Il giornalismo investigativo costituisce, nell’immaginario collettivo, l’archetipo di come dovrebbe essere il giornalismo: sempre a caccia delle verità, soprattutto se scomoda, sempre a sollecitare politici e industriali sui temi scottanti e sempre alla ricerca di intrighi e complotti. Giustizia e investigazione si propone di offrire una panoramica storica sul genere (la prima puntata di questa indagine è già on line) e di confrontarsi con giornalisti che si occupano di inchieste. Iniziamo con Ivano Porfiri, giornalista professionista, direttore responsabile del sito www.umbria24.it. In passato ha collaborato per testate locali e nazionali, come Il Sole 24 Ore e l’agenzia Agi.


Passione, testardaggine, esigenza professionale e sociale, cos’è e come descriveresti il giornalismo d’inchiesta?

«Tutto questo, ma anche risorse e tempo. Una inchiesta richiede intuito e predisposizione all’analisi, tuttavia spesso si imbocca una strada che può anche rivelarsi senza uscita, non portare alcun risultato sperato. Perciò occorre la serenità di poter lavorare senza l’assillo del doverla vendere a ogni costo oppure doverla chiudere troppo in fretta. Un giornalista o un team di inchiesta dovrebbe essere inserito in un contesto sganciato dai tempi contingentati del quotidiano e avere le risorse giuste per approdare al risultato».

Quali sono le domande alle quali il giornalista pensa di rispondere con un’inchiesta? Pensa a cosa possa interessare al lettore o vuole conoscere la verità di un dato fatto? Oppure le cose vanno insieme?

«Senz’altro vanno insieme. La curiosità è un pre-requisito fondamentale del giornalismo, tuttavia non bisogna correre il rischio dell’autoreferenzialità. L’ideale sarebbe un giornalista sulla stessa lunghezza d’onda dei suoi lettori, che si ponga più o meno le stesse domande, ma che possegga gli strumenti professionali per arrivare alle risposte non alla portata di mano del cittadino comune».
Contano più le fonti o l’intuito? O vanno di pari passo?

«Conta l’intuito, ma la capacità di coltivare le proprie fonti fa parte del bagaglio del giornalista come il taccuino o il registratore».


Quali rischi si incontrano?

«Di solito un’inchiesta nasce dall’intuito o dall’imbeccata di una fonte, che per essere a conoscenza di determinate informazioni riservate e volerle far trapelare spesso ha un tornaconto personale o un motivo di rivalsa. Farsi usare da una fonte è un pericolo, anche se fa parte del gioco. Un altro pericolo è inimicarsi persone o apparati potenti, per cui è anche importante avere una “copertura” dal proprio direttore e dal proprio editore».
C’è ancora spazio per il giornalismo d’inchiesta a fronte di giornali e medie che sembrano fatti con le veline e il copia e incolla?

«Domanda difficile. Lo spazio c’è sempre, specialmente su internet. C’è da chiedersi se e quanto spazio ci sia dentro i media mainstream, che poi sono quelli in grado di mettere a disposizione le risorse per realizzare inchieste di un certo spessore. A livello locale, poi, è ancora più difficile soprattutto per una mancanza di editori che credano in un vero giornalismo indipendente. Tuttavia, credo che in Italia il giornalismo d’inchiesta faccia fatica ma ancora ci sia e di buon livello».
Una domanda personale, perché hai deciso di fare il giornalista e come sei arrivati in una redazione?

«Io non sono un giornalista per vocazione, ma quasi per caso. Facevo tutt’altro lavoro e ho iniziato a collaborare con un giornale locale. Mi piaceva scrivere, ero curioso e ho iniziato per gioco. Da lì ho fatto tutta la trafila dei non pagati, dei pagati poco, degli abusivi fino al praticantato in una piccola redazione di una città del Nord Italia. Ho avuto un’occasione e sono stato tenace».
Da cronista di nera e giudiziaria ritiene che seguire un caso di cronaca sia fare giornalismo d’inchiesta?

«Sono due filoni vicini ma che non coincidono totalmente. Spesso gli spunti vengono da fonti di giudiziaria, ma un’inchiesta può anche riguardare un argomento totalmente differente. Anzi, seguire la cronaca e avere troppi vincoli di frequentazioni quotidiane con forze di polizia e tribunali a volte può anche essere un ostacolo allo sviluppo di una inchiesta giornalistica».
Come prepari un’inchiesta, scaletta o in base ai dati che apprendi di volta in volta?

«Spesso si parte da uno spunto e qualche verifica. La maggior parte delle volte non si arriva a niente. Qualche volta, invece, c’è l’innesco per sviluppare un filone. Solo quando si struttura e ci si accorge che c’è sostanza si può fare una scaletta per programmare gli step successivi».
Da direttore di una testata come affronti l’idea di un’inchiesta che ti propone uno dei tuoi redattori?

«Cerco di capire se dietro l’idea ci possa essere sostanza, ma tendo a fidarmi e a incoraggiarli. Se, però, mi accorgo che il giornalista segue più un suo disegno che i fatti reali, non ho remore a farglielo notare. Seguire un proprio teorema, seppur senza secondi fini, è uno dei pericoli maggiori di chi deve avere come intento il portare alla luce la verità».

(2. Continua)

Pubblicato da Umberto Maiorca

Giornalista professionista, scrittore e sceneggiatore

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