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Delitto di Yara Gambirasio, la difesa vuole una nuova perizia sul dna

 
Tra pochi mesi sarà celebrato il processo di appello per il delitto di Yara Gambirasio, che vede imputato Massimo Bossetti, condannato in primo grado all’ergastolo dalla Corte di Assise di Bergamo. Il suo avvocato Claudio Salvagni, di passaggio a Prato, chiede alla stampa di non alimentare un processo mediatico che non gli dà scampo: “La condanna nei suoi confronti è già stata emessa – dice – anche se il procedimento a suo carico è di quelli esclusivamente indiziari”.

Tutto ha avuto inizio la sera del 26 novembre 2010, quando fuori dalla palestra di Brembate Sopra, una tredicenne, Yara Gambirasio sparì nel nulla e il suo corpo fu ritrovato in un campo a Chignolo d’Isola, nel febbraio del 2011 circa tre mesi dopo. Dopo sei anni e quarantacinque udienze, e l’importo record dei costi delle indagini quasi 3 milioni di euro, (la cifra esatta è di 2 milioni e 850mila euro, per quanto riguarda le spese investigative, le cifre sono poi alimentate dai costi di ogni campionamento di Dna), in una tarda serata nel mese di luglio 2016, Massimo Bossetti viene riconosciuto unico colpevole dell’omicidio della giovanissima bergamasca e condannato all’ergastolo.

Il 28 settembre scorso la Corte, con oltre centocinquanta pagine, ha reso note le motivazioni della sentenza nelle quali Bossetti viene descritto come un uomo dall’«animo malvagio», spinto al terribile omicidio dal «contesto di avances a sfondo sessuale verosimilmente respinte dalla ragazza, in grado di scatenare nell’imputato una reazione di violenza e sadismo di cui non aveva mai dato prova fino ad allora».

“Questa sentenza non è altro che la riproposizione della requisitoria del Pm”, commentò all’epoca Salvagni e presentò, insieme al collega Paolo Camporini, il ricorso in Appello depositato il 12 novembre, nel quale sostengono che le prove contro il Bossetti “fanno acqua da tutte le parti”. In primavera dovrebbe essere fissata la data d’inizio del nuovo processo, che si terrà davanti alla Corte d’Appello di Brescia.

Avvocato Salvagni lei crede all’innocenza di Massimo Bossetti?
“Sì, sono convinto dell’innocenza di Massimo, anche se per un avvocato non dovrebbe essere un elemento rilevante, ho lavorato insieme al mio collega e insieme ad un team di professionisti entrati con non pochi dubbi nella vicenda, ma che, non appena hanno letto le carte dell’inchiesta, si sono messi al servizio della “causa Bossetti”: il dottor Marzio Capra e la professoressa Sarah Gino, genetisti; l’investigatore privato Ezio Denti; la dottoressa Dalila Ranalletta, medico legale; l’ingegnere Vittorio Cianci, esperto di tessuti; l’avvocato e professore universitario di logica giuridica Sergio Novani. E ancora: Luigi Nicotera, che si è occupato dell’analisi delle celle telefoniche; Giovanni Bassetti, esperto informatico; i professionisti in psicologia clinica forense Anna Maria Casale e Alessandro Meluzzi; e il dottore in legge Roberto Bianco, che è stato un po’ il coordinatore di tutti i consulenti. Insieme abbiamo dedicato una quantità di ore e per davvero quando abbiamo depositato il ricorso in Appello, solo per la stesura finale dell’atto ci abbiamo lavorato trenta ore di fila”.

Come mai è così sicuro della innocenza del suo assistito?
“Innanzitutto il delitto perfetto non esiste, perché chiunque commette un delitto lascia una serie di elementi che, messi insieme, portano all’individuazione del responsabile e gli elementi a carico di Bossetti non ci sono o meglio c’è solo ed esclusivamente il Dna ovvero, dicono, la sua firma. Mail mio assistito non ha lasciato una sola traccia, poi non ha mai conosciuto Yara, né l’ha mai vista, incontrata, o incrociata,non c’è un movente o una ricostruzione che possa spiegare il folle gesto di Bossetti”.

Parliamo del Dna, non le sembra un elemento determinante per dimostrare la colpevolezza di Massimo Bosetti?
“Il Dna è probante, quando è perfetto, ovvero quando non presenta anomalie, ma in questo caso non siamo così sicuri che quello sia il Dna di Massimo, perché la sentenza sorvola su tutte le nostre eccezioni e non abbiamo mai potuto partecipare a nessun contraddittorio su quel Dna”.

Ci racconti allora.
“È stata ritrovata sugli slip di Yara questa traccia di Dna,una quantità enorme, ma gli addetti ai lavori non sono neppure stati in grado di dire che tipo di traccia sia. È stato escluso con diversi test che si tratti di sperma e dunque non sappiamo che cosa è, ma sappiamo che cosa non è. Aggiungo una prima stranezza: il diverso grado di degradazione proteica di Dna della vittima e Dna di Ignoto 1. Il primo era presente in tutte le sue componenti, nucleare e mitocondriale, e dimostrava l’esposizione a tre mesi di agenti esterni. Il secondo, come detto, era invece, stranamente privo di degradazione proteica. Puro, perfetto. C’è un però: l’assenza del Dna mitocondriale nella traccia riferibile a Ignoto 1. Il Dna mitocondriale presente, infatti, oltre quello della vittima è quello di qualcun altro, di cui però non si conosce l’identità». E il Dna mitocondriale è un elemento fondamentale per il riconoscimento e mi spiego se prendo ad esempio, il volto e la nuca di uno stesso uomo, noto che combaciano perfettamente; invece, nel caso di Bosetti non combaciano. Infatti, in questo caso, il Dna nucleare, che è quello che si usa per le identificazioni (il volto) e il Dna mitocondriale (la nuca che può dirmi qualcosa), che dovrebbero combaciare non combaciano e allora c’è un errore”.

Riesce a spiegarselo?
“Se io tocco una persona, cosa trasferisco? Solo il nucleare o tutto quanto? Tutto. E se andiamo ad analizzarlo, possibile che non si trovi il mio Dna mitocondriale? Anzi, non solo non si trova il mio ma quello di un altro soggetto? Perché questo è ciò che è avvenuto: il Dna mitocondriale di Yara è stato trovato, non è sparito. Ed era lì sicuramente da tre mesi, non si è degradato. Invece di Ignoto 1 non l’hanno trovato, ma hanno trovato un altro Dna mitocondriale, che non si sa di chi sia. Il nodo processuale è tutto qui. Ma non è un cavillo, è una questione tecnico-scientifica di fondamentale importanza”.

Lei dunque afferma che quel Dna non è di Bossetti?
“Non è il suo. Non ci dimentichiamo che tutti noi siamo uguali al novantanove percento e se si sbaglia ad analizzare quell’uno percento cambia tutto, cambia la persona. E fermo restando il problema della differenza tra nucleare e mitocondriale e di cui non abbiamo a tutt’oggi alcuna spiegazione, (chiediamo laddove ci fosse la remota possibilità su un miliardo che se ciò possa accadere in natura di averne la dimostrazione), stiamo assistendo alla condanna di un uomo all’ergastolo sulla base di un elemento incerto. In questo Dna ci sono più anomalie che nucleotidi, che sono gli elementi alla sua base.

Come avete agito?
Quando ci siamo accorti di questa anomalia lo abbiamo fatto presente al Tribunale di Brescia che ci ha risposto che quella anomalia si poteva risolvere con l’incidente probatorio o la perizia. Noi allora abbiamo chiesto l’incidente probatorio e non ci viene concesso,abbiamo chiesto un dibattito per la perizia e non ci viene concesso nemmeno quello,quindi verrebbe da dire che quella anomalia continua a sussistere. Bossetti è stato condannato su una prova scientifica che ha delle anomalie e noi chiediamo di far luce su queste anomalie, anche se siamo consapevoli che potrebbero essere contro di noi. Ma, attualmente, la nostra unica arma di difesa è quella di insistere per ottenere la perizia, perché non posso credere che nella patria del diritto si possa svolgere un processo inquisitorio in stile medioevo”.

Ma non sarebbe il caso di rifare il test?
“Ecco, proprio questo è il punto o meglio il nodo processuale: è lo stesso imputato Bossetti che sta chiedendo di rifare questi esami, anche perché ci sono ancora dei campioni, il Dna era molto e Bossetti: “Non è possibile che ci sia io lì dentro, non l’ho mai vista questa ragazza, non l’ho mai toccata, ripetiamo i test”. Io in carcere gli ho detto: “Massimo sei sicuro? Guarda che se noi chiediamo questa cosa e ce la concedono e viene fuori che sei tu, è finita”. Ma lui è stato irremovibile. Perché allora non concedergli un nuovo test? Forse, aggiungo, perché superfluo, ma per quanto mi riguarda è un fatto di civiltà giuridica, di osservanza del diritto: è questo su cui bisogna insistere. Non è possibile che sia l’imputato a chiedere di rifare il test che lo ha condannato all’ergastolo e non gli viene concesso. Inoltre ciò che afferma il pubblico ministero è posto sullo stesso livello di quello che dice la difesa e quindi la Corte come fa a scegliere la tesi dell’accusa rispetto a quella della difesa: è necessario avere la perizia, perché il giudice deve poter emettere una sentenza sulla base di documentazioni certe ma anche perché la ricostruzione degli eventi non regge al vaglio della ragione,cioè regge solo se di basa su un atto di fede e il processo non si basa su questo.

Che idea si è fatta di tutto questo?
“Non lo so. Ho delle mie convinzioni che però non dico ma quello che posso dire è che, processualmente, gli elementi che sono stati raccolti contro Bossetti non sono assolutamente concordanti, non si incastrano, e l’unico elemento che c’è, il Dna, è altamente critico. Questa è una storia in cui non c’è il movente, non c’è l’arma del delitto, non ci sono sms,la testimone Alma Azzolini che aveva dichiarato di aver visto Bossetti e Yara in auto è stata ritenuta non credibile, il video del furgone bianco per stessa ammissione di un colonnello dei Ris, fu realizzato di comune accordo con la Procura, per esigenze di comunicazione, insomma non c’è niente. Lo stesso pubblico ministero ha dovuto alzare le mani e dire: “Io non sono in grado di ricostruire la dinamica. Ora attendiamo che venga fissato il processo d’Appello, sperando che possa essere concessa la perizia sul Dna, perché credo che sia un principio di civiltà giuridica. Con la perizia sono certo che si possa arrivare all’assoluzione. Per questo credo che, soprattutto in Cassazione, non possa passare il principio giuridico stigmatizzato in primo grado, dove il Dna, per di più con tutte le sue criticità di specie, rappresenta un timbro di colpevolezza assoluto. Se così fosse, allora bisognerebbe cambiare il codice e dire che quando c’è il Dna non lo facciamo neanche il processo perché non puoi dimostrare il contrario».

Patrizia Scotto di Santolo

(intervista pubblicata su www.stamptoscana.it)

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