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Famiglia e mantenimento, alcune novità di legge

Come ribadito più volte in numerosi articoli, nulla è più mobile del tema e del mondo della famiglia e delle relative sentenze, in particolare in caso di scioglimento del rapporto e statuizione o rimodulazione dell’assegno di mantenimento.

Negli ultimi anni, timidamente, ma costantemente, pare farsi largo una tendenza giurisprudenziale, di legittimità e di merito, che riconosce pari diritti a entrambe le parti in sede di separazione e divorzio e soprattutto pare riconoscere una funzione sostanziale all’assegno di mantenimento, dato non più a prescindere, ma valutato caso per caso.

Premesso che ovviamente l’indigenza e la sperequazione sono condizioni oggettive legate al reddito e al lavoro (o all’assenza di esso) e non al sesso, era noto il fenomeno di mariti ed ex mariti trattati come bancomat (i cosiddetti “padri-bancomat”), trattati così da mogli ed ex mogli confermate in ciò da una perdurante tendenza dei giudici, a prescindere dalle reali situazioni economiche delle parti; recentemente pare che la situazione si stia assestando verso una maggiore equità.

Tra le più recenti pronunce, si rammenta l’ordinanza di Cassazione n. 30257/2017 (vedasi qui il testo e qui il commento), con la quale si stabiliva che l’ex coniuge dotato di un tenore di vita dignitoso non ha diritto all’assegno divorzile, in quanto ha la possibilità di mantenersi da solo: tale assegno, difatti, non serve più per bilanciare i redditi dei due coniugi e far sì che chi dei due guadagna di più garantisca all’ex una vita altrettanto agiata, ma ormai serve solo a garantire l’autosufficienza economica al coniuge che non ha propri redditi o non è in grado di procurarseli (per questioni, ad esempio, di età o di salute) e dunque, se già entrambi i coniugi godono di un tenore di vita dignitoso, non c’è bisogno di prevedere il mantenimento a carico dell’ex coniuge con reddito inferiore.

Se con il divorzio viene tagliato ogni legame tra i due, per la legge positiva, ormai ex coniugi, ciò allora deve valere anche per l’obbligo di garantire l’assistenza economica, facendo peraltro dovuta attenzione alla differenziazione delle situazioni: un conto ad esempio è il caso della donna che, superati i 50 anni, dopo una vita da casalinga, ha perso ogni contatto con il mondo del lavoro e difficilmente potrebbe trovare lavoro, mentre diversa è la condizione della giovane disoccupata, che nel proprio arco ha ancora l’età e l’energia per mettersi all’opera e badare a sé stessa.

Ancora, sempre da parte della Suprema Corte di Cassazione (vedasi la relativa sentenza, n. 11504/2017, qui citata e qui commentata), il criterio del tenore di vita è da ritenere abbandonato, anche in sede di separazione, non importando più il calcolo del reddito dell’ex coniuge ma la capacità di entrambi di soddisfare i propri bisogni e badare a sé stessi con i propri mezzi; tale orientamento è stato di recente recepito anche dalla giurisprudenza di secondo grado e anche nel caso di mera separazione (nel caso di specie, la Corte d’Appello di Roma, vedasi qui).

A fronte di questo breve excursus, non stupisce quindi una recentissima pronuncia di Cassazione (la sentenza n. 5932/2021, qui citata), per la quale, ai fini delle statuizioni afferenti all’assegno di mantenimento, il giudice del merito deve accertare l’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale e ambientale; donde rileva, ad esempio, la possibilità di acquisire professionalità diverse ed ulteriori rispetto a quelle possedute in precedenza, o la circostanza che il coniuge abbia ricevuto, successivamente alla separazione, effettive offerte di lavoro, ovvero che comunque avrebbe potuto concretamente procurarsi una specifica occupazione.

Nel caso di specie, una ex moglie, godendo comunque del titolo di diploma di laurea, era stata ritenuta nella possibilità, da parte della Corte d’Appello, di rifiutare i lavori manuali; anzi, la Corte d’Appello, più precisamente, aveva affermato che una laureata, abituata ad un alto tenore di vita, non può essere «condannata al banco di mescita o al badantato».

Tali parole si commentano da sole, tolgono dignità ai lavori manuali e all’assistenza alla persona, e giustamente la Corte di Cassazione le ha criticate e cassate.

Ad avviso dei giudici territoriali, infatti, il rifiuto di un impiego era giustificato se non adeguato al titolo di studio e alle aspirazioni del coniuge che reclama il mantenimento.

Certamente è giusto e naturale che, ad un certo titolo, corrisponda un certo lavoro; e tuttavia, tale situazione non è più vera da tempo per numerosi giovani, e ci si chiede come mai allora debba essere mantenuta per sentenza nel caso specifico.

Soprattutto, non è più un caso di semplice rimodulazione o assegnazione del contributo di mantenimento, ma attiene alla dignità del lavoro in sé per sé, come statuito dalla Suprema Corte: non esistono, difatti, lavoro degni e lavori indegni, lavori superiori e lavori umili, ma soltanto lavori, come del resto è il lavoro nella sua essenza generale, agli articoli 1 e 4 della Costituzione, a fondare la Repubblica e la dignità umana, non lavori alti o stipendi elevati.

La Corte d’Appello non aveva valutato e menzionato le attività eventualmente reperite e rifiutate dalla signora, ma si era limita ad affermare il diritto a rifiutare quelle considerate inferiori al livello culturale e sociale della signora. Il diritto al mantenimento – spiega la Cassazione – è stato confermato arrivando a negare dignità al lavoro manuale o all’assistenza alla persona, mentre l’attenzione dei giudici di seconda istanza doveva concentrarsi sui no alle proposte, sulla capacità della signora di procurarsi redditi adeguati e sui rifiuti immotivati, e sulla solerzia della donna nel cercare un’occupazione.

Certamente una sentenza e un principio importanti, improntati non solo alla rivalutazione dell’assegno di mantenimento, ormai ben lontano, a livello economico e sociologico, dalle condizioni iniziali della legge del 1970 e dalla realtà concreta della società e delle persone, ma, anche, alla difesa del fondamentale principio laboristico fondante la stessa Costituzione, specialmente in un rinnovato periodo di profonda crisi economica e lavorativa.

About Roberto De Albentiis

Nato ad Assisi (PG), nel 1991, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Perugia e specializzato in professioni legali presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali a Macerata.

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