L’inchiesta è un tema giornalistico molto seguito dai lettori e momento di messa alla prova del giornalista, chiamato a individuare un argomento, porsi domande, riflettere e cercare la verità, spesso scomoda e insabbiata. Giustizia e Investigazione si propone di riflettere sull’inchiesta giornalistica, come genere, attraverso l’esperienza di chi ha lavorato sul campo. Dopo l’intervista ad Ivano Porfiri, direttore di www.umbria24.it, abbiamo rivolto alcune domande a Vanna Ugolini, cronista di nera (e non solo) presso la redazione umbra de “Il Messaggero”.
Passione, testardaggine, esigenza professionale e sociale, cos’è e come descriveresti il giornalismo d’inchiesta?
«Ho avuto la fortuna di poter seguire i miei interessi, di poter lavorare sugli argomenti che mi piacevano di più e per questo tutte le mie inchieste sono partite soprattutto da temi sociali. Veramente non so nemmeno se definirle inchieste. Avendo lavorato perlopiù in redazioni locali anche se di giornali nazionali, la parola inchiesta mi suona quasi “troppo grande” per il lavoro che ho fatto. Posso dire che tutti i miei approfondimenti sono partiti da una notizia che mi ha aperto una porta dopo l’altra. La prima volta mi capitò quando incontrai una signora che si occupava di salute mentale. Non ricordo nemmeno come, era intorno al 1990: la signora, si chiamava Lilia, stava portando avanti una battaglia per trovare una sistemazione al fratello che era rimasto chiuso in manicomio per tanti anni. Grazie a lei passai una settimana a Cà del Vento: era un’area dell’ex manicomio di Imola che all’epoca era stato aperto ed era gestito da una parte degli stessi ex pazienti, molti dei quali, in realtà, non erano malati, ma erano stati ospedalizzati perché poveri, orfani o abbandonati. Fu una esperienza bellissima: ne feci una serie di articoli con le storie dei “matti” della mia città che erano stati internati a Imola, l’intervista al direttore e poi la storia del fratello di Lilia, che lei riuscì a mettere in una struttura semi-protetta. Finalmente riuscii a conoscere anche lui e fu un’emozione grandissima. Ero solo all’inizio, però, avevo cominciato a scrivere da un paio d’anni e mi mancava la maturità per capire cosa avevo tra le mani. Va detto, poi, che fare il giornalista è un mestiere in solitario. Lo devi rubare, copiare, perché ben poche sono le persone che ti aiutano a crescere. In quel caso il mio lavoro fu poco valorizzato. Forse i “matti” non facevano nemmeno vendere tanto. Certo oggi è impensabile, soprattutto per chi lavora in una redazione locale, “distaccare” una persona per una settimana dal lavoro quotidiano. Il tempo e i costi sono due variabili che oggi rendono sempre più difficile la realizzazione di una inchiesta. Mi ha sempre mosso la passione, per i temi sociali, per la tutela dell’ambiente. La testardaggine mi ha sostenuto quando ho incontrato delle difficoltà e il fatto di portare alla luce temi sociali è stato il mio carburante. Sono stata fortunata, perché quando non è stato possibile, per motivi di spazio o di interesse, scrivere sul giornale ho avuto la possibilità di fare dei libri. Non sono mai diventati dei best sellers (chissà, forse quello in uscita!) ma sono riuscita a raccontare quello che avevo trovato nel modo più completo e corretto che potevo. E di questo sono stata contenta».
Quali sono le domande alle quali il giornalista pensa di rispondere con un’inchiesta? Pensa a cosa possa interessare al lettore o vuole conoscere la verità di un dato fatto? Oppure le cose vanno insieme?
«Non credo si possano fare inchieste solo per interessare un lettore o accontentarlo, anche se è auspicabile che le due cose coincidano. Le inchieste, però, servono per far luce là dove ci sono ombre che, magari, fanno comodo a qualcuno. Quando in “Nel nome della cocaina. Lo spaccio in Umbria raccontato dagli spacciatori” emersero le connivenze tra spacciatori e alcune parti della società e poi questo venne ripreso da una trasmissione su una rete televisiva nazionale, mi attirai il malcontento di molte persone. Ricordo che la gente mi fermava per strada e mi diceva che avevo infangato il nome di Perugia. Poi, però, le indagini, che successivamente vennero fatte, confermarono quanto già era emerso dalle interviste fatte ai pusher. Un’altra cosa che è importante far emergere sono le connessioni, le relazioni tra un fatto e l’altro, lo spessore e la rilevanza del fenomeno che si va a indagare. Credo sia interesse di tutti conoscere a fondo un problema».
Contano più le fonti o l’intuito? O vanno di pari passo?
«Il tema delle fonti è importantissimo. Sicuramente per fare un’inchiesta le fonti ufficiali sono fondamentali. Conoscerle, potersi via via confrontare con loro è il primo passo da cui partire. Spesso, però, non bastano. Se si vuole dare lo spessore alla notizia, se si vuole entrare dentro il problema è necessario parlare e incontrarsi con tutti quelli che sono parte dell’argomento che vuoi approfondire. Per questo bisogna anche studiare, formarsi e confrontarsi. Quando ho intervistato i pusher erano anni che mi occupavo di spaccio: ero in grado di capire quando questi mentivano per interessi personali o per paura. Inoltre c’è stato un gran lavoro di preparazione delle domande e poi di scrematura: alcuni di loro raccontavano bugie perché non volevano esporsi, altri raccontavano quello che faceva loro comodo. Tutti avevano paura di andare oltre il racconto dei meccanismi e indicare quale fosse il livello superiore dello spaccio. L’analisi del materiale raccolto, l’esperienza e il confronto con le fonti sono stati determinanti per il lavoro sulle testimonianze. E comunque, nonostante gli sforzi, il passo successivo, quello sul livello intermedio dei trafficanti non sono riuscito a farlo. Non ho trovato la pista giusta.(Per ora!). Per l’ultimo libro che ho scritto, che riguarda la violenza di genere, il materiale l’ho raccolto quattro anni fa, ma mi resi conto che mi mancavano gli strumenti culturali per dare il giusto valore a quello che avevo. Così ho studiato, mi sono formata grazie anche ad una esperienza di volontariato sociale che sto facendo, e ora il libro è finalmente in uscita. E’ un materiale che non posso usare per il giornale, perché non riguarda un tema locale: la raccolta delle testimonianze è partita da una mia esigenza personale e il lavoro è diventato, appunto, un libro».
Quali rischi si incontrano?
«I rischi sono limitati fino a quando non tocchi argomenti come la mafia e la corruzione, anche se, inevitabilmente, qualche rischio si corre sempre. Ad esempio uno dei pusher che avevo intervistato qualche mese dopo fu arrestato per possesso di un fucile a canne mozze. Liquido questa domanda con una battuta: ho avuto più problemi le poche volte che mi sono occupata di politica di quando mi sono occupata di spacciatori, mariti violenti e sfruttamento della prostituzione. Almeno fino ad ora».
C’ ancora spazio per il giornalismo d’inchiesta a fronte di giornali e media che sembrano fatti con le veline e il copia e incolla?
«Mai come oggi c’è bisogno del giornalismo d’inchiesta in un mondo in cui l’informazione è sempre più parcellizzata. Mai come oggi c’è bisogno del giornalismo d’inchiesta per capire cosa sta succedendo e dove stiamo andando. E, forse, mai come oggi è interessante farlo: la frontiera del Data journalism apre le porte a potenzialità enormi di conoscenza di informazioni su cui lavorare».
Una domanda personale, perché hai deciso di fare la giornalista e come sei arrivata in redazione?
«Credo di conservare ancora il tema delle elementari dove scrissi che da grande volevo fare la giornalista. Guadagnarsi da vivere scrivendo è un grande privilegio oltre che una grande fatica, soprattutto oggi, con la tremenda crisi che ha investito il settore. Non ho mai pensato di poter fare altro. (Però, se ci avessi pensato forse qualcosa avrei trovato!). Ho cominciato alla Gazzetta di Forlì, nel 1987, non avevo ancora finito l’università, chiamata da un professore del liceo che avevo frequentato. Poi ho preso la corrispondenza di Repubblica Bologna semplicemente bussando alla porta della redazione e scrivendo qualche pezzo di prova per loro. Furono bravi perché non mi diedero false illusioni e mi dissero di tornare quando avessi preso la laurea. Mi laureai il 23 febbraio del 1988 intorno a mezzogiorno, al pomeriggio mi presentai in redazione e mi guadagni la corrispondenza, pagata dalle 6 alle 15mila lire a pezzo. Poi presi anche quella dell’Ansa grazie al fatto che seguii un caso di terrorismo. Due anni dopo aprirono anche le redazioni del Messaggero in Romagna e c’erano più posti di lavoro che giornalisti. Se entrare tutto sommato fu facile – due colloqui lunghissimi e diverse ore d’attesa sul divano dell’ingresso del segretario di redazione del Messaggero – restarci fu complicato perché dopo qualche anno cominciarono crisi e chiusure. E per continuare a fare questo lavoro ho fatto 11 traslochi e ho lasciato la mia terra. Una frattura ancora non del tutto ricomposta. E una gran fatica quotidiana. Ogni tanto mi chiedo se ne è valsa la pena. Ma, a scanso di equivoci, mi darò la risposta il giorno in cui andrò in pensione».
Da cronista di nera ritieni che seguire un caso di cronaca sia fare giornalismo d’inchiesta?
«Seguire un caso di cronaca nera o giudiziaria è spesso l’inizio per arrivare a fare un’inchiesta. Poi bisogna trovare un altro passo».
Come prepari un’inchiesta: scaletta o in base ai dati che apprendi di volta in volta?
«Credo che un po’ del mio metodo di lavoro sia emerso in queste righe. Aggiungerei oltre alla preparazione anche la flessibilità: la capacità di capire se si sta andando da qualche parte oppure se la pista o l’intuizione sono “scarichi”. Inoltre anche la capacità di seguire la direzione che prende il lavoro che stiamo facendo. Andare incontro alla realtà per quella che è e non per quello che vorremmo che fosse. Farsi sorprendere».

(3. Continua)

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

Leave a reply