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Dal Mostro di Firenze al delitto Kercher, 40 anni in toga

In pensione il magistrato Giuliano Mignini: “Ho sempre cercato di rimanere imparziale, cercando la verità”

Quaranta anni in toga, da pretore a sostituto procuratore, fino all’ultimo incarico in Corte d’appello. Giuliano Mignini, il magistrato del caso Narducci e dell’omicidio Kercher, è ufficialmente in pensione da un mese, ma ancora si occupa di giustizia e investigazioni, da scrittore, oltre a coltivare la sua passione per la storia e per Perugia, la sua città.

Dottor Mignini, perché la scelta della magistratura?

“Pensavo che avrei dato un contributo di imparzialità nella società. Imparzialità come presupposto nella ricerca della verità su una determinata controversia, sia penale tra la pretesa punitiva e l’esigenza difensiva del soggetto interessato sia nel civile con la sua conflittualità particolare. Mi sentivo portatore di questa esigenza di imparzialità e questo mi ha sempre contraddistinto in tutta la mia vita”.

Da questa ricerca della verità attraverso l’imparzialità saltiamo all’attualità, alle vicende che riguardano l’Associazione nazionale magistrati e Palamara, sembra che sia subentrata troppo politicizzazione rispetto al ruolo di terzietà dei magistrati, che indaga, cerca la verità qualunque essa sia e amministra la giustizia?

“Per quanto conosciamo ci troviamo di fronte a conversazioni che possono avere un rilievo disciplinare, e forse l’avranno. Senza voler fare il moralista, ma ci troviamo a fatti che, se provati, sono gravissimi. Logicamente sono conversazioni che vanno verificate e inserite nel giusto contesto. Quello che mi ha colpito, al di là delle appartenenze politiche, è sentire, nell’ottica dell’imparzialità, un’affermazione come ‘sì, il ministro dell’Interno ha ragione, ma dobbiamo combatterlo’. Questa è una cosa che come magistrato e uomo mi fa orrore. Altra cosa che mi spiace dover constatare è la scelta dei capi degli uffici fatte e discusse in ambiti riservati, invece che nell’ambito istituzionale e pubblico come dovrebbe essere per un ruolo come quello del magistrato. Personalmente non ho conosciuto Palamara, salvo due volte in cui era presente come membro del Csm: nel caso del procedimento disciplinare che mi ha riguardato (con proscioglimento pieno, ndr) e in occasione della mia promozione all’ultimo livello, prima della pensione. Era lì con compiti istituzionali”.

Entrato in magistratura prima della riforma, dal pretore a pubblico ministero, come sono cambiati il ruolo e la professione?

“Il pretore cumulava tutte le funzioni di pubblico ministero e di giudice monocratico, si occupava di casi minori; oggi sarebbe considerato, dai garantisti, una figura molto discutibile. In realtà funzionava benissimo. Io ho iniziato la mia carriera a Volterra, come prima sede e ho avuto un’ottima esperienza. Il pretore, fra l’altro, era una figura molto vicina alla gente e che le persone avvertivano come presenza dello Stato. A Volterra, centro illustre storicamente, era stata lucumonia etrusca, ma di dimensioni ridotte. Eppure aveva un grosso mandamento con una casa di reclusione che era un supercarcere. Io ero appena arrivato e ci fu la famosa rivolta. Nel carcere erano detenuti personaggi come Mario Tuti del Fronte rivoluzionario nazionale, il giornalista Emilio Vesce (poi assolto da tutte le accuse, ndr), il terrorista nero Pier Luigi Concutelli, Giovanni Pandico (uno dei pentiti che accusò falsamente Enzo Tortora, ndr). Ero incaricato di interrogarli per rogatoria dalle varie Procure d’Italia. Come pretore mi occupavo anche delle questioni di lavoro, avendo la competenza territoriale sulla centrale di Larderello. È stata un’esperienza completa e a stretto contatto con la popolazione. Poi c’è stata la trasformazione nella procura circondariale e, conoscendo il dottor Sassi, scelsi questa destinazione. Un’esperienza importante, con una mole di lavoro molto alta, ma qualitativamente non era particolarmente interessante. Con l’unificazione dei due uffici e il nuovo rito processuale c’è stato il vero cambiamento. Il nuovo processo penale sembrava la panacea di tutti i mali della giustizia, invece ha creato le premesse per una situazione di una certa conflittualità tra la magistratura requirente e il mondo forense. Prima, nella mia esperienza, questa situazione non c’era”.

Caso Narducci e omicidio Kercher, sono i due processi più importanti, almeno per l’aspetto dell’interesse mediatico che hanno suscitato, cosa rimane di quelle indagini, cosa rifarebbe, cosa pensa che si potesse fare di più all’epoca?

“Su entrambi i casi pesano due sentenze della Cassazione di indirizzo opposto. Per il caso Narducci, pur facendo uno sforzo non individuo un qualcosa che farei in modo diverso. Forse la richiesta di incidente probatorio e il conseguente allungamento dei tempi, ma era un’azione che dovevo fare perché assolutamente necessaria. In quel processo ci furono tante situazioni strane: cito l’irruzione al Gides (il supergruppo investigativo sui delitti del Mostro di Firenze, ndr) con il tentativo di installazione di una borchia da parte di non si sa chi e che avrebbe veicolato tutte le intercettazioni non si sa dove. Onestamente non riesco a vedere che cosa di diverso avrei potuto fare. Poi c’è stato l’allungamento dei tempi della sentenza del giudice per l’udienza preliminare che ha portato alla prescrizione. Io ho dovuto aspettare due anni per quella sentenza, con un’udienza che è durata in maniera spropositata di un anno, e fare ricorso in dieci giorni. In Cassazione tutta quella sentenza è stata annullata, tranne la pronuncia relativa all’associazione per delinquere. Anche in quella pronuncia la Cassazione mi ha dato ragione, ritenendo che il gup avesse debordato dai suoi limiti, dovendo fare solo una valutazione prognostica del possibile approfondimento dibattimentale, mentre ha sconfinato nel merito. Però, pur dandomi ragione, la Cassazione ha deciso di non approfondire la questione. In questa vicenda ci sono due provvedimenti: la sentenza del gup Micheli e quella del giudice De Robertis. La prima è stata annullata, mentre la seconda è rimasta in piedi con ricorso dichiarato inammissibile”.

E sul delitto Mez?

“Ho detto altre volte che c’era una situazione sulla quale non potevo incidere, e cioè la pressione mediatica degli Stati Uniti: secondo gli statunitensi non potevamo processare Amanda. Questa ingerenza di uno Stato nell’amministrazione della giustizia di un Paese sovrano mi ha sconcertato. Un vero e proprio attacco. Si è parlato degli errori della scientifica, nella indagini, ma io penso che anche in questo caso ci troviamo di fronte a due sentenze della Cassazione, definitive, che dicono cose opposte e inconciliabili tra loro in riferimento allo stesso caso. È inutile nascondersi dietro un dito: la Prima sezione della Cassazione annulla l’assoluzione della Corte d’appello di Perugia e censura fortemente la perizia Vecchiotti-Conti, l’unica che aveva titolo ad occuparsi di tutta la vicenda venendo da un appello; la Quinta sezione, in sede di rinvio, avrebbe dovuto occuparsi solo della sentenza di Firenze, ma si è occupata di tutto il processo in aperta polemica con la decisione della Prima sezione. Puntando il dito contro le indagini e la Polizia scientifica, facendo proprio degli orientamenti che erano stati censurati nella sentenza della Prima sezione. L’annullamento senza rinvio lascia tutti perplessi. Non abbiamo più sentenze di merito: né assoluzione né condanna, ma due sentenze di legittimità, una in contrasto con l’altra. Che cosa avrei potuto fare di più? Forse, ma non era facile a causa della decisione dell’abbreviato per Rudy Guede (l’unico condannato e attualmente in regime di semi-libertà, ndr) che ha creato dei problemi alle indagini e nel processo. Non è vero che non ha parlato, ma avvalendosi della facoltà di non rispondere non abbiamo potuto chiarire, ad esempio, il movente del delitto. Il vero punto debole di questa vicenda. Anche se si tratta di un delitto d’impeto, senza premeditazione. Probabilmente, e non sto dando un giudizio a favore di una o dell’altra, c’era un conflitto di educazione e mentalità tra Meredith e Amanda. Questa difficoltà di convivenza è stata confermata anche dalle amiche e dalle inquiline delle due ragazze. Anche Rudy lo ha affermato. Per quanto riguarda le indagini una cosa farei in modo diverso: la misurazione della temperatura rettale del corpo della vittima. Il medico legale arrivò con un certo ritardo e gli chiesi di farlo subito, ma la Scientifica mi chiese di soprassedere per il momento in quanto si correva il rischio di contaminare la scena del crimine. Questo ritardo non ha influito sulla ricostruzione degli orari del delitto, in quanto abbiamo avuto conferma dalla testimonianza del clochard Curatolo e dalle urla sentite da due ulteriori testimoni che abitavano nella zona, oltre a due studentesse che sentirono urla e passi in un lasso di tempo compatibile con il delitto”.

Adesso che è in pensione, cosa farà?

“Continuerò ad occuparmi di giustizia scrivendo. Un libro è quasi pronto e un altro in fase di bozza. Il tema è quello dei casi di cui mi sono occupato: Narducci e Kercher. Poi un mio vecchio pallino, legato alla passione per la storia: vorrei scrivere qualcosa sulla mia città e sulla sua genesi, da quando un gruppo di villaggi etruschi decise di unirsi e fondare una città che ha avuto una storia complessa, diversa da quella di altri insediamenti etruschi e non solo”.

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore. Direttore del sito www.giustiziaeinvestigazione.it

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