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Ed ora torniamo tutti nelle aule

Dunque il nuovo decreto legge “Giustizia” del 30 aprile chiude, nella sostanza, una pagina tra le più pericolose ed insensate della giustizia penale italiana, avventatamente tradotta in legge solo pochi giorni prima. La pretesa, davvero dissennata, di celebrare processi penali su una piattaforma commerciale di conversazione tra persone, viene di fatto abbandonata. L’esclusione degli atti fondamentali del processo (esame di testi, periti e consulenti, nonché discussioni finali delle parti e conseguenti camere di consiglio) dalla celebrazione da remoto costituisce una responsabile presa d’atto delle buone ragioni di chi -penalisti italiani in testa- si è opposto con forza e determinazione a quella ipotesi sin dal primo giorno. La possibilità che il difensore possa prestare il proprio consenso relega ora le ipotesi di processi da remoto al rango di sparute eccezioni, rese possibili solo dalla inconsapevolezza, da parte del difensore, della natura indisponibile del diritto del proprio assistito ad un giusto processo.
Le riflessioni che è utile trarre da questa vicenda sono molteplici.
La prima riguarda il valore del dialogo e del confronto politico. Noi siamo impegnati, giorno dopo giorno e senza tregua, perché nel nostro Paese possano affermarsi idee liberali del diritto e del processo penale, contro l’imperante giustizialismo populista oggi al governo (e quello che sta accadendo in queste ore nel pianeta carcere ci dà la misura di ciò che questo purtroppo significhi).
Ma si possono raggiungere risultati importanti, utili e condivisi, anche muovendo da posizioni le più lontane ed inconciliabili, come certamente sono quelle tra noi penalisti italiani ed il Ministro di Giustizia Alfonso Bonafede. Se si ha fiducia nella propria credibilità e nella forza delle proprie idee, e si nutre autentico rispetto, venendone ricambiati, per la elezione democratica del proprio più estremo antagonista politico, si può certamente fare più strada che invocandone velleitariamente e senza costrutto le dimissioni un giorno sì e l’altro pure. Naturalmente, vigileremo senza sosta sul percorso di conversione in legge del decreto, ove mai – e non è affatto improbabile- a qualcuno venisse in mente di fare scherzi.
La seconda riguarda il rapporto tra avvocatura e magistratura. In questa vicenda come non mai abbiamo toccato con mano una differenza davvero profonda tra la nostra interlocuzione politica con la magistratura territoriale, quella cioè che amministra in concreto la giurisdizione, e quella con la sua rappresentanza politica nazionale. L’endorsement duro ed entusiastico sul processo da remoto pronunciato solo pochi giorni fa dalla Giunta ANM per una soluzione normativa che già un ordine del giorno della maggioranza parlamentare annunciava di voler ritirare, strideva in modo perfino incomprensibile con le circolari organizzative in corso di definizione, quasi sempre confrontandosi con l’avvocatura, in tutti gli uffici giudiziari d’Italia. Nella gran parte dei quali si sta organizzando il rientro graduale delle aule, appunto in consonanza con le proposte da noi avanzate al tavolo con il Ministro, e poi diffuse dalle Camere Penali territoriali.
Questo ci introduce alla terza e cruciale riflessione. È giunta l’ora di tornare nelle Aule. Da un lato, le circolari organizzative, come stavamo dicendo, sembrano muoversi in questa direzione, seppure non sempre con la sufficiente determinazione. Si comincino da subito a celebrare i processi con istruttoria dibattimentale conclusa (quindi, discussione delle parti e sentenza) o derogata (riti abbreviati, patteggiamenti della pena o dei motivi di impugnazione); le udienze preliminari e le prime udienze dibattimentali (questioni preliminari ed ammissione delle prove) con non più di due imputati; le udienze camerali e di appello, agevolate dai difensori che possano comunicare di riportarsi a memorie scritte o agli atti difensivi e di impugnazione già redatti, e così di seguito.
Ovviamente le udienze devono essere fissate e celebrate in orari distanziati, anche pomeridiani, per prevenire inutili assembramenti, e con le indispensabili dotazioni sanitarie e di distanziamento sociale.
Sarà bene altresì considerare, se davvero abbiamo tutti a cuore l’obiettivo di superare quanto prima questo pericolosissimo fermo della giurisdizione, che la giornata del sabato (quantomeno la mattina) non è preclusa al lavoro da nessuna legge. Ed anche che pretendere, in questo contesto sociale drammatico, l’intangibilità feriale dell’intero mese di agosto, mal si concilia con la credibilità delle manifestate intenzioni di ripresa.
Siamo tutti chiamati ad uno sforzo senza precedenti per superare una situazione di paralisi drammatica dal punto di vista sia sociale che economico: i penalisti italiani sono in prima fila, pronti a fare la loro parte.

Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane

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