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Il presidente USA Donald Trump

Donald Trump e il battito del “cuore della terra”

Il recente avvio della guerra commerciale con la Cina, l’imposizione di nuove sanzioni all’Iran e l’escalation nel conflitto politico-economico con la Turchia, stanno contribuendo a delineare un quadro sempre più preciso della visione strategica di Donald Trump sul piano internazionale.

Benchè il tema dell’apertura alla Russia e, soprattutto, l’individuazione della Cina quale principale competitore nel breve come nel medio termine, rappresentino i due punti chiave dell’azione geopolitica dell’attuale Amministrazione Usa, risulta evidente il persistere di una significativa difficoltà a comprendere la logica interna di un tale quadro di insieme.

Se infatti il recente incontro fra Trump e Putin ad Helsinki è sembrato avvalorare le tesi di quanti hanno descritto, anche sull’onda del presunto russiagate, una virata netta rispetto al tradizionale atteggiamento americano di ostilità e di sospetto nei confronti della potenza russa, le successive e pressanti critiche di Trump alla Merkel sul progetto Nord Stream, un gasdotto che secondo il Presidente americano renderebbe la Germania dipendente sul piano energetico da Mosca, la permaneza delle sanzioni economiche contro la Russia emanate dall’Amministrazione Obama, l’incremento dell’impegno militare in Siria e il perdurare del sostegno all’Ucraina, appaino in radicale contraddizione con la lettura “filo-russa” dell’attuale politica estera Usa.

In realtà, al fine di inquadrare correttamente l’evoluzione della visione geopolitica di Trump, è opportuno analizzare il dibattito sul cosiddetto “Pivot Asiatico”, che ha animato gli ambienti militari e diplomatici nell’ultimo decennio e, al contempo, rapportare le linee di fondo della strategia dell’attuale Amministrazione alle teorie classiche della geopolitica, con particolare riferimento a quelle di Halford Mackinder.

Già nel 2011 infatti, il presidente Obama aveva annunciato quello che a molti analisti appariva come un’evoluzione inevitabile, ossia lo spostamento dell’asse della politica estera americana verso il Pacifico: il cosiddetto “Pivot to Asia”. In sostanza, si riteneva necessario il riposizionamento strategico americano verso un’area destinta a divenire sempre più il cuore delle dinamiche mondiali, e dalla quale erano destinate ad emergere le più importanti minacce all’egemonia degli Usa.

Tuttavia, a dispetto di quanto enunciato, dal 2010 al 2015 l’assistenza alla regione del Pacifico in materia di sicurezza si è ridotta del 19%, mentre significativo è stato l’impegno americano nei processi di regime change in NordAfrica, nella rivoluzione ucraina e nella guerra civile siriana.

Inoltre, la tensione e la pressione strategica esercitata sulla Russia e sui suoi interessi geopolitici primari, ha raggiunto negli ultimi anni livelli paragonabili alle fasi peggiori della Guerra Fredda, ma con effetti molto maggiori vista l’attuale significativa disparità di forze.

La strategia del “Pivot to Asia”, sebbene più annunciata che attuata, è stata oggetto in quegli anni di aspre critiche da parte di importanti centri di analisi strategica legati al Pentagono, dove risultano ancora vive e radicate le tesi di Halford Mackinder, il fondatore della moderna geopolitica. In sostanza, in una parte importante dell’ambiente militare Usa, anche di fronte alla vigorosa ascesa cinese, la principale minaccia all’egemonia americana viene individuata nella possibile espansione dell’influenza Russia in Europa e, nello specifico, da un’eventuale convergenza russo-tedesca.

Sembra dunque persistere un approccio basato sulla teoria dell'”Heartland” – il cuore della terra – elaborata da Mackinder nei primi anni del ‘900, il quale aveva individuato al centro dell’area euroasiatica il cosiddetto “perno geografico della storia”.

Il geografo inglese, il cui pensiero troverà un’immediata eco nella scuola geopolitica tedesca di Karl Haushofer, considerava la storia dell’Europa come direttamente dipendente da quella del continente asiatico, in quanto poneva nella resistenza secolare alla forza di invasione proveniente da est, il momento fondante dell’identità europea. Nel lasso di tempo intercorrente tra il quinto e il sedicesimo secolo dopo Cristo, numerose popolazioni nomadi del centro della regione euroasiatica – Unni, Avari, Bulgari, Magiari, Kazachi, Peceneghi, Cumani, Mongoli e Calmucchi – attaccarono il cuore dell’Europa procedendo attraverso la steppa e il passaggio esistente tra i Monti Urali e il Mar Caspio.

“A ovest li abbiamo conosciuti prima come Unni, che nella metà del quinto secolo dopo Cristo cavalcarono fino all’Ungheria sotto un grande ma terribile capo, Attila. Da qui essi avanzarono in tre direzioni: nordovest, ovest e sudovest. A nordovest provocarono un tale scompiglio tra i Germani che le tribù più vicine al mare, gli Angli e i Sassoni, furono in parte spinte sull’acqua verso una nuova patria nell’isola di Britannia. A ovest penetrarono profondamente in Gallia, ma vennero sconfitti nella grande battaglia di Châlons, dove Franchi, Goti e Romani delle Province, schierandosi spalla a spalla contro il nemico comune orientale, gettarono le basi per quella fusione dalla quale sarebbe scaturito il moderno popolo francese. A sudovest Attila avanzò fino a Milano, distruggendo, sulla sua strada, le importanti città romane di Aquileia e Padova, i cui abitanti, fuggendo verso le lagune marine, fondarono Venezia. A Milano egli incontrò il vescovo di Roma, Leone, e per una qualche ragione non proseguì oltre, con il risultato che la Santa Sede guadagnò grande prestigio. Così si potrebbe dire, con molta verità, che dalla reazione degli uomini della costa a questo colpo di martello dal Cuore della Terra sorsero le nazioni inglese e francese, la potenza di Venezia e la suprema istituzione medievale del Papato. Chi potrà mai dire quali grandi cose, speriamo positive, potranno sorgere dalla reazione indotta dal colpo di martello dei nostri moderni Unni?”.

Le stesse Crociate, momento di decisivo nella storia della cristianità europea, si configurarono come una reazione all’espansone dei Turchi Selgiuchidi, un popolo proveniente dalle regioni a nord del Mar Caspio e che aveva rovesciato il dominio saraceno di Bagdad e Damasco.

La Russia, osservava Mackinder, ha occupato lo spazio geopolitico di quello che fu l’Impero Mongolo, venendo ad esercitare una nuova e costante pressione sulle realtà confinanti:

“Fuori dall’area-perno, in una grande mezzaluna interna, si trovano Germania, Austria, Turchia, India e Cina, in una mezzaluna esterna, Gran Bretagna, Sud Africa, Australia, Stati Uniti, Canada e Giappone […] La rottura dell’equilibrio di potenza a favore dello stato-perno, che si risolverebbe nella sua espansione sulle terre periferiche dell’Eurasia, permetterebbe l’impiego di vaste risorse continentali per la costruzione di flotte, con la conseguente possibilità di conquistare il dominio del mondo. Questo potrebbe accadere se la Germania dovesse allearsi con la Russia”.

Nell’ottica di Mackinder, la possibilità di fornire alla Russia capacità tecniche e organizzative – oltreché l’accesso agli oceani – renderebbe la Germania un alleato in grado di determinare un quadro di potenza unico. Sebbene Trump individui nell’ascesa cinese il pericolo maggiore per la potenza americana, sia nel breve che nel medio termine, è tuttavia evidente come non abbandoni l’approccio classico, ma lo assuma costantemente quale quadro di riferimento. Se, infatti, la politica del suo predecessore alla Casa Bianca aveva determinato un significativo avvicinamento di Mosca a Pechino, Trump sembra disposto a concedere ai russi un ruolo di primo piano in Medio Oriente e in Asia centrale in funzione anticinese, mantenedo ferme al contempo le azioni di interdizione sul continente europeo. Il ridimensionamento di Turchia e Iran, paesi che durante la presidenza Obama avevano visto crescere la loro influenza regionale in chiave sostanzialmente anti-russa, favorisce senza dubbio il ruolo del Cremlino quale principale forza d’ordine nell’area. Come Nixon era riuscito a sganciare la Cina dall’influenza sovietica e a trasformarla in un valido supporto per la strategia Usa, così Trump potrebbe tentare la stessa operazione, ma a parti invertite.

Dunque, sebbene complessità delle crisi attualmente in atto e la dimensione degli interessi in gioco, rendano estremamente difficoltosa la realizzazione di un tale disegno strategico, appare tuttavia evidente come il realismo politico di Trump lo induca a vedere nell’Heartland un potenziale supporto strategico, a condizione però che cominci a esercitare la sua spinta espansiva in direzione della Cina.

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