In questi giorni divampano le discussioni e gli scherzi sul ddl Fiano, appena approvato alla Camera dei Deputati ed ora passato al Senato.

Il ddl mira a perseguire penalmente le ideologie fascista e nazionalsocialista introducendo nel codice penale l’art. 293 bis che recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne fa comunque propaganda richiamando e pubblicamente la simbologia o la gestualità, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici”.

Il reato così configurato mira a reprimere la propaganda del fascismo e del nazionalsocialismo ed i produttori di immagini o chi ne imita la gestualità e non è di semplice interpretazione. Cosa vuol dire propagandare? Non è pensabile che nessuno parli più di fascismo e nazionalsocialismo e tanto meno che ne spariscano le immagini, non fosse altro che per studiarlo e riconoscerlo. Ma la parola propaganda può essere interpretata in molti modi e può toccare anche settori che non hanno alcuna intenzione di fare propaganda, come il settore delle ricostruzioni storiche, fatte anche con soldatini, uniformi, oggetti di antiquariato. Lo stesso collezionismo di oggetti storici ne può risentire. Questo significa molto. Dire che durante il ventennio sono state realizzate una serie di opere sociali può essere letto come propaganda, non come affermazione di verità storiche. Rischiano di essere intaccati il principio della tassatività della norma penale e della certezza del diritto.

Occorre subito precisare che la norma è palesemente incostituzionale perché si pone in contrasto con l’art. 21 della Costituzione della Repubblica che garantisce la libertà di pensiero e di espressione. Recita infatti l’art. 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Questo perché la libertà di pensiero e di comunicazione è una delle basi della democrazia, che deve essere in grado di far convivere e gestire molte teste e diverse opinioni con la forza della ragione e del rispetto non con il mero divieto. Saper accogliere varie idee e farle convivere nel rispetto di tutti è proprio di una democrazia avanzata che gestisce lo Stato negli aspetti essenziali, ma non si intromette nel campo personalissimo dei cittadini, delle loro idee. La libertà genera la responsabilità mentre la repressione genera la cieca rabbia. La libertà fa crescere cittadini adulti mentre la repressione li lascia pecore intimorite.

Questo tipo di norme dimostra come un popolo viene considerato dai propri governanti: sudditi cui dettare regole su regole con la paura, non cittadini cui fornire con lo Stato il giusto supporto per sviluppare le loro vite, le loro capacità ed i loro sogni.

La sovranità non appartiene più al popolo, ma a chi vuole il potere per il potere e scrive leggi per zittire un popolo che non deve crescere, acculturarsi e dire la propria opinione.

Ma questo modo di gestire lo Stato non è proprio delle democrazie liberali bensì delle dittature!

Il codice penale di un popolo ti descrive il sistema politico e i reati di opinione sono tipici soltanto dei regimi totalitari, che si intromettono in ogni aspetto della vita del singolo cittadino che devono controllare, mentre uno dei principi cardine del diritto penale delle democrazie liberali è il principio di materialità del reato, ovvero il principio per cui si puniscono solo comportamenti oggettivi che incidono sulla realtà materiale e non meri pensieri.

Non si può che concludere ricordando l’art. 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789 che assicura il diritto alla libertà di manifestazione del pensiero e delle opinioni come uno dei diritti più preziosi per l’uomo, pietra angolare della democrazia. Eravamo in piena Rivoluzione francese, ma si vede che la Rivoluzione francese qui ancora non è arrivata!

Pubblicato da Jacqueline Magi

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