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Il caso Jamal Khashoggi, il dibattito internazionale e le conseguenze per il governo saudita

Il caso di Jamal Khashoggi è da settimane al centro del dibattito internazionale ed ha già prodotto una serie di conseguenze negative per il goveno Saudita, sebbene non sia ancora chiaro quanto questa vicenda possa incidere nel medio e nel lungo termine sugli equilibri dell’area mediorientale. Ne discutiamo con Federico Punzi, giornalista ed esperto di politica internazionale.

Innanzitutto, chi era Jamal Khashoggi?

«Khashoggi non era né un dissidente, né un giornalista, almeno non per come li intendiamo noi in Occidente. Non era un Sacharov o uno Wei Jingsheng saudita, né un Daniel Pearl, per intenderci. Era certamente un oppositore del nuovo corso avviato dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, ma ha fatto parte del “potere saudita” troppo a lungo per poterlo definire un vero e proprio dissidente. Ha lavorato a lungo come giornalista in Arabia Saudita, dove ha diretto anche una testata, seguendo in particolare la jihad contro i sovietici in Afghanistan, ma in un contesto di totale assenza di libertà di stampa, dove tutti gli organi di informazione sono emanazione del regime o sotto il suo controllo. Recentemente aveva deciso di lasciare il suo Paese recandosi in “auto-esilio” negli Stati Uniti, dove aveva iniziato a collaborare con il Washington Post. Insomma, nulla giustifica ciò che gli hanno fatto, ma non lo definirei un martire della libertà e della democrazia».

Quale livello di pericolosità rappresentava la sua attività per la monarchia dei Saud?

«Ovviamente, come ho detto, nulla giustifica ciò che gli è accaduto, ma si può provare a spiegare il perché. Khashoggi era pericoloso agli occhi dei Saud per due motivi essenziali. Primo. Non era un semplice oppositore. Che ne fosse o meno parte, condivideva la visione politica di fondo dei Fratelli Musulmani, che costituiscono per la monarchia di Riad una minaccia esistenziale. La loro proposta è, infatti, una sorta di via democratica all’islamismo, il loro obiettivo è imporre il governo della legge islamica sfruttando il processo democratico per abbattere le monarchie arabe e le dittature laiche del Medio Oriente, colpevoli di aver aperto le porte all’influenza occidentale. Libertà d’espressione e democrazia per questo movimento sono puramente strumentali. Secondo motivo: Khashoggi è stato per decenni un insider della monarchia saudita. Ha lavorato per decenni per i servizi segreti del Regno, proprio nel periodo chiave – dopo la caduta dell’Urss – della rottura e dei rapporti complicati e ambigui tra Ryad e Osama Bin Laden, che Khashoggi ammirava (fino all’11 settembre). Tra il 2003 e il 2006 è stato uno dei più stretti collaboratori dell’allora ambasciatore a Londra e Washington, il principe Turki bin Faysal, che era stato per circa 24 anni direttore generale dell’intelligence saudita – dal 1977 fino a dieci giorni prima (!) dell’11 settembre 2001. Insomma, Khashoggi è stato per trent’anni nei gangli dell’intelligence saudita e a contatto con quella occidentale. Ultimamente aveva stretto legami profondi con uomini molto vicini a Erdogan e al Qatar (Ankara e Doha sono rivali di Ryad nella regione) e con la stampa contraria alla politica dell’amministrazione Trump di riavvicinamento all’Arabia Saudita. Dunque, informazioni vitali e segreti del Regno sarebbero potuti venire in possesso delle persone sbagliate».

L’Arabia Saudita è attualmente esposta in molteplici teatri conflittuali, dallo Yemen alla Siria, dalla sfida con l’Iran per l’egemonia regionale al braccio di ferro diplomatico e commerciale con il Qatar, e la sua dipendenza dal sostegno americano è più evidente che mai. Come giudica la decisione di compiere questa azione a circa un mese dalle elezioni di medio termine per il Congresso statunitense, le prime e probabilmente le più importanti dell’era Trump?

«Un errore. Un grosso errore della nuova leadership saudita. Probabilmente frutto dell’irruenza e dell’inesperienza del giovane principe MBS, ma anche della pressione cui è sottoposto il Regno ormai da un decennio. Ryad deve rendersi conto che queste azioni possono compromettere i rapporti con alleati fondamentali come gli Stati Uniti, da cui in definitiva dipende la sua sicurezza. Nulla al giorno d’oggi è scontato, i sauditi dovrebbero averlo imparato dall’amministrazione Obama, che non ha esitato a mettere in secondo piano alleanze in Medio Oriente che duravano da 70 anni».

Quanto può incidere il caso Khashoggi sulla linea di politica estera della Casa Bianca? È ipotizzabile un contraccolpo elettorale il 6 novembre?

«Un contraccolpo elettorale direi di no, anche se nulla di questi tempi si può escludere. Come ha ricordato Trump, per l’America l’Arabia Saudita è un “incredibile alleato”, ma come dimostrano i difficili rapporti con la Russia, il Congresso Usa ha ampi poteri per influenzare negativamente le relazioni con Ryad. E in questi giorni la pressione dei congressmen, anche repubblicani, sull’amministrazione Trump è molto forte. L’interesse strategico a mantenere solida l’alleanza con l’Arabia Saudita dovrebbe prevalere a Washington, ma non si può escludere che il caso Khashoggi abbia strascichi negativi in grado di rallentare i piani dell’amministrazione Trump».

Imprenditori, finanzieri ed esponenti governativi di tutto il mondo hanno deciso di non prendere parte alla cosiddetta “Davos del deserto” organizzata dai sauditi. L’indebolimento della credibilità del principe Bin Salaman può compromettere il progetto “Saudi Vision 2030”, volto ad affrancare il Paese dalla dipendenza dal petrolio e ad attirare investimenti esteri?

«Certamente, anche perché il caso Khashoggi non lo indebolisce solo all’esterno, ma anche all’interno. L’influenza dei suoi rivali, Turchia, Qatar e Iran è forte in Occidente, soprattutto in Europa. E l’errore è talmente clamoroso che i suoi rivali e nemici all’interno del Regno sono pronti ad approfittarne».

Come giudica il tempestivo intervento sul caso del Segretario di Stato Usa ed i tentativi sauditi di accreditare una versione meno compromettente dell’accaduto?

«La visita di Pompeo ha quasi certamente contribuito a mettere Ryad di fronte alle sue responsabilità, ma è difficile mettere in piedi una versione credibile. Possono provare a ridurre il danno collaborando con Washington, ma i sauditi e MBS in persona non possono che uscirne male. Maldestra, oltre che spericolata, l’operazione condotta su Khashoggi e ancora più goffa e lenta la reazione».

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