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Cyber sicurezza, fake news, bufale e disinformazione, l’Italia spende poco per difendersi

Dal summit di Riga, in Lettonia, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato con apprensione della possibilità che “grandi gruppi criminali o anche Stati con atteggiamento ostile, provochino danni disastrosi ai servizi informatici pubblici, alle banche ai sistemi elettorali, sociali e sanitari”. Ne discutiamo con Alfredo Mantici, docente nel corso di laurea magistrale in “Investigazione, criminalità e sicurezza internazionale” dell’Università Internazionale di Roma – UNINT ed è stato a capo del Dipartimento Analisi del Sisde.

Il presidente Mattarella ha parlato di “minacce che riguardano non soltanto la sicurezza dello Stato, ma anche quella dei singoli cittadini”. Qual è la reale portata di tali minacce e che idea si è fatto della campagna di fake news di cui lo stesso Presidente fu bersaglio, durante le fasi più delicate della formazione dell’attuale governo?

«La riflessione del presidente Mattarella è molto serena e giustificata. Serena perché, evidentemente, non ha mostrato e non mostra di essersi particolarmente preoccupato per le fake news che lo riguardavano. Allo stesso tempo è una riflessione razionale perché tocca un problema che esiste. L’intelligence si evolve come si evolvono tutte le attività umane, e si evolve anche facendo uso della tecnologia. Quella che prima era la disinformazione a mezzo stampa – cioè si pagava un giornalista perché desse notizie fuorvianti e comunque favorevoli ad una parte – oggi si è evoluta grazie alla disponibilità gigantesca offerta dalle piattaforme dei social media, che consentono di diffondere notizie vere, false, verosimili o mezze vere, con una facilità enorme. Un altro punto che ha toccato il Presidente è quello dell’utilizzo del cyber spazio per motivi politici da parte dei governi. Anche qui siamo di fronte ad un’evoluzione tecnologica dell’attività di influenza che i servizi segreti sovietici e occidentali hanno ampiamente utilizzato durante la guerra fredda».

Ritiene sufficienti le misure di sorveglianza, ed eventuale reazione, messe in campo dal nostro paese in tale ambito?

«Guardi, le misure di protezione delle infrastrutture critiche da attacchi cibernetici sono per loro natura costosissime, perché richiedono strumenti molto sofisticati e devono costantemente essere adeguate al livello della minaccia. La minaccia si evolve in continuazione e così si deve evolvere la difesa. Naturalmente si parla di costi da capogiro, basti pensare che la NSA americana ha un badget annuo di circa nove milardi e mezzo di dollari».

L’Italia a che punto è?

«Le dico subito che noi non spendiamo a sufficienza in sicurezza. Questo perché la sicurezza è un bene immateriale, del quale si verifica l’esigenza solo quando viene a mancare. Viceversa, quando non succede niente, non avvertiamo la necessità di spendere denaro. Osservi quello che è successo con il ponte Morandi: finché il ponte non è crollato, non sono stati spesi soldi per metterlo in sicurezza. Adesso si mettono in sicurezza tutti i ponti italiani, ma se si fosse speso in sicurezza quando la sicurezza non mancava, ma poteva mancare, si sarebbe evitato un disastro. Questo discorso vale evidentemente anche per la cyber security. La cyber security è costosa e ci rendiamo conto della sua esigenza solo quando viene sfondata una rete istituzionale. Dovremmo viceversa essere capaci di prevedere le minacce e di investire denaro – purtroppo molto denaro – nella prevenzione. Questo ancora non si fa».

L’attività di disinformazione finalizzata al condizionamento è uno strumento con il quale, da sempre, gli Stati operano a livello internazionale. Ritiene che la diffusione dell’informazione sui social renda queste pratiche più efficaci e, dunque, pericolose?

«Dunque, non le rende tanto più efficaci quanto più pervasive, in quanto si raggiungono molte più persone con una facilità e con un’assenza di filtri molto superiore a quello che si verificava quando esistevano soltanto la carta stampata e la televisione. Per esempio, attraverso l’apertura di una serie di account con nomi falsi, si possono tranquillamente diffondere notizie che arrivano a decine di migliaia di persone in pochi secondi. È chiaro, dunque, che lo strumento della piattaforma social apre delle autostrade alla disinformazione».

Possiamo dire che il buon vecchio “agente di influenza” sia stato sostituito da “sistemi di influenza”, oppure si tratta di un’attività divenuta sempre più articolata e complessa?

«Man mano che un processo si diffonde in termini quantitativi deve adeguarsi anche in termini qualitativi. Quindi il cosiddetto singolo agente di influenza oggi non è altro che la pedina di un sistema di influenza, è parte di una rete, che può essere messa in piedi soltanto da organizzazioni molto strutturate. Io francamente non vedo un pericolo cyber dal mondo criminale e dal mondo terroristico, in quanto non sono sufficientemente sofisticati. Però è chiaro che un governo può benissimo mettere in piedi una struttura di cyber intelligence all’interno del suo comparto di sicurezza».

Quali sono secondo Lei i paesi che hanno sviluppato le maggiori capacità sia in ambito di cyber attack?

«I più bravi e i più incisivi sono sicuramente i cinesi. La Cina si è dotata di una quantità di persone addette alla cyber intelligence che non ha eguali in nessun’altra nazione al mondo. Al secondo posto vengono gli Stati Uniti: non ci dimentichiamo che il presidente Obama, grazie all’attività della NSA, ascoltava sistematicamente le telefonate tra i leader europei. Questo, ovviamente, è un modo efficace per conoscere segreti e consente di mettere in atto azioni di influenza. Al terzo posto per capacità e per spese troviamo i russi».

Quindi la Russia si colloca soltanto al terzo posto di questa classifica?

«Sì».

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