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Delitti irrisolti, la scienza e la tecnologia in soccorso degli investigatori

La tecnologia in soccorso degli investigatori per riaprire i casi irrisolti (per gli anglofoni cold case) e dare un volto agli assassini. Apparecchiature sempre più sofisticate per leggere impronte deteriorate, dna in quantità millesimali, rintracciare testimonianze sempre più opache per il tempo che trascorre, oppure compiere atti che all’epoca potevano sembrare negligenze investigative, ma che la tecnologia non permettere di raccogliere e interpretare. Sono tanti i delitti rimasti a lungo irrisolti, ma che sono stati riaperti a seguito di una labile traccia che ha condotto fino all’assassino. Come l’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre, il delitto dell’Olgiata, con un colpevole dopo quasi venti anni. Restano un mistero, invece, gli omicidi di Simonetta Cesaroni, di Wilma Montesi e di Antonietta Longo a Castel Gandolfo, il cadavere fu rinvenuto senza testa (mai ritrovata) sulle rive del lago.

Giustizia e Investigazione ha deciso di ripercorrere la storia questi delitti, una sorta di atlante italiano, con una serie di articoli affinché non se ne perda memoria e per raccontare di eventuali riscontri investigativi. Perché si tratta sempre di omicidi, per i quali la legge non prevede prescrizione. Tanto che esiste un’unità speciale che collabora con le forze dell’ordine e che ha già ripreso le indagini su oltre 30 casi e in 17 di questi si è arrivati a una conclusione positiva. A partire dal delitto dell’Olgiata il 10 luglio 1991. La contessa Alberica Filo della Torre viene trovata morta in una camera della sua villa e per quasi 20 anni non era stato possibile scovare il colpevole. Nel marzo 2011, grazie ai nuovi test sul dna venne accusato Manuel Winston, che aveva lavorato come cameriere nella villa. L’ex domestico aveva poi confessato il 1° aprile 2011 ed era stato condannato a 16 anni di reclusione.

L’evoluzione tecnologica ha reso possibili, quindi, esami e comparazioni che prima non erano possibili, non solo con il dna e l’analisi delle tracce biologiche, ma anche con la balistica, la chimica e il confronto delle impronte digitali.

La banca dati del dna, non ancora attiva in Italia per quanto approvata, permetterebbe di comparare il profilo genetico di tutti i condannati per reati nel nostro Paese con le impronte digitali di 12 milioni di cartellini. Un vero passo avanti per le indagini e la scoperta degli assassini.

About Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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