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Cosa resta del lavoro dopo il concertone del primo maggio

Sono passati dieci giorni dalla celebrazione del primo maggio, la festa del lavoro e dei lavoratori, celebrata nel primo giorno di questo mese in memoria del massacro di lavoratori e scioperanti accaduto a Chicago il 1° maggio 1886.

Dopo l’assenza di celebrazioni del 2020, dovuta all’emergenza covid, quest’anno sono tornate le manifestazioni, tra le quali la più famosa è diventata il Concertone a Roma in piazza San Giovanni in Laterano; ideato più di trent’anni fa dai sindacati confederali come momento dedicato ai giovani, da tempo è rimasto come manifestazione musicale ma sempre più slegato dall’ambito sociale.

Le polemiche di quest’anno si sono legate a Fedez (leggi qui) e alle sue esternazioni, peraltro possibilmente diffamatorie, a proposito di un decreto legge in approvazione, l’oramai famoso ddl Zan, prima ancora Scalfarotto, legato alla tematica dell’omofobia, che meriterebbe peraltro un articolo a parte.

Tali polemiche hanno non solo monopolizzato la scena musicale, tanto che non si ricordano esibizioni di altri cantanti, ma, soprattutto, hanno monopolizzato il discorso relativo al lavoro, ai giovani e ai diritti sociali: i giornali, i media e i politici, presi dall’affaire Fedez, di cui si sarebbe fatto a meno, hanno snobbato ciò.

Quest’anno del resto ci sarebbe ben poco da festeggiare: i disoccupati risultano essere 2,5 milioni, aumentati da 2,25, e gli inoccupati sono arrivati al numero di 14 milioni; cifre per nulla lusinghiere (qui).

Per la Confcommercio hanno chiuso 390mila imprese (qui), con una riduzione di 2/3 di attività imprenditoriali secondo l’Istat (leggi qui).

Questi sono al momento i dati disponibili, che imporrebbero misure emergenziali e soprattutto reali, viste anche le polemiche sui ristori quanto alla loro quantità e alle loro tempistiche.

Ma se l’impresa privata è in ginocchio, anche il lavoro pubblico è in forte difficoltà; ad una situazione pregressa di invecchiamento degli occupati e di mancanza di organico e di ricambi ha fatto seguito anche in questo ambito la criticità portata dal covid.

Per più di un anno i concorsi sono stati posticipati o sospesi, e solo da poco hanno ripreso ad essere banditi e pure organizzati, pur con problemi di accavallamento di date e di rispetto della normativa anti-covid.

Cogliendo la palla al balzo, il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione Brunetta si è esposto a favore di una riforma degli accessi alla pubblica amministrazione, puntando sulla “meritocrazia”, fatta coincidere con il possesso e la valutazione di titoli.

Ciò, lungi dalla bontà degli slogan sulla meritocrazia, rappresenterebbe numerosi problemi, quali il vantaggio de facto dato a chi è più ricco e può permettersi il pagamento di corsi e master e il trasformare i concorsi, per loro natura aperti a tutti, in meri concorsi per interni, non garantendo quindi reali accesso e ricambio generazionale; tutto ciò, peraltro, senza nessuna proposta di riforma dell’istruzione scolastica e universitaria e del relativo accesso.

La normativa al riguardo, il decreto legge 44/2021 (qui) non è al momento ancora convertito in legge, e ciò si unisce al quadro di incertezze del momento, ma rimangono le critiche espresse: l art 10 della normativa in questione, così come formulato, preclude l’accesso ai concorsi pubblici a una marea di candidati, che più ne avrebbero bisogno e diritto, ossia giovani, meno giovani, disoccupati che vogliono rimettersi in gioco.

Critiche al riguardo sono pure emerse dall’autorevole voce di “P. A. Magazine”, che ha segnalato uno sbarramento dei giovani molto alto all’ultimo concorso di grande importanza, quello cosiddetto “per il Sud” (qui).

Allo stato attuale degli atti sarebbe opportuno che la Politica giocasse un ruolo attivo con il mondo economico e sindacale ai fini di dirigere e coordinare le varie esigenze e far ripartire l’Italia; tuttavia, le cose paiono non essere così, con uno Stato silente alle molte voci critiche e perfino disperate.

E quello del lavoro, pur importante, non è l’unico comparto lasciato solo: perfino il comparto sanitario, incredibilmente in questo periodo pandemico e post-pandemico, è stato lasciato all’osso, con la riduzione della metà delle risorse per i presidi territoriali e il privilegio per la telemedicina (qui).

Questo è ciò che ci aspetta, anche dietro parole come “resilienza”, “integrazione” e “svolta ecologica”? Si spera di non dover aspettare i posteri per la risposta e, soprattutto, che la risposta non sia positiva.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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