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Il cammino della legge sul divorzio

Gli anni settanta del XX secolo hanno visto grandi innovazioni legislative. Abbiamo parlato della legge sulla interruzione di gravidanza del 1978, ma in quegli stessi anni faceva ingresso un’altra grande novità in Italia: la legge sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, chiamata legge sul divorzio, che introduceva in Italia la possibilità per le coppie di sciogliere il loro matrimonio.

Occorre ricordare, prima di parlare della legge, due importanti fatti storici. Il primo è il Patto Gentiloni del 1913. Il Patto fu reso necessario per ovviare al “non expedit” di papa Pio IX che aveva dichiarato che non era conveniente la partecipazione dei fedeli all’attività politica del neo Regno d’Italia, reo di aver conquistato Roma, togliendola al potere temporale dei Papi. Davanti al pericolo dell’avanzata socialista, Vincenzo Gentiloni e i cattolici vicini a lui si schierarono con Giolitti e la monarchia. Papa Pio X dette vita all’Ueci, Unione elettorale cattolica italiana ponendo a dirigerla il conte Gentiloni. Si arrivò dunque al Patto Gentiloni che ammetteva e concedeva la possibilità ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno purché affermassero i valori della dottrina cattolica e negassero il proprio sostegno alle leggi anticlericali. Fra i punti irrinunciabili perché i cattolici dessero il proprio appoggio a Giolitti vi era l’assoluta opposizione al divorzio.

Successivamente con i Patti lateranensi firmati l’11 febbraio 1929 fu introdotto nell’ordinamento giuridico il matrimonio concordatario, ovvero un matrimonio fatto secondo le leggi canoniche ma valido anche ai fini civili.

La strada per giungere a poter legiferare sul divorzio è stata così molto lunga.

La legge che introdusse in Italia la possibilità di separarsi è la numero 898 del 1 dicembre 1970. In base a questa legge si poteva incidere sugli effetti civili del matrimonio, non potendosi ovviamente toccare gli effetti canonici per cui vale la legge canonica oppure per i quali sarebbe stato necessario un nuovo patto Stato-Chiesa.

La legge prevedeva la possibilità di una separazione legale fra i coniugi (che rimanevano in quel periodo comunque coniugi) e solo dopo che fossero trascorsi cinque anni di separazione vi era la possibilità di accedere al vero e proprio divorzio, ovvero la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Sia separazione che divorzio erano promuovibili solo davanti il Tribunale, facendo diventare giudiziario un istituto afferente al matrimonio che è uno status ed una competenza amministrativa.

La lunga strada per la legge sul divorzio era iniziata nel 1954 quando fu presentata al Parlamento italiano la prima proposta di legge e nemmeno fu portata in discussione.

La legge del 1970, chiamata legge Fortuna-Baslini, votata da PSI, PCI, PSDI, PSIUP, PRI e PLI fu sottoposta immediatamente ad un referendum abrogativo, che vide una acerrima campagna elettorale, pari solo a quella che fu successivamente vissuta dalla legge sull’aborto, ed i risultati del referendum, tenutosi il 12 maggio 1974, furono per il “no” all’abolizione della legge sullo scioglimento degli effetti civili del matrimonio. Votarono l’87,7% degli aventi diritto ed i “no” raggiunsero il 59,3% dei voti.

Si ricorda che in Italia il divorzio era stato previsto nel Regno di Napoli sotto il governo di Gioacchino Murat che introdusse nel 1809 il Codice Napoleonico, codice civile che prevedeva il matrimonio civile ed il divorzio.

Successivamente la legge subì varie modifiche, volte soprattutto a permettere il divorzio in tempi più brevi, passando, nel 1987, dalla necessità di cinque anni di separazione a quella di tre anni e si diede al giudice la possibilità di pronunciarsi immediatamente sullo scioglimento del matrimonio, mandando oltre la causa per le statuizioni economiche ed in tema di figli.

Nel 2015 si è avuta una ulteriore riduzione dei tempi, permettendo con la Legge n. 55 del 2015 il divorzio dopo un anno di separazione giudiziale o sei mesi di separazione consensuale.

Altra recente introduzione la possibilità di separarsi e divorziare anche senza l’intervento di un giudice, degiurisdizionalizzando gli istituti della separazione e del divorzio, anche al fine di deflazionare il processo civile.

Come sopra accennato la scelta della legge sul divorzio del 1970 fu di affidare al Tribunale la fine del matrimonio, che peraltro non interveniva nella sua costituzione. Questo fu voluto come garanzia ulteriore per accertare la volontà delle parti di sciogliere il matrimonio, ma con il tempo ha appesantito la giurisdizione civile con processi in una materia tipicamente amministrativa. A ciò ha cercato di porre rimedio il decreto legge 132/2014, convertito in legge n. 162/2014 che ha previsto la possibilità di separarsi consensualmente e quindi divorziare in Comune, davanti l’Ufficiale di Stato civile, ovviamente quando sussistano determinate condizioni.

In particolare i coniugi possono separarsi in Comune senza l’aiuto di un avvocato ove non abbiano figli minori o incapaci o portatori di handicap grave o non autosufficienti economicamente, altrimenti ove abbiano figli in queste condizioni possono farlo ugualmente in Comune ma tramite la negoziazione assistita fatta da un avvocato per parte appositamente formato.

Si segnala che fra gli Stati che hanno legalizzato il divorzio in tempi recenti vi sono Spagna, Portogallo, Irlanda e Malta, mentre solo in due Strati al mondo non è prevista la possibilità di sciogliere il matrimonio, nelle Filippine e nella Città del Vaticano.

Occorre ricordare una cosa: quando fu introdotto in Italia il divorzio non si era nella situazione per cui fu introdotto qualcosa di nuovo. Come per il caso aborto, che vedeva la presenza di aborti clandestini fatti sulla pelle delle donne, anche per il divorzio, come per il nuovo diritto di famiglia, introdotto nel 1975, si venne a fornire ai cittadini uno strumento che permetteva di regolarizzare molte situazioni di fatto, poiché vi erano separazioni di fatto e figli nati fuori dal matrimonio, ma non vi era una legislazione conforme alla situazione sociale reale che permettesse ai cittadini di regolarizzarsi e tutelare soprattutto i nuovi figli.

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