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Estinguere il reato ripagando il danno in denaro o con i lavori utili, è la vera riforma da attuare

L’estinzione del reato per condotte riparative è la vera novità della riforma Orlando del giugno 2017. Alla data attuale ne abbiamo pochissimi esempi pratici, il più famoso lo abbiamo commentato alcuni mesi fa su queste pagine a proposito del caso di stalking di Torino.

L’istituto è stato inserito nel codice penale all’articolo 162 ter, fra le cause di estinzione del reato e si applica ai soli reati procedibili a querela soggetta a remissione, dopo aver ascoltato le parti e la persona offesa, se l’imputato ha riparato interamente il danno cagionato dal reato con la restituzione o il risarcimento o ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato.

Cerchiamo di comprendere cosa si sta disegnando nell’ordinamento.

Intanto si parla di reati procedibili a querela remissibile, cioè di fatti in cui la volontà della parte offesa è centrale nel poter procedere a perseguirli. Senza una adeguata dichiarazione di volontà della parte offesa, che è colei che ha subito la lesione del bene protetto, il processo per questi fatti non si può fare. Proprio la signoria della volontà della parte offesa fa sì che la stessa possa decidere l’estinzione del processo se revoca la querela, cioè se la rimette, in termini tecnici. E con il nuovo istituto la si ammette a concordare sulla estinzione del processo, spingendola quasi ad una rimessione ove si verifichi il caso della riparazione del danno. Poiché vi sono casi di querela non remissibile, proprio per evitare un mercanteggiare su reati gravi di interesse anche pubblico, l’istituto in questione non si applica a questi casi.

Mi spiegherò meglio: la questione dell’esistenza della querela non remissibile, cioè tolta ai poteri della parte offesa di decidere di non proseguire nell’azione penale, nacque negli anni Ottanta durante la discussione sulla riforma della violenza sessuale, allora violenza carnale, discussione durata venti anni, dal processo del Circeo del 1975 alla riforma del 1996. Poiché si ritiene che i fatti più gravi siano perseguiti dallo Stato di ufficio, senza bisogno della volontà privata, una parte dei collettivi femministi voleva che il nuovo reato di violenza sessuale fosse procedibile di ufficio, inserendolo fra i fatti di maggiore gravità e togliendo alla donna il problema del se querelare o no. Una parte dei movimenti, però, faceva osservare che in una caso così delicato la donna ha diritto di pensarci e dire la sua, ha diritto a non trovarsi coinvolta in un processo se non se la sente, così alla fine fu partorita la soluzione della procedibilità a querela per difendere la volontà della donna parte offesa ( per la quale fu anche creato il nuovo termine di sei mesi dal fatto per sporgere querela anziché tre mesi come per tutti gli altri reati), ma detta querela non doveva essere remissibile, cioè una volta espressa non si può tornare indietro. Questo perché spesso le remissioni avvengono dietro pagamento alla parte offesa di un risarcimento e i movimenti vollero che questo non fosse possibile per il reato di violenza sessuale che ha anche una valenza di offesa pubblica, essendo un fatto gravissimo.

In seguito la non remissibilità della querela è stata statuita per altri reati, tutti nella sfera della offesa grave alla persona, con le stesse caratteristiche della violenza sessuale, di avere cioè anche gravità e rilevanza pubblica. Uno di questi è il reato di stalking nei casi più gravi di minacce.

Quando, quindi, la querela è remissibile, cioè rimessa alla volontà della parte che ha subito la lesione, si può giungere alla estinzione con la riparazione del danno purché nei termini dati dal codice, ovvero prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Anche se la parte offesa non presta il consenso il giudice può accogliere ugualmente l’offerta reale fatta dall’imputato ove la ritenga congrua. Questa discrezionalità del giudice appare opportuna per evitare casi di speculazione da parte della parte offesa sul danno subito, ma non solo, per fare giudicare la congruità del risarcimento del danno ad un soggetto terzo quale il giudice che ben può valutare la congruità del risarcimento al danno, molto più della parte offesa che potrebbe anche involontariamente esagerare il danno ed il fastidio subito.

Questo ultimo il caso tanto criticato di Torino e di cui parlammo.

Si pone un problema: una eccezione già sollevata dall’avvocato Pamela Bonaiuti del Foro di Prato. Una parte che vorrebbe risarcire il danno, ma non ha i mezzi per pagare dei soldi cosa può fare? Si vede togliere il diritto alle attenuanti generiche per risarcimento del danno, ma anche si vede precludere questo strumento di definizione del processo. Da un certo punto di vista si può dire che è uno strumento per ricchi, ma la mia proposta è agire non tanto sul concetto di risarcimento del danno in termini di denaro, ma sulla restituzione fatta anche attraverso comportamenti, azioni come ad esempio io ipotizzai per una MAP: era stata speronata e danneggiata una autovettura dei Carabinieri ed io imposi all’imputato di prestare la propria opera per la caserma, anzi per le sue auto, due ore a settimana, ma non fu possibile fare svolgere questo compito per problemi burocratici. Restituzioni in lavoro o in natura potrebbero supplire al problema dell’impossibilita economica.

Ciò richiede un sistema penale sempre più flessibile e vicino alla realtà.

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