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Dal regime alla democrazia, il cammino incompiuto della Russia

La transizione democratica è un processo avviato da un Paese per abbandonare il proprio regime politico e passare ad una Costituzione che riconosce lo Stato di diritto. Nel corso della storia, sono stati numerosi i casi di Paesi che hanno avviato un processo di transizione da un regime dittatoriale ad una democrazia. Un caso particolare è rappresentato dalla Russia, in cui si avvia un processo di transizione da un regime totalitario ad una democrazia. La specialità della Russia sta proprio in questo: non vi era una dittatura autoritaria (o cosiddetta tradizionale), ma vi era un regime totalitario. Il totalitarismo è un particolare tipo di dittatura e, rispetto alla dittatura tradizionale, è contraddistinto da elementi specifici, come ad esempio il terrore (non presente nei regimi autoritari) e l’ideologia (presente, ma in misura minore, nei regimi autoritari).

Una democrazia (liberale), invece, è certamente caratterizzata dallo stato di diritto, da libere elezioni che consentano il pluralismo e dalla separazione dei poteri. Premettendo che questi elementi non sono esaustivi nel definire le caratteristiche di una democrazia, è comunque necessario tenerli presente al fine di comprendere le principali differenze tra regimi democratici e non democratici e al fine di comprendere come debba concludersi (ammesso che si concluda) un processo di transizione alla democrazia.

Il caso della Russia

Anzitutto, quando si avvia un processo di transizione alla democrazia, è importante il fatto se – nel suo passato – esistessero già (o meno) forme di democrazia e la Russia non poteva di certo avviare il proprio processo di transizione sulla base di precedenti forme democratiche vigenti, in quanto sino al 1917 c’era l’impero zarista e dal 1922 al 1991 il regime sovietico. Tale regime – non di certo democratico – è stato peraltro caratterizzato dalla dittatura totalitaria di Stalin, il quale fece propria l’ideologia marxista-leninista. Egli affermò il principio di autosufficienza della rivoluzione russa, con lo scopo di promuovere la modernizzazione e l’industrializzazione del paese, che doveva uscire dall’arretratezza economica. L’idea di lotta di classe, proveniente dalla tradizione marxista-leninista, però, degenerò in quanto Stalin iniziò a perseguitare tutti coloro che si opponevano o avrebbero potuto opporsi al suo potere e al suo disegno. Ad essere perseguitati erano soprattutto i kulaki (i contadini “ricchi”), ma anche coloro che commettevano reati come il cambio di residenza e coloro che erano considerati oppositori politici, tra cui gli stessi bolscevichi della vecchia guardia (leninisti) che avrebbero potuto opporsi al suo potere. Costoro, che dal punto di vista di Stalin rappresentavano una minaccia per il comunismo, venivano fucilati o deportati nei campi di concentramento sovietici (i gulag).

Quella russa era sia una transizione economica (da un’economia pianificata ad un’economia di mercato) che politica (da un sistema monopartitico ad un sistema pluripartitico) e rilevanti, nel processo di transizione, erano sia la vastità del territorio russo sia la numerosità della popolazione.

A quel tempo, la Russia era sprovvista di un élite politica che sapesse guidare la transizione e questo per ragioni anagrafiche: era presente un’élite politica che si era formata in pieno regime sovietico. Dunque, determinante è anche la durata del regime e quello sovietico è durato quasi settant’anni.

Un altro fattore rilevante sta nell’implosione del regime sovietico, dunque non c’era stato un vero rigetto di quel modello da parte della popolazione. Da questo punto di vista, incide anche il carattere “imperiale” della mentalità e della cultura politica russa: nonostante il crollo del regime, la Russia si è sempre ritenuta superiore. Infine, mancavano esperienze di mobilitazioni di massa che partissero dal basso (tratti rivoluzionari) producendo democrazia. Una mobilitazione di massa c’era, ma in quanto caratteristica di un regime totalitario. C’era, infatti, mobilitazione rispetto al caos, rispetto all’opposizione al nemico esterno, al nemico oggettivo.

Per tali motivi, si ritiene che il processo di transizione non si sia ancora concluso e, almeno per il momento, la Russia non si considera una democrazia liberale, una democrazia compiuta. A tal proposito, i politologi parlano spesso di semidemocrazia o di democrazia autoritaria.

Il complesso industriale-militare e i servizi segreti sono elementi che si ripresentano nella Russia “democratica”. Inoltre, la crisi economico-finanziaria degli anni ‘90 non portava la popolazione ad accettare un sistema democratico poiché, stando alla mentalità russa, più lo stato è forte e più può garantire i diritti degli individui, ad esso subordinati. Ecco perché i poteri diventavano sempre più concentrati nella figura del presidente e questo si traduce anche nella durata del suo mandato (sei anni).

I processi di transizione alla democrazia sono stati sicuramente favoriti nei paesi che, nel periodo dell’imperialismo, erano stati colonizzati. Invece, i processi di transizione sono più complessi – per ragioni storiche e culturali, in paesi come la Russia ma anche nei paesi islamici dove la donna è ancora sottomessa, tant’è che alcuni studiosi parlano di totalitarismo islamico.

Il caso della Russia fornisce, da un lato, elementi per lo studio dei regimi totalitari (come il passato influenza il presente). Dall’altro lato, sottolinea i fattori di crisi della democrazia in quanto tale. Si può parlare di crisi interne alle democrazie, ma anche di crisi esterna, vale a dire l’incapacità della democrazia di estendersi ovunque.

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