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Il “codice rosso: un’operazione di facciata, ma di poca sostanza

Recentemente in una intervista il pubblico ministero Fabio Roia ha fatto dichiarazioni importanti ed interessanti che meritano attenzione riflettendo anche sulla recente legge che ha introdotto il cosiddetto “Codice rosso”.

Roia ha rilevato una delle cause del numero dei femminicidi nella sottovalutazione delle denunce delle donne da parte degli organi inquirenti, sia di polizia sia pubblici ministeri e giudici. Ha classificato le donne fra quelle che non sporgono denuncia e sono le più a rischio, quelle che la sporgono, ma sono ugualmente a rischio per due possibili casi che si verificano, che la denuncia sia sottovalutata venendo tenuta in un cassetto dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero o che sia lavorata, ma con modalità insufficienti a garantire alla donna una situazione sicura, ad esempio con misure di protezione poco adatte.

Devo ammettere che queste situazioni le ho riscontrate tutte nel mio lavoro quando ero pubblico ministero, ma anche da giudice. Per chiarire: denunce lavorate anni dopo la loro presentazione solo su insistenza della parte offesa, per cui giunte in primo grado al limite della prescrizione, oppure misure cautelari assolutamente insufficienti alla situazione, addirittura arresti domiciliari a soggetti che proprio in quel luogo delinquevano. Sicuramente una sottovalutazione del problema della violenza sulla donna, avente origine in secoli di padroneggio maschile e impunità, secoli ancora non dimenticati. L’aumento dell’organico femminile nelle forze dell’ordine e nella magistratura ha contribuito a sensibilizzare sul tema e lo hanno fatto anche alcuni episodi accaduti a causa di detta sottovalutazione.

Anni fa nel pistoiese il primo femminicidio che assurse alle cronache riguardava una ragazza che aveva pluridenunciato l’ex spasimante, ma non era stata ascoltata a sufficienza, così lui fu libero di ucciderla. Questo caso e casi analoghi portarono alla creazione del delitto di atti persecutori, lo stalking, previsto adesso dall’articolo 612 bis del codice penale. Prima le denunce per minacce o ingiurie rimanevano isolate e non venivano spesso collegate ad una situazione di grave pericolo per la donna attenzionata.

Roia ricorda anche un fatto fondamentale: nel nostro ordinamento è vietato fare la consulenza criminologica sull’autore del reato, che può essere sottoposto a consulenza solo in ordine alla sua capacità di intendere e volere ed eventuale pericolosità sociale collegata. Questo è un limite nella comprensione di certi fenomeni, limite inesistente in altri ordinamenti e che forse andrebbe ripensato anche da noi.

Venendo alle norme da poco introdotte e definite “Codice rosso” si tratta di un gruppo di norme che cercano proprio di attenzionare i casi di violenza di genere prevedendo piccole modifiche al codice di procedura penale per velocizzare le indagini, come l’obbligo per il pubblico ministero di sentire la vittima denunciante entro tre giorni dalla iscrizione della notizia di reato nel registro della Procura. Sono, inoltre, previsti inasprimenti di pena per i delitti di violenza sessuale e stalking oltre che per quello di maltrattamenti in famiglia. Viene introdotto il caso dello sfregio e del matrimonio forzato, entrambi puniti con pene da otto a quattordici anni il primo e da uno a cinque anni il secondo. Infine viene introdotto il reato di revenge porn ovvero la diffusione o cessione di contenuti sessuali senza il consenso della persona.

Un paio di associazioni di genere hanno fatto grande pubblicità alle norme definite “Codice rosso”, norme che in realtà sono state criticate da altre parti e fra le parti critiche anche la scrivente. Eccetto il reato di revenge porn il nuovo reato di matrimonio forzato è vecchio, richiamando il vecchio reato di ratto a fine di matrimonio, mentre lo sfregio era già previsto come aggravante del reato di lesioni. Quanto all’inasprimento delle pene serve a poco se non vi è la sensibilità a dare pene più alte e se non si incide sul regime delle circostanze attenuanti, come già abbiamo rilevato in precedenti articoli e come l’associazione Anna Maria Marino ha rilevato al punto di redarre una proposta di legge che con pochi articoli e senza clamore mediatico può realmente incidere sul sistema contro la violenza di genere.

Quanto all’obbligo per il pubblico ministero di sentire le persone offese entro tre giorni rischia di creare seri problemi alle piccole Procure, di essere un boomerang ove non si dà al pubblico ministero il potere di valutare il caso concreto ed il tipo di vittima se da sentire subito o no.

Insomma una operazione di facciata, di slogan, ma di poca sostanza.

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