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Cybersicurezza e intelligence, la Cina guarda al futuro

Mentre infuria la crisi coreana la Cina provvede a puntellare la propria «sicurezza»: dal primo giugno sarà in vigore la nuova legge sulla cybersicurezza (la Cyber Security Law, CSL), mentre in questi giorni sul sito del Congresso nazionale del popolo c’è la proposta – sottoposta ai feedback dei netizen – di una nuova legge per quanto riguarda le attività dell’intelligence cinese.

La legge sulla cybersicurezza è stata approvata nel novembre 2016 dal «parlamento» cinese ed è attiva dal primo giugno. Il nuovo provvedimento, motivato dalla necessità di garantire la sicurezza informatica del paese, con un chiaro riferimento agli attacchi hacker su sistemi «stranieri», istituirebbe in realtà un controllo ferreo da parte di Pechino soprattutto sulle aziende straniere, obbligate a tenere tutta quanta l’attività di raccolta dei dati in Cina, su server cinesi. Questo con la garanzia, secondo Pechino, di un utilizzo rispettoso dei dati, in funzione della privacy dei cittadini.

Come al solito ogni provvedimento cinese dà vita a due letture: quella occidentale secondo la quale qualsiasi norma arrivi da Pechino è «liberticida», quella cinese che tende invece a giustificare qualsiasi atto stabilito dalla dirigenza.

In questo caso la legge presenta indubbie contraddizioni con la posizione «globale» e anti-protezionista della Cina, ma non fa che provare a difendere interessi economici nazionali, dopo aver lasciato parecchio spazio, fino ad ora, ad aziende straniere pronte a investire e arricchirsi attraverso l’immenso mercato internet cinese (oltre 700 milioni di utenti).

Secondo le aziende straniere, la nuova legge sarebbe sbagliata e nel lungo periodo finirà per non favorire il business in Cina; tanto che non pochi, contrariamente a quanto di solito accade di fronte a nuovi provvedimenti legislativi da parte del Pcc, hanno tentato di agire sulle autorità cinesi per uno slittamento dell’entrata in vigore della legge.

Ma la dirigenza pechinese è andata avanti: da un lato c’è un’indubbia volontà a controllare che i dati raccolti in Cina rimangano in Cina, adducendo anche ragioni di sicurezza nazionali, dall’altro c’è sicuramente l’intenzione di favorire in alcuni settori le aziende cinesi, soprattutto quelle come Alibaba o Tencent, che con questa legge potrebbero permettersi di aumentare ancora di più il proprio giro d’affari per quanto riguarda la fornitura di server, mettendo in difficoltà le varie Amazon e Microsoft.

Oltre alle aziende anche le camere di commercio di molti paesi hanno espresso dubbi attraverso una lettera comune indirizzata a Pechino. Tutti hanno sottolineato il rischio di minare «la concorrenza e la privacy dei cittadini cinesi».

È stato anche fatto notare che, mentre in un primo momento le aziende sottoposte alla regolamentazione di non fare uscire i dati fuori dalla Cina sembravano solo quelle operanti in alcuni «settori cruciali», è stata poi, a metà aprile – allargata a ogni «network operators»: questo significa che anche un servizio mail, o una piccola azienda di e-business sarà sottoposta alla legge.

Naturalmente in Cina sono tutti d’accordo: proteggere il proprio business, le proprie aziende e i dati dei propri cittadini è fondamentale, come ha specificato a Bloomberg Li Yuxiao, professore all’università di poste e telecomunicazioni di Pechino: utilizzare «macchine» nazionali e tenere i dati in Cina eviterà spiacevoli inconvenienti dovuti a intromissioni esterne.

Di sicuro Pechino porta l’acqua al proprio mulino: rimane però sorprendente la reazione delle aziende straniere che dopo anni di business in Cina – fruttuoso e su cui hanno costruito aziende da fatturati rilevanti – si dicono «sorpresi» di fronte all’ennesima dimostrazione di «sovranità digitale» cinese.

In ballo non ci sono solo business aziendali, ma una partita più ampia legata alla sfida tecnologica che la Cina ha posto alla base del suo sviluppo futuro.

E proprio in questi giorni è anche in discussione la proposta di legge che aumenterebbe e non di poco le facoltà dell’intelligence riguardo controlli e operazioni contro le «minacce nazionali». In attesa dell’evoluzione del provvedimento, si può notare come la legge spinga per consentire l’emersione «legale» di pratiche diffuse da parte della polizia cinese e fino ad ora effettuate al di fuori di un quadro normativo legale.

(Pubblicato da Eastwest.eu)

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