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Femminicidio, da Perugia una sentenza esemplare

Lo scorso anno sono state 120 le donne assassinate dai loro compagni o ex (un femminicidio ogni tre giorni), per 84 figli orfani. Da inizio anno ad oggi, sono state 39 le donne uccise per mano di un uomo. Una lunga scia di sangue per un fenomeno sociale di enormi proporzioni, che necessita di risposte sul piano giudiziario, ma anche culturale ed educativo: basti pensare che quasi sette milioni di donne hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della loro vita. Dalle violenze domestiche allo stalking, dallo stupro all’insulto verbale, la vita delle donne è costellata di violazioni della propria sfera intima e personale. Un modo per cancellarne l’identità, minarne l’indipendenza e la libertà di scelta. Più dell’82 per cento dei delitti commessi a scapito di una donna, nel nostro Paese, sono classificati come femminicidi: oltre quattro su cinque.
Numeri che fanno e devono far riflettere
Dati che ci sbattono in faccia anche i costi sociali dei femminicidi in Italia. Come dimostra la recente sentenza dell’omicidio dell’avvocata Raffaella Presta, uccisa a fucilate da suo marito Francesco Rosi (dovrà scontare 30 anni in carcere), nella loro casa di Perugia, il 25 novembre 2015, proprio il giorno della giornata mondiale contro le violenze di genere. Il rito abbreviato (il pm Valentina Manuali aveva chiesto l’ergastolo) ha permesso di arrivare comunque ad una condanna ‘esemplare’. La sentenza, emessa dal gup di Perugia Alberto Avenoso, infatti, ha stabilito per la famiglia di Rosi un risarcimento di 700mila euro per il padre di Raffaella (difeso dall’avvocato Marco Brusco), altrettanti per la madre (difesa dal legale Fulvio Simoni), 400mila alla sorella (tutelata dall’avvocato Federico Grosso) e altri 400mila al fratello (difeso dal legale Luigi Matteo). Oltre a un milione e duecento mila euro di risarcimento al figlio della coppia di 6 anni.
Risarcimento alle associazioni
Ma la sentenza è esemplare soprattutto perché ad essere risarcite sono anche Libera…mente donna, Centro per le pari opportunità della Regione Umbria e Rete delle donne antiviolenza onlus, costituitesi parte civile nel processo, ciascuna con 15mila euro, per un totale di 45mila euro da investire nel territorio regionale a favore dei centri antiviolenza. Strutture che sempre più arrancano, per la mancanza di risorse economiche. “Quanto costa il silenzio?”. Proprio da questa domanda, è partita la richiesta di costituzione come parte civile nel processo contro Rosi (difeso dagli avvocati Laura Modena e Luca Maori), dell’associazione Libera…mente, rappresentata dall’avvocata Giuliana Astarita, la Rete antiviolenza di Perugia (legale Maurita Lombardi) e al Centro di pari opportunità (avvocata Gemma Bracco). Dell’importanza di questa sentenza ne abbiamo parlato con la presidente della Camera minorile di Perugia Astarita.
L’intervento dell’avvocata Giuliana Astarita
“È stata una richiesta per far riconoscere la valenza delle associazioni che operano a tutela delle donne e contro la violenza di genere, che costituisce una vera e propria violazione dei diritti umani, ma anche per aprire una riflessione seria dal punto di vista politico e culturale: ‘In quale cultura nascono questi femminicidi? Che non vanno assolutamente giustificati come raptus o forma di gelosia. E ha permesso poi di aprire una riflessione sui costi sociali della violenza contro le donne. Esplicativo è la ricerca eseguita nel 2013 a livello nazionale dalla onlus Intervita in cui vengono messi in evidenza, nei minimi dettagli, i costi sociali della violenza di genere”.

Dati nazionali sui costi sociali
Circa 17 miliardi di euro l’anno si spendono per spese legali, accesso ai farmaci, assistenza psicologica, spese giudiziarie, gestione dei centri antiviolenza, e poco più di 6 milioni di euro sono solo gli investimenti in prevenzione. “Eppure per gestire i due centri antiviolenza di Perugia e Terni, le spese sostenute da Libera…mente sono state nel 2015 circa 330mila euro – aggiunge Astarita -. Cifre che pesano sull’intera società e l’intero sistema. Considerando che dal reato contestato, deriva la lesione di un diritto soggettivo che rientra nello scopo statutario dall’associazione e ne deriva anche un danno, abbiamo deciso di costituirci parte civile senza una precisa richiesta economica, ma avvallando dei criteri, affinché la valutazione del danno da parte del giudice sarebbe stata la più equa possibile”. Libera…mente donna, in particolare, è stata ammessa come parte civile anche nel 2015, nel processo a Terni a carico di Franco Sorgenti, accusato di aver ucciso la moglie Laura Livi.
L’importanza della sentenza risarcitoria
“Il significativo risarcimento economico, riconosciuto alle associazioni Libera…mente e Rete delle donne antiviolenza e al Centro pari opportunità della Regione, è un riconoscimento dell’attività condotta dalle stesse nel nostro territorio – conclude –. E consentirà di ampliare risorse normalmente insufficienti, per investire in progetti a tutela delle donne, non facendo ricadere i relativi costi sui contribuenti tutti, ma ponendolo a carico dell’assassino di Raffaella. Ad esempio a Perugia si potrebbe realizzare una Casa delle donne, struttura utile per l’inserimento nella società e nel mondo del lavoro di coloro che hanno subìto violenza”.

Twitter@Ros812007

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