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“Il coraggio della paura” per aiutare le donne ad uscire dall’inferno della violenza domestica

Vivere l’esperienza della violenza domestica, non avere il sostegno della propria famiglia, forse anche perché il retaggio culturale degli anni ’80 imponeva questo: sopportare, essere accondiscendente con il proprio marito e poi perché la gente cosa avrebbe pensato. Anna Maria Petri, romana, però, non ci stava a quel tipo di umiliazioni alle quali la sottoponeva, dopo undici anni di matrimonio, il padre di sua figlia. E così prende quelle poche cose e ritorna dalla sua famiglia.

Era l’ottobre del 1983, un periodo difficile per Anna, con un padre comprensivo, ma una madre che non la sosteneva, una sorella gemella che non capiva, una figlia che non poteva comprendere l’atteggiamento di suo padre diventato violento. Sono stati anni difficili e bui, da cui però con coraggio ha voluto lentamente uscirne e riprendere in mano le redini della sua vita. Sfruttando questa esperienza dolorosa per aiutare le altre donne vittime di violenza, per cercare di dare loro aiuto, conforto e consigli. Anna Maria Petri è la presidente dell’associazione, no profit, “Il coraggio della paura”, nata ufficialmente a Perugia nel gennaio del 2013.

Com’è nata l’idea di costituire l’associazione?

«L’idea fu di Carla Spagnoli, era il 2012. Un anno dopo fu costituita con tanto di registrazione dello statuto e prima uscita ufficiale con un concerto alla basilica di San Pietro. Attualmente l’associazione può contare dell’esperienza delle avvocate Francesca Pieri e Benedetta Arcelli, degli psicologi Margarita Soledad Assettati e Massimiliano Cappelletti. Poi ci sono Monica Rossi, vicepresidente, Chiara Tomassini e, con il ruolo di addetta stampa, Ilaria Onair».

La sua esperienza l’ha segnata molto, ma ha voluto rimettersi in gioco.

«Esatto. Mi sono sposata a 19 anni, ho partecipato alle lotte per l’emancipazione della donna, non potevo accettare passivamente e con rassegnazione ciò che stavo subendo. Quindi nonostante la mia famiglia non fosse con me, soprattutto mia madre, sono andata dritta per la mia strada. Anche e soprattutto quando nel dicembre dell’83, dopo due mesi che avevo lasciato mio marito, il padre di mia figlia tentò di uccidermi. Andai nella mia ex casa a riprendermi vestiti e quant’altro, ero convinta che il mio ex non ci fosse e, invece, mi sbagliavo. Ci fu un inseguimento, ero in macchina con mia figlia di 9 anni e un’amica, poi lui riuscì a farmi fermare la macchina. Per fortuna eravamo chiuse dentro, ma lo spavento fu tanto. Non ricordo la dinamica precisa dei fatti, lui aveva in mano un cacciavite con cui ci minacciava. So solo che l’abbiamo scampata, grazie a un maresciallo dei carabinieri, che in quel momento era lì in borghese. Fu il nostro salvatore. Mio marito venne arrestato, si fece qualche giorno di carcere, ma poi non lo denunciai. La legge penalizzava i figli di genitori che avessero commesso un reato penale. Non potevo permettere anche questo, se un giorno mia figlia avesse voluto entrare nei carabinieri o in qualsiasi forza di polizia, le avrei tarpato le ali. Dopo mi sono dedicata al lavoro. Ho fatto di tutto, finché non sono stata assunta in una ditta di pulizie del Monopolio dello Stato. Poi ho avuto la fortuna di conoscere la persona giusta al momento giusto e mi hanno trasferita a Perugia. Così ho fatto carriera, era il 2000. Ho coordinato centoventinove addetti alle pulizie dell’Università degli studi di Perugia e dalla scorsa estate sono in pensione».

E oltre al lavoro, si è data anche all’associazionismo, con “Il coraggio della paura”.

«Sì. Volevo fare qualcosa. Nel corso della mia esperienza ho conosciuto delle persone fantastiche, sensibili al tema, che hanno messo a disposizione anche le loro competenze e professionalità. Da noi le donne vittime di violenza vengono innanzitutto ascoltate, perché è il primo step necessario. Spesso non hanno nessuno con cui parlare, a cui affidare le proprie paure, con cui sentirsi non giudicate o sbagliate. Diamo assistenza psicologica con una convenzione e anche legale, i primi appuntamenti con l’avvocato sono gratuiti».

Le donne come vi contattano?

«Il primo contatto è telefonico, poi ovviamente c’è il contatto diretto. Perché dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare, se sono sincere, se effettivamente sono vittime di violenza. Ci sono purtroppo delle donne disposte a tutto pur di vendicarsi del proprio ex compagno o marito o semplicemente perché sperano in una copertura economica per gli alimenti. Si rivolgono a noi anche grazie al passaparola. Abbiamo fatto rete a livello nazionale, con altre associazioni che si occupano di violenza di genere, abbiamo contatti a Bologna, Siracusa, in Trentino, a Trieste e a Milano. Questa rete è utile nel momento in cui veniamo a conoscenza di una vittima che non possiamo aiutare perché lontana geograficamente, oppure per darci consigli, per confrontarci. Avevo proposto di fare rete anche a Perugia, con le principali associazioni che sono presenti, ma è difficile».

Quante segnalazioni avete avuto?

«Un centinaio di telefonate e quattro cause. Le vittime sono persone sole che hanno bisogno di essere ascoltate e sostenute anche semplicemente per portarle in Questura. Non è facile denunciare, decidere di proseguire il percorso intrapreso che sicuramente è difficile e lungo. C’è tanta solitudine».

Violenza psicologica e fisica, ogni donna può ritrovarsi a vivere questo inferno.

«Non c’è limite di età, di estrazione sociale, di etnia, religione o anche di orientamento politico. Purtroppo la violenza di genere colpisce in maniera trasversale».

Un caso che l’ha colpita?

«Mi contattano da Roma per una segnalazione: una donna di Siracusa subiva violenza fisica da parte del suo compagno. Chiamai la referente dell’associazione con cui ci interfacciamo, i carabinieri si recano alle 23 nell’abitazione. La donna di 40 anni viene portata nel reparto psichiatrico, si scopre così che la sua famiglia di origine è facoltosa, si era separata dal marito per andare a convivere con un tossico che effettivamente la picchiava. Ma lei nel frattempo aveva cominciato a drogarsi, la famiglia non ne voleva più sapere di lei e in realtà voleva solo soldi per comprare la roba. È arrivata anche ad insultarci. Noi comunque non riceviamo contributi statali ed è anche difficile partecipare a bandi pubblici».

La sua è stata una vita piena di ostacoli, è stata adottata, ha cercato invano di conoscere i nomi dei suoi genitori biologici. Ma non si è mai data per vinta e ha trovato rifugio anche nella scrittura, oltre che nell’aiutare gli altri.

«Non ho avuto una vita facile, ma sono felice nonostante tutto. Con mia sorella gemella fino all’età di tre anni siamo state in un brefotrofio (istituto che accoglieva e allevava i neonati illegittimi, abbandonati o in pericolo di abbandono), poi siamo state adottate, avevamo un papà straordinario, ma è andato via quando ancora avevo bisogno di lui. Ho scritto con un’amica un giallo ‘Passaggio per l’infinito’, è stato tradotto in inglese e giapponese, scrivo poesie e un giorno spero di pubblicare il diario della mia vita».

TWITTER@Ros812007

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