanitari, in quasi tutte le strutture ed i presidi ospedalieri del territorio, registrano l’assoluta carenza di questi dispositivi, fondamentali per non diventare vettore di contagio nei confronti di loro stessi, dei loro familiari e dei pazienti che visitano e assistono. Tra l’altro, in presenza di un decreto che non assicura la quarantena agli operatori sanitari che sono venuti in contatto con pazienti Covid-19, non si può negare agli stessi la protezione individuale, che dovrebbe essere fornita dall’Asp e che non si dovrebbe trattare di una semplice mascherina filtra batteri o di una tuta da imbianchino».

Altra questione alla ribalta della cronaca, i tamponi che non vengono effettuati neanche al personale ospedaliero e sanitario

«È necessario tracciare la mappatura dei contagiati, sottoporre tutto il personale sanitario ed ospedaliero a tamponi, chi garantisce che non siamo asintomatici? La vicenda Lombardia, su cui non voglio esprimere giudizi, ci insegna che qualcosa non ha funzionato, sicuramente ci sono stati degli errori, ma tutto questo è anche frutto della mancanza di una regia centrale, perché in funzione della propria autonomia regionale ogni Regione agisce in modo differente. Per non parlare della burocrazia che in Italia rende tutto più difficile e ingestibile ogni cosa».

Twitter @Ros812007

About Rosaria Parrilla

Giornalista pubblicista, addetta stampa, conduttrice televisiva e di eventi

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