Susanna Parigi, musicista, cantautrice, scrittrice, docente, studiosa, pluripremiata in concorsi nazionali e internazionali, ha all’attivo diversi album, un libro e importantissime collaborazioni nel mondo della musica e della cultura italiana (non si offenderà se dico che è una donna di raffinata intelligenza, con una voce incredibile ed è anche bella). Giustizia e Investigazione l’ha incontrata (anche se solo per via telematica) per farsi raccontare la sua vita, le sue opere e i suoi progetti. Nei suoi lavori si parla di donne, di violenza di genere, di silenzio e di tradizioni antiche. Un mondo tutto da scoprire.
Susanna, una vita per la musica, studi al Conservatorio, docente di musica, collaborazioni importanti, quando nasce e come questa passione che diventa lavoro?

«La malattia musicale nasce da quando avevo circa tre anni e mezzo. La passione, quando c’è, è travolgente, la si riconosce subito e la mia famiglia l’ha intuita immediatamente, tanto che a quattro anni già prendevo lezioni di canto e dai sei anche di pianoforte. Poi mi sono iscritta al Conservatorio di Firenze dove mi sono diplomata in pianoforte, mentre cominciavo a scrivere le mie prime canzoni. Così non ho mai smesso di lavorare e studiare. Ho fatto dei programmi Rai e poi sùbito due tour uno: con Cocciante e l’altro con Claudio Baglioni. Poi è stato un susseguirsi di lavori che non sto a raccontare perché sarebbe anche noioso. Si può dire che ho lavorato in ogni ambito: insegnamento, tour, colonne sonore, autrice di testi, autrice di musica… ma sapevo che tutto portava a scrivere le mie canzoni. Così adesso sono a dieci tra cd, dvd e un libro uscito circa due anni fa».


Come definiresti la tua musica?

«Guarda posso dirti una cosa della mia musica che è un pregio e un difetto insieme: non è definibile. Questo credo abbia creato il mio stile, ma dall’altra parte spiazza. Oggi seguire una strada personale non è più un pregio come poteva essere nella musica degli anni ‘70, ‘80, ‘90. Se proprio dovessi, forse potrei accostarla per certi aspetti all’arte simbolista, nel senso che se uno scopo può avere è quello di mostrare che esiste una realtà nascosta, che la realtà ci inganna, che i nostri sensi ci ingannano, che la luce e l’ombra non si trovano mai dove si pensa che siano. C’erano dei simbolisti che teorizzavano la padronanza del ritmo naturale, del ritmo del corpo. Credo molto in questo, anche nell’insegnamento musicale. Ti porto un esempio pratico: il metronomo può essere utile al musicista, ma finché il ritmo non entra davvero dentro di te, serve a poco. La padronanza del corpo è fondamentale sia per suonare uno strumento, sia per cantare, che per altro “è” suonare uno strumento».
“Il suono e l’invisibile” è il titolo, nonché tema di un tuo lavoro. Il suono non si vede, ma fa vedere, mostra un altro mondo?

«Sì, è quello che cercavo di dire prima. La musica è di per sé l’arte “invisibile”. La musica, se ci lavori quotidianamente, ma anche se sei soltanto un ascoltatore attento, suggerisce continuamente che hai a che fare con un “invisibile”che è intorno a te, sempre. Perché la musica è fatta di questa materia ineffabile. Per farmi capire: quello che fa la differenza tra le varie interpretazioni di un brano di musica classica, ma anche di una canzone, sono le intenzioni. E le intenzioni non sono misurabili, non sono scientificamente provabili. Tutte le note che stanno all’interno del semitono e che noi abbiamo eliminato con il sistema temperato, sono invisibili, ma esistono. Un po’ come la materia oscura: sappiamo che c’è, ma non sappiamo che cosa sia. Nella nostra materia, nella musica, quello che fa la differenza sono i dettagli. Il dettaglio, che per qualcuno è piccola cosa, per noi diventa sovversivo, cioè in grado di trasformare radicalmente un’esecuzione. Poi c’è un cosa talmente importante che ci racconta la musica da essere quasi commovente. Ci racconta che la musica senza pause, cioè senza i silenzi, non esisterebbe. Quindi cosa ci dice questo? Ci fa capire l’importanza del silenzio e, di conseguenza, che non esiste conversazione o rapporto senza ascolto silenzioso e senza muoversi e parlare, come in una danza, a tempo, a ritmo con gli altri».
Condizione femminile, violenza, disuguaglianze, temi difficili da mettere in musica, come nasce questa scelta?

«Sai che non parlerei proprio di scelta. Io non avrei saputo fare altro. Non mi piace l’“io” titanico che fa dei nostri tempi una casa confortevole per gli egocentrici. Chi parla sempre e sempre di sé mi annoia da morire. Non posso non vedere o non sentire quello che accade intorno. Almeno, io non ci riesco. Forse parlerò d’amore quando le altre cose andranno un po’ meglio… non so. Quello che ancora oggi mi rende molto triste è che ci sarebbe il modo di vedere, di pre-vedere l’evolversi di una situazione. Se non si agisce per tempo dopo è troppo tardi. In tempi non sospetti, nel 2003 ho scritto l’album “In differenze” dove comunicavo il mio malessere per una indifferenza diffusa e in aumento. Non vedere i vizi del nostro sistema e far finta di niente riguardo lo sfruttamento verso altri Paesi, ha portato alla situazione che stiamo vivendo. Adesso nessuno sa dare risposte, adesso nessuno conosce alcuna soluzione. Pochi anni dopo ho scritto “L’insulto delle parole” perché percepivo l’offesa continua, quotidiana nei confronti della “parola”. La parola è lo strumento con il quale comunichiamo, la parola ha un potere immenso, è sacra. Quando la manipoli, quando ne stravolgi i significati, quando la impoverisci e la rendi vuota, hai distrutto un popolo. Poi ho scritto “La lingua segreta delle donne”. Mi sembra persino superfluo parlare del “problema donna”. È un problema grave ed enorme di cui si parla ancora troppo e troppo poco, tranne che per raccontare al tg ogni giorno che ne muore o ne viene violentata una. Tutto questo non nasce così, ha radici profonde. Abbiamo permesso che la cultura, per esempio, e l’educazione del “maschio” facesse passi da gigante indietro. La storia ce lo insegna, da sempre. Bisogna stare attenti, bisogna vigilare. Dopo è troppo tardi».


Nella tua vita non c’è solo la musica, ma anche la scrittura, quale letteratura ti ispira e di cosa scrivi?

«Amo i libri e leggo molto. Leggo molta poesia, ma anche saggi. Devo dire che il mio lavoro, la mia musica, è stata importante anche per questo aspetto della mia vita. Ogni volta che affronto un disco, un argomento, leggo tutto il possibile riguardo quel tema. Ma questo fiume che è l’argomento principale poi si allarga, si gonfia e dai suoi affluenti, se risali, scopri altre fonti… insomma il mio è un lavoro privilegiato dove non ci si ferma mai. Tutto questo influenza la mia scrittura».
Scorrendo la biografia leggevo di pop-letterario, cos’è?

«Un giornalista tempo fa si inventò questa definizione per definire il mio genere. Devo dire che a me non dispiace. “Pop” alleggerisce un po’ tutto, “Letterario” sintetizza bene il concetto che gran parte delle mie canzoni ha riferimenti, richiami alla letteratura. Questo non significa che sia meno sentita. Non è così. Anche De André, senza fare paragoni di alcun tipo, lavorava in questo modo. Un, libro, un argomento, deve attraversarmi profondamente prima di decidermi a metterlo in musica».
Nelle tue esperienze c’è anche il teatro, a quale bisogno risponde “In differenze”?

«Credo di essere stata una delle prime in Italia a portare in scena il cosiddetto concerto – teatrale. Nel 2004 ho portato lo spettacolo “In differenze” nei più bei teatri d’Italia ed era un insieme di monologhi e canzoni. Ho studiato un po’ teatro e per me è stato davvero importante. Mi ha insegnato molto e lo consiglierei a tutti, anche a chi non vive nel mondo dell’arte. Specialmente ai ragazzi e ai bambini. Ho allievi adolescenti che hanno dei grossi problemi con il loro corpo e nel rapporto con gli altri. Il teatro in questo senso è una medicina».
La lingua segreta delle donne, sembrerebbe quasi uno stereotipo sull’incomunicabilità uomo-donna, invece racchiude una storia particolare, degna di uno studio di antropologia.

«Ho scritto quell’album di getto dopo aver letto un articolo che raccontava della scoperta di questa lingua, il Nushu, che solo le donne conoscevano e si tramandavano. È davvero così interessante che ci sarebbe da parlare tanto. Dico solo che bisognerebbe chiedersi come mai delle donne si inventano una lingua che gli uomini non capiscono. Ho scritto così questo cd perché indubbiamente le donne parlano un’altra lingua, anche quando sembra comprensibile. Abbiamo strutture di scrittura diverse, interessi diversi, apprendimento diverso. Questo porta inevitabilmente a un uso diverso non solo del linguaggio ma anche della lingua».
Nuovi progetti?

«Sì. Non so se chiamarlo progetto, ma sicuramente è una decisione importante presa proprio in questi giorni. Bolliva in pentola da molto tempo, ma adesso ho proprio deciso di attuarla. Infatti già ho postato tutto sulle mie pagine Facebook. La sensazione che mi perseguita da tempo è di fare sempre troppo poco. Ci lamentiamo dell’incremento esponenziale dei figli analfabeti, egocentrici e vuoti della De Filippi, ma forse scrivere canzoni non basta. Così, alla fine, ho pensato di entrare nelle case delle persone, e parlare, dialogare, discutere con loro. Dunque vado a fare i concerti nelle case. Esattamente come si faceva nel ‘700, nell’800. Basta avere uno spazio per circa 20, 30 persone, ma non è un vincolo. I concerti sono tre: “Dal suono all’invisibile”, “La lingua segreta delle donne”, “Il saltimbanco e la luna” (Il mondo di Jannacci). Il tema fondamentale di tutti è “La parola”. Quello in cui spero vivamente è un confronto con le persone dopo il concerto: sentirsi meno soli, capire cosa si può fare, da dove ripartire per cominciare a ridefinire i nostri rapporti, la nostra comunicazione. Per una sera spegnere il televisore, invitare amici e ricominciare a parlare. Per me l’importante è fare qualcosa in cui credo veramente. Per qualsiasi informazione la mia mail è: susann@susannaparigi.it e il mio sito www.susannaparigi.it.

 

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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