Home / News / Attualita / “Da sbirro a investigatore”, come l’Italia scoprì l’intelligence e cambiò la storia della polizia

“Da sbirro a investigatore”, come l’Italia scoprì l’intelligence e cambiò la storia della polizia

Da sbirro a investigatore, cioè come è avvenuta, e quando, “la trasformazione delle conoscenze tecnico-professionali e della cultura investigativa della Polizia sullo sfondo dell’affermazione dei principi del positivismo e della fiducia nella scienza a cavallo tra ‘800 e ‘900, consolidatasi durante la grande guerra”. Una ricerca che “ricostruisce status e funzione sociale del poliziotto nel dibattito politico-amministrativo e nell’evoluzione dello stato liberale” fino all’avvento di metodi scientifici nel mondo delle investigazioni e alla riforma del codice penale del 1913, per giungere a “principi operativi e di quei valori etici che sono alla base dell’attività investigativa e processuale dell’oggi”.

Per capire meglio abbiamo intervistato l’autore, Giulio Quintavalli.

Da sbirro a investigatore. Il titolo utilizza due sostantivi che possono apparire sinonimi ma non è così. Qual è il tema del libro e con quale taglio lo affronta?

«Il tema è presto detto: l’evoluzione della Polizia italiana, ovvero della detection o tecniche di indagine. A fine Ottocento l’investigatore diviene un inossidabile topos letterario dal forte potere attrattivo. Balza in mente Sherlock Holmes, la cui notorietà soprassiede un’evidenza storica: Scotland Yard era nota e apprezzata ai governi in tutta Europa per l’efficienza dei suoi detective ancor prima che Holmes risolvesse il suo primo caso (letterario): uomini di scienza e vari governi, tra i quali del Granducato di Toscana prima e del Regno d’Italia poi, ancor prima della penna di Arthur Conan Doyle guardavano con interesse Londra tanto che alcune commissioni di studio ufficiali furono inviate sulle sponde del Tamigi per comprendere i metodi di indagine di Scotland Yard. E per adottarli. Oltre alle qualità individuali dei poliziotti londinesi, quelle commissioni apprezzavano particolarmente l’ampio ricorso della fotografia giudiziaria e di polizia, di archivi complessi e aggiornati, del telefono e del telegrafo, degli avvisi di ricerca – anche nei giornali – e della collaborazione del cittadino. Su tutto, le qualità e il grado di istruzione dei detective. Parte di quelle osservazioni verranno faticosamente introdotte in Italia dagli anni Dieci iniziando a “riscrivere“ nei nostri poliziotti quadri mentali, motivazioni, mentalità collettiva e fiducia in se stessi. Processi ricostruiti nella personale Laurea magistrale in Storia e Società presso l’Università degli Studi Roma Tre, opportunamente integrata. Il volume propone un apparato dottrinale (indici, note – quasi 900 – bibliografia – oltre 500 studi – sitografia e appendice iconografica di tutto rispetto, di quasi 100 immagini in parte a colori) comune ai saggi scientifici. Ho inserito nell’appendice iconografica numerose cartoline postali anche rare e alcune copertine di periodici illustrati del periodo».

C’è un motivo particolare per la scelta della figura del poliziotto, dell’investigatore?

«Vesto la giubba blu della Polizia di Stato, generosa nei miei riguardi di soddisfazioni personali e professionali. Quale preposto da anni all’Ufficio Storico della Polizia, ho voluto porre un punto fermo su alcuni temi per facilitare studi e approfondimenti di chi vuole cimentarsi con la storia dell’Istituzione e della polizia giudiziaria. Una ragione più profonda può essere sintetizzata in questa realtà: la fantasia orienta la realtà che, a sua volta, è meno fantasiosa della fantasia stessa. Mi spiego: decisi di entrare in Polizia a meno di venti anni in un momento sociale e storico del Paese dove la disoccupazione non attanagliava i giovani diplomati e volenterosi. Ero affascinato dalla professione  anche per come veniva rappresentata nei film poliziotteschi degli anni 70 e 80 di Volontè, Franco nero, Tomas Miliam, Nico Er Pirata, Er Monnezza. Ovviamente ne passò di acqua sotto i ponti del Tevere prima che potessi cimentarmi in qualche indagine e mi accorsi che, in realtà, la fantasia richiesta a scrittori e registi nel confezionare poliziotteschi verosimili e avvincenti era minore di quella di astuti criminali nelle loro “imprese”. I primi rischiavano bagarini deserti, i secondi le patrie galere, o peggio. Questo spiega la figura attuale del poliziotto-scrittore, fenomeno in fermento: egli racconta la sua esperienza professionale. Bene: avendo evitato il ricorso alla letteratura gialla e di evasione per attenermi rigorosamente a fonti investigative e alla memorialistica di poliziotti di fine 800, ho voluto raccontare le investigazioni di quel periodo con l’occhio del poliziotto. Perché non vado a fare la fila per vedere a Londra la casa e l’Ufficio di Sherlock Holmes, non essendo mai esistito, convinto che la documentazione di polizia è più avvincente della fantasia. Prova ne è, a esempio, la documentazione dell’Ufficio centrale Investigazione capitanato dal Questore Giovanni Gasti e custodita negli Archivi di Stato di Roma relativa alle indagini su spionaggio e attentati durante la grande guerra».

Il volume è frutto di ricerca storica. Qualche aneddoto o vicenda esemplare?

«Ho tenuto bene a mente i racconti di mio nonno poliziotto a mio padre che, a sua volta, me li ha trasmessi. L’agente investigativo Giulio Quintavalli (in Polizia dal 1920 al 1955 circa) fu un valido investigatore specialista tecnico nelle telecomunicazioni, anche riservate. Partecipò ai primi tentativi della teleiconotipia (trasmissione a distanza delle immagini o ellerogramma) con Umberto Ellero, funzionario di P.S. della Scuola di Polizia scientifica. Un episodio che ho documentato con il suo brevetto, scovato nell’Archivio centrale di Stato, che conferma la testimonianza indiretta di nonno Giulio».

Nel libro si racconta anche il diverso strutturarsi degli organi di polizia nel tempo. Quali sono gli elementi significativi?

«L’affermazione di prassi e metodi codificati nelle indagini di polizia dovute all’ingresso della scienza e della tecnica ha riscritto alcuni criteri generali organizzativi della Polizia di Stato come anche il rapporto tra i suoi vertici (questori, ispettori, commissari) e il ramo prefettizio del Ministero dell’Interno, e quelli tra Polizia e Arma dei carabinieri. Realtà che dialogavano ben poco, ciascuna con le proprie dinamiche e gelosie puntualmente affrontate. Fino agli anni Dieci la Polizia era totalmente dipendente dall’autorità prefettizia, meglio pagata e organizzata, quale riflesso della mancanza di una cultura professionale tra i poliziotti. Gli “sbirri” non avevano ancora elaborato saperi propri e professionalizzanti di categoria. Ricordiamo che i direttori generali di P.S. provenivano in gran parte dal ramo prefettizio e burocratico del Ministero e raramente avevano un trascorso da poliziotto. Palazzo Braschi non aveva gli strumenti per coordinare le indagini in ambito locale né poteva essere di un qualche aiuto all’Arma dei Carabinieri nei servizi di pubblica sicurezza e alle Questure: dava ordini con esiti pessimi. Disponeva di alcuni archivi centrali, affatto aggiornati e polverosi, come l’Anagrafe degli anarchici, un embrione di casellario politico. E del Servizio segnalamento e identificazione (nella Scuola di Polizia scientifica), strumento essenziale per scongiurare gli errori di persona dando identità certa a individui (fermati, arrestati) da PS e CC dal volto nuovo o meno. In pratica con la scientifica, data una identità certa all’individuo era possibile stabilirne i precedenti di giustizia e chiedere al magistrato gli aggravi di pena se pregiudicato, trattando quindi con mitezza gli incensurati e con maggiore rigore i criminali incalliti. Riconosciutone il volto dagli archivi di polizia da un testimone, dell’individuo poteva essere diramato un avviso di ricerca in tutta Italia e anche oltre, come le cronache del tempo insegnano. Una conquista per la macchina della giustizia dalle conseguenze sociali di rilievo e le cui origini spesso ci dimentichiamo. La recidiva e più in generale la pericolosità del reo sono stati per anni istituti giuridici inapplicabili. Successivamente agli anni Dieci la crescente mobilità della criminalità urbana, il diffondersi dei mezzi di trasporto “veloci” (treni) e l’affermarsi della criminalità “pendolare” spingevano verso nuovi strumenti, come gli uffici centrali tecnici competenti per tutto il Regno. Il primo fu per i reati in ambito ferroviario, poi l’Ufficio Centrale Abigeato Palermo, per la caccia alla criminalità abigeataria – emergenza nazionale durante la guerra superata rapidamente dalla diserzione – e l’Ufficio Centrale d’Investigazione, voluto in quei mesi per i reati di guerra e lo spionaggio. Tutti impiegavano moderni metodi di indagine e di gestione delle informazioni. Un salto qualitativo e quantitativo che riscrive i rapporti tra Polizia e Carabinieri e che getta le basi per la polizia nel Ventennio, capace di attenzionare decine di migliaia di individui e di entrare segretamente fin dentro gli aspetti più intimi della persona».

La tecnologia e le attività investigative. Quale rapporto?

«Dagli anni Dieci l’investigazione punta su un rapporto “materiale” con la tecnologia: penso alla fotografia di polizia, alle telecomunicazioni, alla classificazione delle impronte digitali, alle intercettazioni telefoniche e telegrafiche, alle perizie tecniche e medico-legali, ai primissimi veicoli e natanti a motore… Un rapporto che, interiorizzato nel singolo investigatore, produce anche un rinnovamento delle strategie investigative che mandano in pensione i vecchi e stereotipati ”trucchi del mestiere” ridisegnano quadri mentali e mentalità collettiva. Un vecchio poliziotto mi disse tanti anni fa: “Ricordati che siamo pagati per pensare male…”, per non escludere aprioristicamente le ipotesi più pessimistiche e la correttezza delle persone coinvolte nelle indagini. Anzi. Ai primi del secolo avrebbe detto: “Inutile pensare perché il criminale è più furbo di noi; noi sbirri siamo analfabeti e rozzi, possiamo acciuffare solo i rubagalline”. Pensiamo a quanto poteva essere utile intercettare un’utenza telefonica utilizzata da elementi di un sodalizio criminale, come velocizzava le indagini accantonando pazienti pedinamenti e appostamenti… O indagare su un individuo possessore di un revolver sottoposto a sua insaputa a perizia balistica che ne stabiliva il coinvolgimento nel reato in questione. Il rapporto tra le parti – l’agente della legge e il sospettato – diveniva ancorato a evidenze scientifiche inconfutabili…».

Come agisce “lo sbirro” e come “l’investigatore”?

«Verrebbe da dire empirismo e dilettantismo contro professionalità e padronanza degli strumenti tecnici. Il “vecchio” poliziotto si doveva affidare all’intuito, all’esperienza personale, a buone dosi di fortuna, alle gole profonde, agli errori dei criminali, alla carcerazione preventiva e ai ceffoni. Un complesso lavoro deduttivo ma anche “brusco” che raramente portava al colpevole. L’investigatore possiede acume e intelligenza..Come un astronomo e un astrologo: affrontano lo stesso cielo entrambi con il naso all’insù ma…».

La prima guerra mondiale ha cambiato anche il modo di agire della polizia, virando verso quella che ora si chiama “intelligence”?

«”AIla materia politica si ascrivono le mire ed azioni dei cittadini e classi di cittadini, dirette ad abbattere la forma del governo esistente […] La polizia politica talvolta si vale di agenti segreti” scriveva Pietro Celli in Della polizia, nel 1880. La polizia politica faceva generoso ricorso a informatori e confidenti, gole profonde, delatori, tutti (scarsamente) pagati con i fondi segreti; mieteva continui arresti grazie a una rete invisibile che sapeva acquisire informazioni e notizie a lei direttamente precluse stante la mediocrità culturale e il basso livello di istruzione dei suoi uomini. Non avrebbero mai gabbato un anarchico, un socialista, che ne avrebbe riconosciuto i suoi agenti da un miglio. La rete tesa era uno strumento informativo che si insinuava nei luoghi (sedi di partiti e movimenti, di giornali…) e vicino alle figure dove le decisioni di natura politica (scioperi, manifestazioni, proclami, contestazioni, programmi d’azione…) fino ai gangli di quel variegato cosmo animato da idealità e progettualità volte a cambiare le cose per la classe operaia, dove progetti e intenzioni erano raccolti, elaborati diramati tra i sodali ovvero dati alla stampa politica e clandestina. Compito da infiltrati o “spie”, la peggiore offesa per un uomo dabbene. In pratica un’intelligence per gli affari interni messa a dura prova dall’intraprendenza dei partiti di massa di fine Ottocento, spinti con ogni mezzo a cacciare nuovi voti per l’allargamento dell’elettorato a cavallo tra i due secoli. Questa rete e i suoi metodi, raffinati e ampliati, durante la guerra erano convertiti per l’intelligence militare. La Polizia e il suo UCI, capitanato dall’acchiappaspie Gasti, riusciva a stanare doppiogiochisti, spie, sabotatori, affaristi e industriali senza scrupoli, che violavano le norme economiche di guerra per la tutela della regolarità degli approvvigionamenti per l’esercito, facevano saltare in aria apprestamenti e forniture militari. Spie fin dentro i palazzi Apostolici, nella persona di monsignor Rudolph Gerlach, camerlengo partecipante il Sommo Pontefice, acciuffato con il sorcio in bocca ed espulso segretamente nel 1917. L’Ufficio centrale Investigazione, il “nonno” dell’UCIGOS – DIGOS, è il padre dei servizi segreti del Ministero dell’Interno. Il relativo carteggio è interessantissimo e conferma il ragionamento per il quale la fantasia del criminale è superiore a quella dello scrittore. Ma non di un buon investigatore. Come a dire: “Il diavolo fa la pentola, ma non il coperchio”, al quale provvede il poliziotto del Novecento».

Doveva essere la prima domanda, ma volendo entrare subito nel tema specifico sono andato al nucleo del libro: come nasce questa ricerca così specifica?

«Per ricordare un caro amico e collega caduto in servizio impallinato di storia come me. Mi chiese insistentemente nel suo stupendo accento siciliano di tirare giù qualche cosa sulla storia della detection e dei suoi uomini; l’ho preso in parola e non mi fermo più».

Questo slideshow richiede JavaScript.

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Check Also

Raccolta fondi per aiutare Carmelo, in lotta contro un tumore raro

Carmelo Domenico Greco è un ragazzo siciliano, come molti suoi coetanei coltiva diverse passioni; la …

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi