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Divieto di reformatio in pejus

Nel diritto italiano, unico caso nel panorama internazionale, vige il divieto di reformatio in pejus, ovvero il divieto di riformare la sentenza di primo grado in modo peggiorativo per l’imputato a meno che non sia il pubblico ministero ad appellare.

L’articolo 597 codice di procedura penale statuisce che un imputato che appella una sentenza di primo grado è garantito di non vedersi aggravare la pena o aggravare le altre statuizioni della sentenza, dalle pene accessorie ai benefici di legge, cioe sospensione condizionale della pena e non menzione della condanna nel casellario giudiziale. Quindi il giudizio di appello male che vada confermerà la sentenza di primo grado, bene che vada la annullerà o diminuirà la pena.

Unico caso in cui può avvenire la reformatio in pejus è quando ad appellare sia il Pubblico Ministero, allora non vale il divieto.

Questo comporta che appellare non sia un rischio per un condannato ed è sicuramente uno dei motivi per il quale gli appelli sono tantissimi, le Corti di Apello subbissate di processi da smaltire ma soprattutto di appelli privi di valide motivazioni, inutili se non per far prendere soldi agli avvocati. Tutto ciò risulta negativo sotto vari profili: prima di tutto è un costo per lo Stato sostenere un processo ed un processo inutile pesa su tutta la comunità. Rende inoltre più lenta la macchina della giustizia, ingolfandola con processi inutili. L’unico vero vantaggio lo porta agli avvocati in termini di notule da riscuotere.

Il timore della reformatio in pejus eviterebbe una serie di appelli immotivati riducendo i processi inutili e disingolfando le Corti di Appello e darebbe dignità ad un processo che talora appare chiaramente strumentale agli interessi di alcune categorie e non alla giustizia.

Detto divieto normativamente deriva secondo alcuni dal principio del favor rei, principio generale dell’ordinamento in base al quale si deve interpretare la legge nel modo più favorevole al reo. Vi sono altre interpretazioni sulla natura del divieto. Secondo una di esse deriverebbe dal principio per il quale il giudice non può andare ultra petitum, non può cioè che attenersi a quanto chiesto dalle parti e la parte imputata non chiede certamente un peggioramento delle sue condizioni. Secondo un’altra teoria il divieto di reformatio in pejus nascerebbe dall’interesse ad impugnare che nel condannato può essere solo un interesse volto ad una pronuncia più positiva per lui.

Si è pronunciata anche la Cassazione sul divieto di reformatio in pejus precisando che il divieto si estende solo al dispositivo e non alla motivazione, potendo in motivazione il giudice di appello anche esprimere le sue considerazioni peggiorative.

Va sottolineato che all’estero detto divieto non sussiste, pur avendo lo stesso anche gli ordinamenti esteri il principio del favor rei e il principio costituzionale della presunzione di innocenza.

Premettiamo che nella nostra Carta Costituzionale non esiste un divieto del genere o l’indicazione di un divieto del genere e nemmeno nelle Convenzioni internazionali si evince che il divieto di reformatio in pejus sia un principio generale.

Nel Patto sui diritti civili e politici dell’ONU (1966) non si parla di detto divieto che, ripetiamo non si configura come un principio internazionale. Nel diritto comunitario anche non vi è alcun principio del genere, all’art. 2 del Protocollo n.7 della CEDU ( ratificato con legge 98/1990) si riprendono i principi del Patto dell’ONU.

Volendo analizzare detto principio si scontra con alcuni principi costituzionali, invece di rifletterli, a partire dal principio, secondo alcuni, del giudice soggetto solo alla legge perché, andando a decidere in appello, ogniqualvolta non sarà il Pubblico Ministero ad appellare, il giudice non potrà decidere in base alla legge ma subirà una forte limitazione data da un privato, colui che ha appellato, grazie a questo principio.

I motivi che reggono questo principio sono del tutto politici e non giuridici.

Del resto le Procure sono talmente oberate e sotto organico che sulle questioni bagatellari non hanno il tempo di proporre appelli incidentali, che comunque verrebbero vanificati dalla rinuncia all’appello principale.

Qui entra il gioco un ulteriore problema di cui parleremo in un prossimo articolo: quello di una seria depenalizzazione per evitare il proliferare di processi per fatti bagatellari, processi che nulla portano alla comunità.

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