I figli non devono risentire della separazione dei coniugi sotto l’aspetto economico. A sancirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza del 19 febbraio 2018 numero 3922 secondo cui “i figli hanno il diritto di mantenere il tenore di vita loro consentito dai proventi e dalle disponibilità concrete di entrambi i genitori, e cioè quello stesso che avrebbero potuto godere in costanza di convivenza”.

Nel caso specifico, il padre-ricorrente ha presentato ricorso contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di L’Aquila aveva confermato l’assegno posto a suo carico per il mantenimento dei due figli conviventi con la madre e l’onere di provvedere in via esclusiva al mantenimento del terzo figlio, con lui convivente. La Suprema Corte ha confermato quanto sancito dalla Corte d’appello dell’Aquila, rigettando il ricorso.

A maggio 2017, con la sentenza rivoluzionaria n. 11504/2017 gli ermellini hanno cambiato i criteri di quantificazione del mantenimento all’ex coniuge, eliminando di fatto il diritto di “conservare il tenore di vita goduto in matrimonio”. Questo principio però non riguarda in alcun modo il mantenimento dei figli, ai quali tale “tenore di vita” dovrà comunque essere garantito dai genitori. Subito dopo la sentenza di maggio 2017, qualcuno si è interrogato sull’assegno di divorzio se il principio dell’autosufficienza economica, fissato per le ex mogli, potesse applicarsi anche all’assegno per i figli: un ragionamento giuridico bizzarro, ma tentato da più di un genitore, speranzoso di diminuire l’appannaggio mensile versato all’ex anche se per il mantenimento della prole. Può prendersi ad esempio quanto tentato nel settembre 2017 da un padre di Pordenone. Il professionista non voleva più mantenere la figlia ormai maggiorenne, di 26 anni, fuoricorso all’Università, che richiedeva mensilmente la somma di 2.577 euro al mese (che comprendevano spese per salute, istruzione e bollette della casa vicino all’università), oltre a 400 euro di “paghetta” mensile”. Secondo l’uomo, la figlia non poteva considerarsi come una “maggiorenne non autosufficiente” e quindi era giusto garantirle l’aiuto soltanto in caso di bisogno, non assecondarne le scelte di vita come quella di voler continuare gli studi non accettando allo stesso tempo un impiego di lavoro. Ricorso rigettato salvo la riduzione della paghetta a 350 euro al mese.

Se il raggiungimento della maggiore età dei figli non rappresenta lo spartiacque per l’obbligo dei genitori di contribuire al loro mantenimento, d’altro canto non si tratta di un dovere protratto all’infinito, essendo soggetto al parametro generale del raggiungimento di “un’autosufficienza economica” tale da provvedere autonomamente alle proprie esigenze di vita, ma fino a quel momento garantire sempre lo stesso “tenore di vita” di prima.

Pubblicato da Anna Garofalo

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