Non amo il cinema italiano, eccetto poche eccezioni, tantomeno i film italiani comici, ma stavolta parlerò di uno di questi che ho visto per caso e che rivela una verità assoluta quanto scomoda.

Parlo di “Benvenuto Presidente” di Riccardo Milani, del 2013, con Claudio Bisio nei panni di un bibliotecario pescatore che si chiama Giuseppe Garibaldi e si ritrova ad essere eletto Presidente della Repubblica per un gioco politico. Garibaldi-Bisio è un uomo assolutamente onesto e nega favori perfino al proprio figlio, ma si scontra tutti i giorni con una realtà politica fatta di corruzione, nepotismo e disprezzo delle esigenze del paese.

Questa parte del film rende conto di quello che è effettivamente la politica italiana. Politici di professione per questo sempre più avulsi dalla realtà del Paese che ormai fanno politica solo per mantenere e curare i propri interessi, senza alcuna considerazione per la gestione del Paese e i suoi bisogni. Ovviamente in questa loro visione della politica al loro servizio e non della nazione non si pongono limiti a corruzione e abuso di potere, tradimenti e bugie. Il tutto viene rivestito da un formalismo, il cerimoniale o protocollo che nasconde il nulla o peggio in un vortice di regole.

Quello che, però, ritengo importante è il discorso finale di Bisio-Garibaldi-Presidente, che punta il dito oltre che sui politici sui cittadini, sui singoli italiani che non sono le semplici vittime di un sistema di abusi di potere, ma ne sono complici, perché vivere accettando per anni questo sistema e adeguandocisi è esserne complici. Il cittadino italiano non si è mai ribellato agli abusi di potere, alla corruzione, ha pagato, è stato zitto, si è lamentato, ma poi alle elezioni ha votato chi comprava il suo voto con pasta, olio e promesse. Ha cercato di diventare pubblico dipendente per lavorare poco ed avere uno stipendio fisso, ha cercato di frodare INAIL e INPS per avere pensioni non dovute, ha messo in essere gli stessi intrallazzi utilizzati dai politici e questi politici sono il ritratto di questo cittadino, niente di più. Ogni popolo ha il governo che si merita diceva Aristotele e così è, un popolo di furbi ha un governo di furbi, ma fra i furbi vince sempre chi ha più potere e mai l’equità sociale e la giustizia.

Il vero cancro del nostro Paese è questa forma di anarchia diffusa per cui ognuno si ritiene in diritto di non obbedire alle regole, come se fossero fatte solo per gli altri, senza tenere conto che se questo concetto viene ripetuto da ognuno per sé abbiamo un popolo senza regole, cioè in anarchia, con conseguenze disastrose.

Vi è un altro aspetto collaterale a questa furbizia-anarchia diffusa, ed è il sentirsi sudditi e non cittadini. Forse per i sensi di colpa dell’anarchia creata, forse per la consapevolezza dell’assenza di regole fatto è che un italiano non ha la fiducia nei propri diritti e nel farli valere e tende a chiedere favori invece di pretendere diritti.

Educare gli italiani ad essere cittadini e non sudditi, onesti e non furbi è il compito che una classe politica che vuole realmente guarire l’Italia dal suo cancro di anarchia, iniquità e ingiustizia.

D’altro canto non fare la vittima, ma assumersi le proprie responsabilità e agire secondo il diritto è dato agli adulti e, quindi, ad un popolo adulto, in grado di gestire da adulto se stesso ed una nazione, prendendo le proprie decisioni e le proprie responsabilità anche se non a tutti piacciono e fanno piacere. I nostri politici sono tanto poco adulti che non riescono neanche a prendere decisioni, fanno referendum, chiedono opinioni, si creano comitati, come sta succedendo a Montecatini per la ferrovia che va raddoppiata, ma non sappiamo dove farla passare, ma nessuno appare in grado di prendere una decisione adulta basata su dati tecnici di fattibilità e compatibilità e convenienza. Così per tanti progetti, ma questo non decidere ascoltando tutte le campane ed i comitati non è segnale di democrazia, ma di incapacità a fare politica, di incapacità a decidere facendo nel mentre della demagogia, che, si ricorda, non è democrazia, ma la sua degenerazione.

Pubblicato da Jacqueline Magi

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