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Europa e Italia: matrigna cattiva e figliastra indisciplinata (e impreparata)

Madre e figlia vivono spesso una relazione complicata. A maggior ragione, matrigna e figliastra, prive di un rapporto di sangue, di un legame naturale, sono normalmente poco inclini a una empatia, in un confronto spesso impossibile o quantomeno conflittuale.

Europa e Italia: un legame, nella attuale configurazione, lungo quasi trent’anni. Una creazione sancita forse non a caso a Maastricht, quasi a volerne indicare un baricentro, di maggiore importanza e influenza: il classico Nord, che da sempre mal sopporta un Sud, ciò quantomeno nel nostro Emisfero boreale. Europa e Italia come, appunto, matrigna e figliastra, in un confronto metaforico che in molti frangenti, anche recenti, è apparso il più appropriato.

Questa coesistenza continua ad alimentare il dibattito “dentro o fuori” da questa Europa. La discussione è spesso stucchevole, a volte solo un pour parler, frequentemente troppo superficiale, o forse meritevole di un ragionamento profondo, ma non ora: ora è intempestivo, poiché c’è un’emergenza composita cui dare risposta energica. E non da soli. E il non da soli, in questi difficili giorni, inevitabilmente, significa sostegno: di Unione Europea, Commissione Europea, Parlamento Europeo, Consiglio Europeo e, in ultimo ma non meno importante, Banca Centrale Europea.

Mai come in questi giorni l’Europa, intesa come Europa dei 27, viene invocata, chiamata in causa a rispondere con i fatti, con interventi e azioni di peso, che le vengono chieste e si ritiene le competano, per sostenere il nostro Paese, aggredito, duramente colpito, ferito nel profondo dal Covid 19 e dai suoi effetti collaterali, sociali ed economici.

Perché il nostro è un Paese incapace, da solo, di uscirne senza drammatiche e forse irreparabili conseguenze.

Come ben sappiamo, anche in un recente passato, la stessa UE e le sue Istituzioni di vertice sono state chiamate a fornire riscontri, aiuti, interventi economici e normativi, derogando o applicandoli, in favore del nostro Paese. In più di un’occasione. Spesso le risposte non sono state quelle attese, o non completamente. Un confronto condizionato da meccanismi decisionali dell’Unione, che forse meriterebbero di essere rivisto, quantomeno in termine di pesi specifici, anche sulla base di evidenze, come l’emergere in questi giorni di veti incrociati, che giungono da partner di improbabile rilievo ostacolando e ritardando decisioni importanti.

Ed è così che l’Olanda, la Danimarca, la Finlandia parlano e assumono atteggiamenti forti, da posizioni che tutto sono meno che forti, ma che per un “uno vale uno” di triste “domestica” memoria materializzano difficoltà e resistenze.

Del tira e molla di questi giorni, delle battute fuori luogo della Presidente della Commissione Europea e della Presidente della BCE, si è già parlato e disquisito a oltranza. Tra affermazioni, ritrattazioni e smentite le parole sono tante, fiumi, le dichiarazioni di intenti ancor di più; i fatti sostanzialmente a zero. Ma quali sono i fatti che chiediamo? E come li chiediamo, ovvero con quale diritto e con quali requisiti per accedere all’enorme aiuto economico nel quale stiamo confidando?

In primo luogo, è assodato che esistono 3 Europe: un Nord, un Sud o Mediterraneo e un Est, con una volatilità che fa sì che, in base all’argomento, alcuni Stati anche importanti si vadano di volta in volta a collocare nella macroregione più conveniente. È il caso della Francia, che si sente Regione del nord quando si entra in dibattiti economici e torna al sud quando, ad esempio, avendo in tale Regione i principali concorrenti “agricoli” si affretta a farsi trovare sul posto per fruire di vantaggi o agevolazioni di settore. Così è il caso di Polonia, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca, schieramento compatto ad Est fintanto che il cospicuo budget oramai da 20 anni dedicato alla loro piena inclusione è ancora disponibile ed appetito, fedeli e interessati scudieri della Germania, quando – come nella situazione attuale accade – si deve fare fronte comune nel dibattito interno alle Istituzioni europee. E poiché “uno vale uno” e anche i topi a volte ruggiscono, ne deriva semplicemente una impasse, fisiologica e sostenibile in tempi normali, inaccettabile in questo momento.

Fino a qui i “torti” e le “colpevoli titubanze” di una Europa “matrigna”. Ma come ci poniamo noi, “figliastra indisciplinata”, Membro di 1ª fascia dell’Unione (pur se “uno vale uno”…..), nel momento in cui chiediamo danaro? Perché questo stiamo chiedendo, per fronteggiare l’emergenza economico-sanitaria, vile danaro. E tanto danaro, anzi tantissimo. Una quantità tale da consentirci di affrontare sia l’immediato sia il fall out post crisi sanitaria; un accesso a risorse che vogliamo non solo immediato, ma anche flessibile, in termini di restituzione, sgravi, sforamento del deficit, e senza la spada di Damocle di tempi stretti per i rientri. Flessibilità insomma, più di quanta ne sia mai stata chiesta. “La risposta europea, anche sul piano economico-finanziario, deve essere poderosa, coesa, tempestiva”. Così scrivono i capi di Stato e di governo a Bruxelles, con testo condiviso, unanime.

Ma è qui che l’Europa getta la maschera, e da dietro il paravento a 27 stelle compare, austera e rigorosa, novella “Frau Rottenmeier”, la Germania, con il codazzo di mini-Nazioni asservite e allineate. A fronte di una condivisione di massima, ponendo veti guidati da interessi che non è difficile comprendere. No agli Eurobond o Coronabond, titoli condivisi a basso tasso di interessi, che avrebbero garantito un già importante contributo. Niente aiuti straordinari, ma massima apertura all’accesso alle risorse del MES, il fondo salva Stati al quale occorre poi dare riscontro a condizioni capestro, esponendo un Paese economicamente debole come il nostro a rischi di stabilità economica insostenibili. E il paravento a 27 stelle cosa dice? Ha vita propria? Chi decide dunque, le Istituzioni europee o una singola Nazione, pur supportata dal predetto codazzo di mini-Nazioni in ruolo di topi ruggenti o meglio ancora formiche con la tosse? Ho la risposta, purtroppo: decide la Germania, ancora più forte ora che ha piazzato a Capo della Commissione Europea una fedelissima ex-Ministra della Cancelliera.

E davvero sembra un gemito sterile il commento del nostro Presidente del Consiglio, il quale ricorda all’Europa che una più che probabile recessione coinvolgerà tutti, non solo il nostro Paese. Ma è vero? Sarà così?

Investirà tutti i Paesi, con diversa intensità ed effetti, questo è certo. Sarà un problema globale. Ma è anche certo, pur sottoscrivendo la previsione di Conte, che noi siamo stati investiti per primi e che, per noi, l’effetto è e sarà drammatico. E nel suo contraddittorio con gli altri Premier, non può non essere consapevole che, purtroppo, oramai da tempo ci presentiamo ai confronti da una posizione di sudditanza, guardati anche con latente diffidenza, giudicati di dubbia affidabilità, oltre che ritenuti una Nazione politicamente debole e non capace di interventi strutturali decisi e decisivi. Una visione parzialmente vera, sintesi di una realtà caratterizzata da poco spessore politico, perenne instabilità economica, immenso debito pubblico, prevalenza dell’assistenzialismo sugli investimenti e le grandi scelte, un enorme sommerso e una percentuale di lavoro nero inaccettabile, una evasione fiscale da record, basso livello di competenze, ultima in Europa per indice di produttività, incapacità di programmare ad ampio respiro mettendo in preventivo anche inevitabili sacrifici. Ma per il Premier che ci rappresenta, e che siede a un tavolo con 3 o 4 paritetici, ma con almeno 20 figure di secondo piano, è un’immagine inaccettabile, che non può continuare ad accettare e deve smontare. Perché lui è l’Italia, la quarta Nazione d’Europa per popolazione e forza lavoro, la terza per capacità manifatturiera. Una Nazione con un enorme patrimonio industriale, un comparto agricolo di eccellenza per qualità e anche per quantità, con metà del patrimonio culturale dell’umanità, un risparmio privato unico nel continente, un livello di partecipazione in ambito internazionale con un impegno militare e di cooperazione Internazionale, secondo solo alle Grandi Potenze. Ma è sulla base di questi parametri, questa immagine negativa la deve iniziare a smontare. Ma con i fatti, con un cambiamento vero (non propagandistico), con risultati concreti, con competenza e scelte di spessore, con obiettivi raggiunti e di rilievo. Con una programmazione prima e pianificazione poi, finalmente lontane da scelte elettorali e populiste, evitando la dispersione delle risorse nazionali ed europee in sussidi senza progetto. Come può chiedere all’Europa ulteriori flessibilità e sostegno economico quando, ancor prima che inizi la discussione un suo Ministro parla di allargamento e integrazione del reddito di cittadinanza anche ai lavoratori del sommerso? Come può tentare di alleggerire l’immagine esterna di Paese politicamente debole, quando egli stesso confonde i social con i canali ufficiali di comunicazione, e attraverso di essi balbetta soluzioni che il giorno successivo cambiano, dirama Decreti zoppicanti (competenza?) che in un momento di piena emergenza, quindi in necessità di certezze, si susseguono in continuazione con ritmi difficili da seguire anche per gli aventi causa. Come può porsi con energia di figliastra indisciplinata – per come è giudicata – verso l’Europa matrigna, se non sa porsi neppure nei confronti dei suoi connazionali? Pur riconoscendo le grandi difficoltà e limitazioni nel affrontare l’attuale, ma non dimenticando come queste difficoltà, in forme diverse, le abbia avute da due anni a questa parte affrontando ogni tipologia di scelta, temo di non poter giungere ad altra conclusione che si tratti con ogni probabilità della persona sbagliata, nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. E l’essersi contornato da analoghe “mezze calzette” in ruolo di Ministri, più che una attenuante è una aggravante. Per come sono le cose, e chiudo, la matrigna cattiva ha vita facile nel confronto. E temo sia tardi per qualsiasi soluzione.

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