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Il bullismo cambia pelle e in rete si fa più aggressivo

Gli atti di bullismo sono sempre più frequenti e l’età delle vittime e dei bulli si abbassa sempre più. Fin dalla scuola primaria si verificano comportamenti aggressivi ripetitivi nei confronti di bambini più vulnerabili. Bambini che ricoprono il ruolo di bullo e che hanno atteggiamenti violenti, sia fisicamente che psicologicamente, nei confronti di altri bimbi che si ritrovano ad essere vittime e a subire spesso in silenzio ripetute umiliazioni, provocando in loro sofferenza psicologica ed emarginazione. Il bullismo, che con l’avvento di internet e dei social network, ha cambiato pelle, è diventato meno riconoscibile, più subdolo e più insidioso: si tratta del cyberbullismo. Circa un terzo del totale degli episodi di bullismo avviene tramite chat, messaggistica, email, blog, siti web, che comportano spesso elementi di pressione psicologica più invasivi, mortificanti e virali rispetto al bullismo tradizionale. Perugia poche settimane fa è salita alla ribalta della cronaca nazionale per un caso di bullismo verificatosi in una scuola del capoluogo umbro. Ma la vera notizia è che una classe intera ha denunciato i due bulli, che avevano preso violentemente di mira un proprio compagno per aver mostrato una spiccata sensibilità. Il gip del Tribunale per i minori di Perugia ha disposto per i due bulli, sedicenni, la misura cautelare restrittiva del collocamento in una comunità. Di questo episodio e del bullismo ne abbiamo parlato con Massimo Pici, presidente dell’associazione Libertas Margot che si occupa di violenza di genere e del contrasto al bullismo, nonché consigliere comunale del capoluogo umbro.

La normalità dovrebbe essere la denuncia «La vera notizia di quanto accaduto a Perugia è la denuncia che hanno fatto i compagni di classe della vittima – afferma Pici, anche segretario provinciale del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori polizia) di Perugia – quando in realtà dovrebbe essere la prassi quella di segnalare episodi di bullismo o cyberbullismo. Anche in questo caso il copione è stato da manuale: due bulli, la vittima (un ragazzo vulnerabile), un pubblico (la classe). La classe, infatti, all’inizio è stata connivente, c’è stata l’approvazione del pubblico, che in questi casi può essere il facilitatore del bullo o l’inibitore dello stesso. Perché se il pubblico non accetta certi atteggiamenti vessatori, il bullo è finito. Non a caso la denuncia è arrivata dopo un anno e mezzo, poi la classe ha avuto paura di cadere nelle mani dei bulli e ha denunciato, ma ora ha paura di ritorsioni. Sono episodi che accadano in ogni scuola, fin da quella primaria».

Con i social network il bullismo ha cambiato pelle «Con l’avvento di internet il bullismo è diventato ancora più insidioso, più subdolo, più incisivo ed è meno riconoscibile, perché gli ‘spettatori’ sono più numerosi. Ci sono delle caratteristiche tipiche del bullo: il bullo non è mai solo, ha bisogno di un palcoscenico, quindi di un pubblico, di qualcuno che approvi quello che fa. Adesso i social network favoriscono questo fenomeno, perché non serve avere una supremazia fisica o il coraggio di affrontare dal vivo qualcuno, anche se sei fisicamente meno dotato puoi diventare bullo e con il cyberbullismo non ti rendi conto dei danni che fai, non è necessario essere aggressivo fisicamente e puoi essere molto più violento e raggiungere facilmente e dappertutto la tua vittima. Ecco perché il cyberbullismo è più praticabile, insidioso e meno riconoscibile».

Le campagne di sensibilizzazione di Margot «Margot e Siulp, che collaborano insieme, hanno messo in atto due iniziative nelle scuole umbre: lo scorso anno la ‘Bulli box’, una sorta di cassetta della posta dove i ragazzi segnalavano comportamenti di bulli. Quindi il messaggio che abbiamo veicolato è di invitare, incentivare le segnalazioni, perché segnalare non è fare la spia, ma è un atto di coraggio e di forza, il più grande che si possa fare. Ovviamente i ragazzi potevano fare segnalazioni anonime per sé o per i propri compagni. Lo scopo di questa campagna, quindi, è stato quello di spingere i ragazzi a denunciare, a parlare con i propri genitori o insegnanti o direttamente con i poliziotti, a far capire che non bisogna avere paura, che segnalando non si è vigliacchi o deboli, ma chi si approfitta dei più vulnerabili è un debole, mentre chi denuncia è il più forte. Quest’anno siamo partiti, invece, con la ‘Bulli ask’, idea nata a Martino Gasponi, esperto poliziotto della postale e sindacalista del Siulp, poi la nostra psicologa-psicoterapeuta Lucia Mangionami l’ha messa a punto. Ovviamente un grande aiuto è stato dato e viene dato anche da altri esperti, come Emanuele Florindi, avvocato, e Roberto Carlotti, responsabile delle scuole. Nello specifico la ‘Bulli ask’ sono sei domande che rivolgiamo agli alunni delle scuole dove andiamo, grazie al Comune di Perugia che, tramite l’ex assessore Dramane Waguè, ci aiuta a pianificare gli incontri. I ragazzi rispondono in maniera anonima, in diretta tramite cellulare e la risposta viene poi percentualizzata con un grafico e questo ci permette di dare l’esatta dimensione della percezione che hanno del fenomeno e di mirare l’intervento successivo. Ed è emerso che tutti conoscono il bullismo, sanno come si attua, come si subisce e molti ammettono anche di averlo praticato. Attualmente stiamo preparando la terza campagna: un corso per insegnare ai giovani un uso corretto della tecnologia».

Collaborazione tra Margot e la scuola alla ribalta della cronaca «Da anni collaboriamo con il dirigente scolastico del liceo dove è accaduto l’episodio di bullismo raccontato anche dai media nazionali e dopo il fatto siamo stati di nuovo contattati perché i ragazzi sono rimasti talmente scioccati, vista l’eco della notizia e anche perché alla loro azione c’è stata una reazione e non si aspettavano che questi ragazzi, che hanno rivestito il ruolo di bulli, alla fine venissero mandati in una comunità. Quindi abbiamo organizzato un incontro con la psicoterapeuta di Margot e quella dell’ufficio minori del Siulp che hanno spiegato alla classe, senza la presenza degli insegnanti, la bontà della loro azione, la correttezza del loro comportamento».

Si comincia ad avere coscienza del problema «Ma anche delle possibili soluzioni. Gli insegnanti spesso sono spiazzati, non sanno affrontare questi fenomeni e riconoscere gli atti di bullismo e non hanno i mezzi per poter intervenire. Non riescono a distinguere la differenza tra una semplice discussione, un litigio o uno scherzo, dai veri comportamenti aggressivi e ripetitivi del bullismo che, ribadisco, ha delle caratteristiche tipiche. Ecco perché è necessario dare gli indicatori giusti e gli strumenti che permettano di riconoscere il fenomeno e dare alle parole il giusto significato. Per questo c’è bisogno di un lavoro di squadra, così denunciare diventa la normalità e il bullismo piano piano si ridimensionerà del tutto».

Fenomeno complesso «Non c’è una sola motivazione per cui questi ragazzi o bambini rivestono il ruolo di bullo. Sicuramente l’assenza o la distrazione dei genitori non aiutano, possono influire in qualche modo, ma quando mancano risorse cognitive, strutturali e culturali, il bullo cerca la scalata all’interno di un gruppo con i mezzi che ha a disposizione, con una scorciatoia. Ad esempio i bulli esercitano un certo fascino sulle ragazze e sono i primi ad essere violenti con la propria ragazza. Questo è un dato di fatto, così come quando cercano di non far avvicinare nessuno alla propria ragazza, sono gelosi, non vogliono che mettano la minigonna. Il suo ruolo di bullo lo deve onorare fino in fondo anche fuori da scuola».

Le reazioni dei genitori dei bulli «Magari il ragazzo che agisce da bullo a casa è impeccabile e quindi per i genitori è impensabile che possa comportarsi in maniera aggressiva al di fuori del proprio contesto familiare. Ma mentre fino a qualche anno fa, i genitori erano più ricettivi e quindi punivano i propri figli, oggi si cerca a sminuire, a deresponsabilizzare sé stessi e i figli, a dare la colpa sempre agli altri: è stato l’amico che l’ha trascinato, è stato influenzato. Questo non aiuta. Poi dopo i riscontri, l’incredulità iniziale, sono collaborativi e ci contattano anche dopo».

Età si abbassa sempre di più «Il bullismo è presente già fin dalla scuola primaria. È un bullo più incosciente, ma nella sua ingenuità diventa crudele quanto il bullo più grande e consapevole di quello che fa. Margot fa diversi interventi nelle scuole elementari: è l’età in cui è necessario intervenire subito, perché altrimenti alla maggiore età il ragazzo non lo recuperi più. E poi il bullo può essere anche il figlio di insegnanti, viene da una buona famiglia. Non ci sono differenze sociali. Può diventare bullo chiunque: il figlio di genitori separati, di famiglie un po’ particolari, di stranieri. I genitori di quest’ultimi all’inizio danno meno importanza a questi episodi, perché credono che per integrarsi e difendersi da discriminazioni i propri figli (anche stranieri di seconda generazione) devono imporsi in questa società per evitare di essere emarginati, poi però capiscono che invece sono veri atti di bullismo e sono collaborativi».

Fare rete fra le varie associazioni «Collaboriamo con ventuno associazioni ed è necessario fare rete e pianificare meglio gli incontri con i ragazzi in modo tale da poter raggiungere tutte le scuole della regione. È necessario e proficuo lavorare in piccoli gruppi, stimolare i ragazzi con parole chiavi e attivatori emozionali, ovvero video».

Twitter @Ros812007

About Rosaria Parrilla

Giornalista pubblicista, addetta stampa, conduttrice televisiva e di eventi

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